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POLITICA

Assemblea Pd, sondaggio Ipr: 72% contro la scissione

Il popolo dem più unito dei leader. “Rottura? Pregiudizio anti Renzi”. Critiche alla classe dirigente

di ANTONIO NOTO – Direttore Ipr Marketing

Ultimo aggiornamento:
Pd, sondaggio Ipr sull'ipotesi scissione

Pd, sondaggio Ipr sull’ipotesi scissione

Roma, 19 febbraio 2017 – DOPO quasi 10 anni dalla nascita (14 ottobre 2007), per la prima volta nel Pd soffiano venti di scissione. È proprio in quella classe politica fondatrice del partito che oggi è radicato maggiormente il dubbio se sia arrivato il momento di strappare la tessera. La convivenza tra la nuova generazione renziana e i padri putativi del Pd sembra essere quindi alla resa dei conti e l’assemblea di oggi sarà determinante per conoscere il futuro del maggiore partito in Italia. Come al solito gli esponenti politici fanno i conti senza l’oste, cioè costruiscono strategie, minacciano scissioni, preannunciano dimissioni, privi della conoscenza delle opinioni del proprio elettorato.

È VERO che il Pd è l’unico partito che chiama i propri elettori a scegliere il segretario attraverso le primarie, ma sarebbe anche bene poter interrogare i votanti su quello che deve essere il futuro politico di un partito i cui maggiori esponenti oggi sono al bivio tra decidere se continuare a essere separati in casa o chiedere il divorzio. Al contempo gli elettori dem hanno le idee chiare sul futuro. Il 72% è contrario alla scissione, solo il 15% è favorevole mentre un ulteriore 13% non riesce a prendere una posizione netta. Leggendo questi dati, dunque, emerge immediatamente una prima scollatura tra elettori ed eletti e la discussione all’interno della classe dirigente sembra prendere una piega non gradita ai votanti. Non solo.

GLI STESSI simpatizzanti democratici, pur riconoscendo i problemi di visione politica alla base dell’insofferenza e della minaccia di scissione (40%), pensano che il fattore determinante sia l’insofferenza del vecchio gruppo dirigente nei confronti del nuovo (55%), al di là delle valutazioni politiche. Infatti è interessante notare che il 65% ritiene opportuno che il partito debba rimanere unito anche se all’interno coesistono posizioni politiche diversificate. Questo diventa ancora più importante visto che lo pensa il 42% di quelli che si definiscono ‘non renziani’.
Bisogna anche osservare che le risposte dell’elettorato del Pd sono molto razionali e poco emotive: se il 72% è contrario alla scissione (posizione vicina all’area della maggioranza), allo stesso tempo il 56% pensa che bisogna cambiare il modo di condurre il partito (posizione vicina all’area della minoranza). Questi due ultimi dati sono molto importanti per interpretare il comportamento in atto: anche tra i fautori di Renzi si registra criticità su come è stato finora gestito il Pd, ma al contempo anche la maggioranza degli anti Renzi non è per la scissione, seguendo la vecchia regola dei partiti di sinistra, cioè che «le cose bisogna cambiarle dal di dentro».
Quello che potrebbe sembrare solo apparentemente contraddittorio esprime una forte ragion d’essere: cioè gli stessi elettori Pd, pur riconoscendo le criticità, non ritengono che queste debbano produrre una scissione. Insomma è come se nel popolo democratico non ci fossero le componenti di maggioranza e minoranza che invece caratterizzano le diverse posizioni nella classe dirigente.

UN ALTRO dato che fa riflettere è il livello di fiducia nel Pd. A ottobre, prima della campagna referendaria, quando il tema ‘scissione’ non era all’ordine del giorno, gli elettori dem per il 55% avevano fiducia nel partito. In questa settimana, invece, il livello di fiducia è addirittura aumentato al 62% (+7% rispetto a circa 4 mesi fa). Colpisce dunque in maniera particolare che proprio nei giorni in cui la dirigenza sta mettendo in discussione il futuro del partito, gli elettori, al contrario, si sentono più vicini al Pd, conferendo un livello di fiducia maggiore, forse in una dimensione collettiva e di reazione psicologica a mo’ di difesa del partito e contro la litigiosa ‘casta’ che potrebbe segnare la fine di questa esperienza politica, almeno nelle forme e nei modi in cui nacque il 14 ottobre del 2007.

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