carni a ggenuìsa —blog controinformoperdiletto — 16 novembre 2016

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mercoledì 16 novembre 2016

CARNI A GGENUÌSA

Sugo alla genovese
Friggi le patate tagliate a spicchi molto grandi.
In una casseruola larga e bassa, soffriggi leggermente la cipolla, aggiungi

e rosola la carne (se pollo o capretto, meglio precedentemente sbollentata,

in ogni caso alla fine sfumala col vino), quindi poca passata di pomodoro

e le patate fritte; copri con acqua, metti sale e pepe.
Cuoci a fuoco lentissimo e senza coperchio, fino a che il sugo

non si restringe.
Le linguine vanno cotte a parte e condite al piatto con il sugo,

un paio di patate, ed eventualmente dei piselli.

Ingredienti

  • pollo, oppure capretto, o anche fettine di manzo
  • patate
  • passata di pomodoro
  • cipolla
  • olio extravergine d’oliva
  • 10 cl di vino bianco
  • sale
  • pepe nero

Frìi i patati tagghiati rossi e mentili ‘i latu.
Nta na cassarola larga e mbascia, suffrìi ‘a cipuddha,

ma no assai, menti ‘a carni, e votala e girala nzina

a quandu si faci, ma no assai chi ddiventa rura;

si è ‘u pollu chi ti rristau r’u bbroru, è già bbugghiutu:

megghiu, cusì s’avi a fari ‘i menu.
Si ti pari chi puzza, speci si è crapettu, spumala c’u vinu.
Mentici a pumaroru (pocu: tipu ddui o tri pelati passati a setacciu)

e ppoi sistema belli puliti i patati an giru an giru, e cumbogghia

tuttucòsi cull’acqua.
Mentinci sali e spezzi e lassulu cunsumari scumbigghiatu

a focu lentu lentu.
‘A pasta è bella linguini, megghiu ancora c’a pisella ‘i supra.

 

Una risposta a carni a ggenuìsa —blog controinformoperdiletto — 16 novembre 2016

  1. roberto scrive:

    ciao Chiara, centra pochissimo con la ricetta ma …nel giorno della vilenza alle donne volevo darti tre mie “cose”, dimostrano violenza anche senza violenza:

    Storie di donne:

    nuvola

    Per molti mesi prima ch’io nascessi
    una gatta randagia
    dal pelo grigio ed occhi verdi
    restò sul ventre di mia madre incinta
    accoccolata facendo le fusa

    Nacqui sicuramente in un giorno che aspettava il sole
    era appena passata l’alba
    i platani stormivano piano sui lungotevere a Roma
    e gli storni sugli alberi scuotevano le piume
    nei nidi ancora assonnati

    Mi affacciai al mondo urlando come tutti
    ma un guizzo negli occhi mi disse
    che la vita poteva essere bella
    doveva essere vissuta
    perchè comunque era lì che mi aspettava
    ed io volevo la vita

    Crebbi incurante delle differenze
    e nemmeno intuii d’essere femmina
    finchè capii che potevo essere dolce
    che potevo sorridere ed essere crudele

    Compresi di più dal primo bambino
    che mi chiese un bacio
    che quando sposai mio marito
    perchè volevo un padre

    * *

    Intuisti la vita per quello che è
    una lotta e un piacere
    il dilemma di vivere o lasciarsi vivere
    irrisolvibile se non lo vuoi
    perchè la gatta randagia ti lasciò sola
    con un lieve ricordo
    Tu ronfi tranquilla sul ventre
    della vita che brontola e s’agita
    ma hai soprassalti improvvisi
    e una strada bianca e vuota
    a volte t’appare
    libera e dolce da percorrere

    * *

    Mi chiamo col nome che mi fu imposto
    con fantasia con amore o per mancanza

    mi chiamo Nuvola ed è un nome insolito
    ma forse piaceva a mio padre
    che mi concepì al mondo e se ne andò

    E’ ritornato e mi ha salutato come figlia
    poi nuovamente è partito e ritornato
    ma è sempre lontano da me

    Io sono Nuvola
    il nome l’ho indossato stretto
    e non lo posso scrollare
    come non posso quietare le mie ansie
    le incertezze il mio riso
    che mi cade addosso e lascia indifesa

