ROSSANA ROSSANDA E VALENTINO PARLATO — DI SIMONETTA FIORI

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l ricordo della compagna di lotte e della grande avventura giornalistica del “manifesto”: “Aveva grandi competenze economiche e sapeva andare d’accordo con tutti”

di SIMONETTA FIORI

 

Rossana Rossanda ricorda Valentino Parlato: "Ci ha salvato dalla chiusura su di lui si poteva contare"

“Ci saremmo dovuti vedere da me a Parigi giovedì. È stato un attacco improvviso, fulminante”.
Rossana Rossanda ricorda l’amico Valentino. Procede a fatica, ha appena terminato di scrivere un articolo per il Manifesto ed è molto stanca. Però si sforza, mossa da quella forza che solo i sentimenti possono dare.

Quando vi siete sentiti l’ultima volta?
“La settima a scorsa. Abbiamo commentato i risultati dell’elezione francese. Ma con Valentino non si parlava solo dei destini del mondo”.

Parlavate anche di voi.
“Sì, si preoccupava per me. Anche nell’ultima telefonata mi ha chiesto se mi occorressero dei libri o altre cose”.

L’umore com’era?
“Non buono. Era malandato. Non si sentiva più di scrivere, di partecipare alla vita politica. E questo lo rendeva infelice”.

Però domenica ha votato alle primarie del Pd.
“Non lo sapevo. Spero non abbia votato Renzi, che io detesto “.

Da quanti anni vi conoscevate?
“Dal 1966, da più di cinquant’anni. Io ero responsabile della commissione Cultura dentro il Pci, Valentino lavorava a Rinascita e faceva parte della commissione economica”.

Tre anni dopo avete dato vita al “Manifesto”. E nel novembre di quello stesso anno foste tutti espulsi dal Partito.
“Sì, ma con le buone maniere. Nessuno gridò al “traditore” o al “serpente viscido””.

Ricorda Valentino in quei frangenti?
“No, ero troppo concentrata sul mio malumore”.

Quando rievocava la storia del “Manifesto”, Parlato si distingueva per umiltà. Diceva di essere “il più modesto”, quasi “una figura di secondo piano”.
“No, la verità è che era molto più generoso di noi. Io sono dura e cattiva, Valentino buono e ben disposto”.

Lui diceva che intellettualmente era lei la più attrezzata.
“Non si può dire questo. Nel campo della cultura economica ne sapeva molto più di noi. Era amico di Federico Caffè. E quando usciva la relazione annuale della Banca d’Italia era lui a spiegarci le cose. Io forse ero più versata nelle scienze umanistiche mentre Luigi Pintor era un giornalista magnifico, l’eccellenza “.

Con Lucio Magri non si prendevano molto. Una volta la spiegò così: “Lucio era raziocinante e incline alla teoria, io un arrangista fatalista. Due modi diversi di stare al mondo”.
“Arrangista? Forse perché cercava di andare d’accordo con personalità complesse, un compito non facile. Fatalista perché preferiva evitare gli scontri cruenti. Su Valentino si poteva sempre contare”.

Si fece carico della direzione del “Manifesto” in vari passaggi.
“E io lo affiancai in momenti diversi. Più che un giornale eravamo un gruppo di amici legato da passioni grandi. E questo è stato anche il nostro limite”.

Perché un limite?
“Perché per durare nel tempo si ha bisogno di una struttura organizzata e gerarchizzata. Mi ricordo una volta che Luigi provò a mandare una lettera con una specie di ordine di servizio: bisognava stare al giornale entro una certa ora, etc etc. La redazione organizzò una manifestazione di protesta. Era nel clima di quegli anni, al principio dei Settanta: non erano ammesse le regole. Ma un giornale così non funziona facilmente”.

Qual è stato il ruolo di Parlato nella storia del “Manifesto”?
“Fondamentale. Si è sempre occupato della gestione economica. È stato quello che ci ha salvato quando incombeva la minaccia della chiusura. Valentino è riuscito sempre a cavarsela “.

Com’erano i suoi rapporti con Pintor dentro il giornale?
“Personalità diverse, ma in sintonia. Erano entrambi convinti che prima di scrivere un articolo occorresse avere in mente un titolo. Poi l’articolo sarebbe venuto da sé. Io non ero d’accordo. E non mi sognavo di anteporre il titolo all’articolo”.

Anche Pintor non aveva un carattere facile.
“Sì, Luigi e io eravamo più spigolosi. Anche nel rapporto con i collaboratori. Quando Umberto Eco cominciò a scrivere per noi, Luigi ne era come infastidito e lo mise nelle condizioni di andarsene. Valentino non l’avrebbe mai mandato via”.

Un tratto che vi accomunava – ha scritto Parlato – era l’antidogmatismo. Lo stesso che vi infondeva “non solo il coraggio ma anche il gusto di dire no”.
“Venendo tutti dal Pci, non poteva essere diversamente. E comunque fare per tanti anni un giornale quotidiano, senza una lira, senza un editore e senza un partito alle spalle, è stata un’impresa pazzesca. E questo ci ha resi compagni di vita, oltre che di lavoro”.

Lui si è sempre ritratto come uno scettico.
“Ma era un modo di apparire più che di essere. Sicuramente era molto ironico. Ma un gruppo di scettici non avrebbe mai vissuto la nostra esperienza”.

Non si perdonava il suicidio di Magri. Aveva l’impressione di non aver fatto abbastanza per dissuaderlo.
“Io ho voluto aiutare Lucio accompagnandolo in Svizzera. Con Valentino non ne ho mai parlato. È una mia mancanza. Ma sono cose di cui è difficile parlare”.

Vi sentivate spesso?
“Quasi tutti i giorni. Lui pensava che io fossi troppo rigida, nel giudizio sulle persone. Lui era molto più benevolo, generoso. Mi mancherà molto”.

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