” Ah non credea mirarti…” —LA SONNAMBULA DI GIOVANNI BELLINI::: TOTI DAL MONTE ( segue lo stesso brano cantato da LINA PAGLIUGHI, ALTRO FAMOSO SOPRANO DELLA PRIMA META’ DEL NOVECENTO)

« Ah, non credea mirarti
sì presto estinto, o fiore
passasti al par d’amore
che un giorno sol durò »

ATTO I

Gli abitanti del villaggio salutano festosi Amina, la giovane orfana adottata da bambina dalla proprietaria del mulino, Teresa. La ragazza sta infatti per essere sposata dal possidente Elvino, che per suo amore aveva abbandonato Lisa, l’ostessa del villaggio, un tempo amata ed ancora innamorata dell’uomo. Quest’ultima, dopo l’uscita di scena dei contadini giubilanti, piange il ricordo dell’antico amore, ed invano Alessio, giovane contadino innamorato di lei, tenta di consolarla e di convincerla a ripagare il proprio sentimento: troppo profonda è la ferita che affligge il cuore della giovane. Al rientro in scena dei contadini, che elevano un canto di affettuoso saluto alla promessa sposa, ecco giungere Amina, e, di lì a poco, Elvino, di ritorno dalla tomba dell’amata madre, cui ha implorato benedizione sul prossimo matrimonio.

Dopo la stesura del contratto matrimoniale dinanzi al notaio del paese, il giovane fa dono ad Amina dell’anello nuziale, precedentemente appartenuto proprio alla madre, e di un mazzolino di fiori. Giunge inaspettatamente una carrozza, il cui ignoto passeggero chiede subito ai presenti la via per raggiungere il castello della signoria del luogo. Stranamente, lo sconosciuto, intanto convinto da Lisa a pernottare nella locanda, dà prova di conoscere perfettamente i luoghi ed i dintorni del villaggio, lasciandosi persino vincere da una profonda nostalgia. Ciò muove la curiosità generale degli ignari abitanti del villaggio, che in verità non riescono a capire chi possa essere mai quello straniero.Ma l’ospite non solo manifesta il proprio rapimento nei confronti degli ameni luoghi: si mostra particolarmente affascinato dal viso di Amina, cui rivela essere molto somigliante ad una donna da lui un tempo amata, attenzione che suscita la viva preoccupazione di Elvino. Il giovane viene però prontamente rassicurato da Amina, che gli ricorda il proprio tenero amore.

Ma intanto comincia a farsi sera, e Teresa invita tutti i presenti a rientrare nelle proprie abitazioni. E’ infatti risaputo che, al calar delle tenebre, nel villaggio fa la sua apparizione un fantasma dalla veste bianca… Il forestiero, ritiratosi nella camera della locanda, riceve la visita di Lisa. Il colloquio tra i due viene bruscamente interrotto da un forte rumore proveniente dall’esterno. Lisa teme di essere scoperta in una situazione così compromettente, e fugge via, perdendo per la fretta il proprio fazzoletto. Da una finestra della camera, con vivo stupore dell’uomo, entra improvvisamente Amina. Adesso è tutto chiaro, il fantasma di cui si temevano le continue apparizioni non è altri che la stessa Amina in stato di sonnambulismo. L’uomo fa quindi adagiare la ragazza su un divano, per permetterle di riposare con serenità: la sua galanteria riesce a prevalere sul fascino esercitato dalla giovane. Lisa però ha potuto osservare la scena, e matura un piano che le permetterà di far fallire i progetti matrimoniali di Amina: senza indugio, corre a chiamare Elvino, affinché questi constati con i propri occhi l’equivoca situazione. Giungono frattanto anche i contadini, che hanno finalmente scoperto l’identità dello straniero: egli è infatti il Conte Rodolfo, figlio del defunto signore del luogo, partito molti anni prima. Intendono costoro, benché impacciati ed imbarazzati, porgere omaggio al loro signore. Entrano quindi nella camera del Conte, a breve distanza di tempo, i contadini, che rimangono impietriti nello scoprire che Amina é lì, ed Elvino, che su tutte le furie rifiuta le nozze. Amina si risveglia stupefatta, ella stessa non riesce a comprendere come mai si trovi nella camera del Conte. Nel tumulto generale, Teresa, frattanto accorsa anch’ella, rinviene per terra il fazzoletto che riconosce essere di Lisa.