    * *

    Un riso che serba dolcezze
    dà vita a una vita caparbia
    spalanca davanti ai tuoi occhi
    la strada lunga e bianca che attende
    ma nulla accade che tu non voglia
    se non svolti l’angolo all’improvviso

    T’imponi un divenire sicuro
    davanti a un cancello chiuso
    sperando di svegliarti un mattino
    libera senza più sbarre

    * *

    Mi sono costruita una casa
    intorno alla mia vita
    ed è la migliore
    senza drammi nè incombenti tragedie

    mi vivo lasciandomi vivere come quando
    venni espulsa del ventre di mia madre
    con le gioie del primo mattino
    in un giorno che dava sembianze di sole
    e i platani stormivano piano sui lungotevere

    La gatta miagola piano nascosta
    ha paura
    e nessuno sà più dove sia
    solo io a volte la sento
    e non sò se voglio ascoltarla

    perchè forse quel mattino ai platani
    cadevano le foglie
    e il sole all’ultimo rifiutò d’apparire
    e mio padre da lontano scrisse un rigo
    imponendomi il nome:
    Nuvola

    roma 05.12.1989

    Selvaggia

    Da quando ricordo
    ho vissuto d’istinti
    convinta che fossero
    scelte emancipate
    ponderate decisioni

    Fummo tanti fratelli e una madre
    mio padre innamorato del calcio
    – capitano allenatore ed arbitro –
    fece di noi una squadra
    che non vinse mai

    Così presi a calci la vita
    che amavo come un pallone
    la seguivo dove rotolava
    giocatrice appassionata e inesperta

    Ma è un modo per vivere questo?
    Ero donna

    A sedicianni lo volli scoprire
    tra le braccia di un ragazzo
    che non si lasciò marcare
    e si unì alla squadra di mio padre

    Smisi pantaloncini e scarpe chiodate
    quando conobbi Alfiero
    uomo atticciato pomposo e sposato
    che finalmente mi rese donna veramente
    lontano dal campo

    Calciai la mia vita in corner
    dimenticando i palloni
    in quell’unica passione
    in rabbie e rimorsi mai risolti

    mi regalava mazzi di rose rosse
    stanze nascoste e frasi appassionate
    e a volte ancora lo sento
    dentro di me

    Sono passati gli anni
    mio padre è caduto sul campo
    Scontento e irascibile all’angolo
    commemora i suoi tempi

    Io sicura come sono
    che siano i miei liberi convincimenti
    continuo a sopravvivere d’istinto
    ma non voglio rientrare nella squadra

    roma 1992

    Scheggia

    Non è vero che la mia vita
    ha infierito su di me
    ho fatto quello che volevo
    quello che dovevo e potevo

    nulla c’è da recriminare
    perchè io sono io comunque
    e sempre sono stata
    da quando sono nata

    A quei tempi si può dire
    fui un errore comune:
    mia madre mi tenne per paura
    e per paura mi lasciò

    Caparbia sono qui
    ma vissi come orfana
    in un collegio di dimenticati
    io sola ricordandomi di me

    Mi amai tanto da sopravvivere
    ma quando cominciai a pensare
    mi amai ancora di più
    perchè ero bella ed ero io

    Divenni donna
    e non volli scordarlo mai
    anche se lo paventavo solo
    nel ricordo vago di mia madre

    sposai un ragazzo sconosciuto
    che ancora non sapevo chi ero
    e nemmeno se veramente c’ero
    ma ero certa di volere tutto

    ebbi due figli senza incertezze
    senza incertezze presi i figli
    e lasciai il ragazzo sconosciuto
    cresciuto in un uomo sconosciuto

    Ho chiaro ormai l’essere donna
    cresco i miei figli
    con l’amore che non ho avuto
    e il sesso l’ho usato quando ho voluto

    Ho vissuto ma poco amato
    finchè incontrai Patrizia
    che parlava come me
    pensava come me come me amava

    aveva un corpo simile al mio
    un corpo che conoscevo
    nelle sue gioie intime
    che sapeva darmi i miei stessi piaceri

    ma per amore o per abitudine
    un giorno dimenticai di me
    e la presi come un uomo prende una donna
    e come un uomo pensai solo a me stessa

    non la capii più
    ed ora sono sola e mi dispero

    roma 06.01.1993

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