ATTO II

Nella foresta intorno al castello, i contadini sono radunati per discutere dell’opportunità di chiedere al Conte in persona l’intercessione per la povera Amina, affinchè l’irato Elvino possa mutare la propria triste decisione. Il giovane intanto incontra per caso Teresa ed Amina, che cerca invano di convincerlo della propria innocenza. Egli è tuttavia irremovibile, né giova a mitigare il suo ingiusto disprezzo l’intervento diretto del Conte Rodolfo, resosi immediatamente disponibile alle richieste dei contadini, e in impeto di orgoglio ferito, pur sentendo ancora dentro l’animo tutto l’amore che lo aveva legato alla ragazza, toglie l’anello ad Amina. Vi è di più: giunto al villaggio, Elvino annuncia di voler convolare a nozze con Lisa che, ben contenta del tanto sospirato riconoscimento del proprio sentimento, ne approfitta immediatamente per mettersi in buona luce contrapponendosi sfacciatamente alla povera Amina.
Appena in tempo, però, giunge il Conte, che cerca di convincere Elvino ed i contadini lì presenti che la raggazza soffre di sonnambulismo, e che il motivo per cui ella si era trovata nella stanza dell’uomo era da ricondursi proprio a quello stato di alterazione. Ella era incosciente, non aveva nessuna colpa!
Ma c’è ancora un particolare da chiarire: chi si trovava invece nella camera del Conte in piena coscienza e volontà, non era la giovane sonnambula, bensì proprio la cara Lisa, come ha modo di provare a tutti Teresa, che mostra il fazzoletto della giovane ostessa, raccolto nell’immediatezza della scoperta negli appartamenti del Nobile…
In quella, nella confusione generale, su una trave pericolante del mulino appare la consueta figura bianca, che finalmente tutti hanno modo di riconoscere in Amina. La trave si spezza, ma miracolosamente la giovane riesce a scendere per terra incolume, e tutti si accorgono che ella regge in mano il mazzolino di fiori donatole da Elvino, mentre nel delirio si duole dell’amore perduto. Elvino ora vede e capisce, e finalmente si convince della bontà di quanto rivelatogli dal Conte. Amina si desta, ed Elvino le restituisce l’anello: tutto ora è tornato secondo giustizia.

http://www.cataniaperte.com/bellini/opere/opere_sonnambula.htm

 

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nome d’arte di Antonietta Meneghel (Mogliano Veneto, 27 giugno 1893Pieve di Soligo, 26 gennaio 1975), è stata un soprano e attrice italiana.
Esordì alla Scala di Milano nel gennaio del 1916, nella piccola parte di Biancofiore della Francesca da Rimini di Zandonai. Nel 1922, durante una tournée in America, Arturo Toscanini, che aveva intuito in lei, fin da ragazzina, le doti di una perfetta cantante lirica, la invitò ad esibirsi nuovamente alla Scala per il nuovo allestimento del Rigoletto di Verdi. In questa occasione, ella iniziò ad utilizzare lo pseudonimo Toti Dal Monte, ottenuto unendo il diminutivo del suo nome con il cognome della nonna materna. Sono rimaste memorabili le sue interpretazioni di Lucia di Lammermoor, Elisir d’Amore (Donizetti) e Madama Butterfly (Puccini).
Nel 1945 si ritirò dal palcoscenico per continuare, spinta da Renato Simoni, la sua carriera nel campo teatrale assieme alla figlia, nella compagnia di Cesco Baseggio, con la quale recitò testi goldoniani. Ottenne grandi successi anche nel cinema, recitando nei film Il carnevale di Venezia di Giuseppe Adami e Giacomo Gentilomo (1939) e Cuore di mamma di Luigi Capuano (1954), nonché in un cameo di Anonimo veneziano di Enrico Maria Salerno (1970). A lei il poeta Andrea Zanzotto ha dedicato la poesia in dialetto solighese Co l’é mort la Toti, inclusa nella raccolta Idioma.

 

 

2 risposte a ” Ah non credea mirarti…” —LA SONNAMBULA DI GIOVANNI BELLINI::: TOTI DAL MONTE ( segue lo stesso brano cantato da LINA PAGLIUGHI, ALTRO FAMOSO SOPRANO DELLA PRIMA META’ DEL NOVECENTO)

  1. Carine scrive:

    Toti Dal Monte era uno degli idoli, nel campo della lirica, di casa mia. L’altro, maschile, era Beniamino Gigli. Allora i pezzi d’opera erano cantati dalla gente comune, che non conosceva le note ma sapeva cantare e aveva i libretti con il testo delle parole. Mia mamma cantava, tra le altre cose, ” Un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo…”. Quando si interrompeva malediva Pinkerton che, come tutti gli uomini, non era affidabile (‘stu brùtesu).

  2. Carine scrive:

    ” In effetti, quando vedo la crisi della nostra repubblica, quando con la mente faccio la rassegna delle disgrazie che in passato hanno colpito le nazioni più importanti, constato che non piccola è la parte di rovina procurata dagli uomini più bravi ad usare le parole ( disertissimi homines)”, da “L’invenzione” di Cicerone, prima delle sue opere retoriche. Ecco il duplice taglio della parola: quando essa è in mano ai “disertissimi homines”, i più bravi a parlare, allora è una sciagura per lo Stato; quando invece gli uomini sono ” eloquentes “, i saggi a parlare, vale a dire quelli capaci di coniugare la bellezza del discorso ( eloquentia) con la cultura filosofica ( sapientia), allora c’è la salvezza dello Stato.” Una saggezza priva di eloquenza giova poco alla società; ma un’eloquenza priva di saggezza nella maggior parte dei casi è sin troppo dannosa; in nessun caso giova”. da ” Il presente non basta”, Ivano Dionigi, 2016, Mondadori.

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