MATTIA TOALDO, PER LIMES 27 LUGLIO 2017—” L’intesa tra Macron e Haftar danneggia la Libia e l’Italia “

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LIMES, 27 LUGLIO 2017

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L’intesa tra Macron e Haftar danneggia la Libia e l’Italia

Carta di Laura Canali - 2016

[Carta di Laura Canali]

L’iniziativa personale del neopresidente francese espone Tripoli a rischi che Roma stava cercando di scongiurare. La speranza che Haftar stabilizzi un paese anarchico è infondata.

di Mattia Toaldo

L’incontro di martedì 25 luglio a Parigi tra il primo ministro libico Faiez Serraj e il generale anti-islamista Khalifa Haftar, che controlla l’Est del paese, ha fatto molto discutere.


Il summit è stato organizzato praticamente in solitaria dal presidente francese Emmanuel Macron, non solo rispetto all’Europa. Non c’è stata una condivisione neanche con i diplomatici francesi.


Il risultato finale è stata una una dichiarazione congiunta che dovrebbe sfociare in una nuova risoluzione Onu.


In Italia la riunione di Parigi è stata l’occasione per una una discussione molto accesa sulla rilevanza del nostro paese in politica estera. L’alleato francese sembra averci scavalcato in uno scenario, quello libico, che risultava essere di nostro dominio.


L’Eliseo ha di fatto imposto una soluzione senza consultarci.


Carta di Laura Canali

Carta di Laura Canali


In realtà, il contenuto e la forma dell’incontro non sono stati una questione separata rispetto al ruolo italiano e il tempo potrebbe dimostrare che è stato un bene che Roma sia rimasta fuori da questo accordo.


La Libia vive da diversi anni in una situazione di anarchia organizzata. Dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, il paese è diventato preda delle lotte intestine tra le milizie che avevano combattuto il dittatore.


Nel maggio del 2014 il generale Khalifa Haftar, un tempo al servizio di Gheddafi ma poi passato all’opposizione, cominciava la sua “Operazione dignità” a Bengasi con l’obiettivo di sradicare la presenza degli islamisti, sul modello di quanto successo nell’estate precedente in Egitto con al-Sisi.


Pochi mesi dopo, una coalizione alternativa chiamata Alba libica si coalizzava in Tripolitaniaattorno alle milizie della città di Misurata, mentre il governo di Abdullah al-Thinni – riconosciuto internazionalmente – fuggiva a Est posizionandosi tra Tobruk e Beida. A Tripoli intanto veniva creato il Governo di salvezza nazionale, braccio politico di un’Alba libica ormai defunta.


Nel 2015, Misurata decideva di sostenere gli sforzi Onu per un governo unitario. Questo portava agli accordi di Skhirat nel dicembre di quell’anno e alla nascita del Consiglio presidenziale, una presidenza collettiva di nove membri con a capo Faiez Serraj.


Il Paese ha dunque tre governi, nessuno dei quali gode di un potere politico reale.


Serraj è riconosciuto dalla comunità internazionale, la quale tuttavia riconosce anche il parlamento di Tobruk, braccio politico di Haftar, come organo legislativo. L’attuazione degli accordi di Skhirat è effettivamente bloccata da più di un anno e in molti hanno visto nell’iniziativa francese l’opportunità migliore per superare l’empasse.


La_guerra_di_Libia_2011

Carta di Laura Canali – 2011


Nell’ultimo anno, e con più decisione negli ultimi mesi, il generale Haftar (o feldmaresciallo, come si è fatto nominare dal fedele parlamento di Tobruk) ha riportato diversi successi militari.


In primis ha liberato Bengasi dagli islamisti.


Successivamente ha conquistato la base aerea di Jufra nella Libia centrale, da dove può minacciare direttamente i nemici di Misurata.


Infine si è impossessato di diverse basi militari nel Sud del paese.


I successi di Haftar si devono soprattutto ai suoi sostenitori stranieri. Il suo Esercito nazionale libico (Lna la sigla inglese) è solo uno dei gruppi armati composto da spezzoni del vecchio esercito ai tempi di Gheddafi e soprattutto da civili e tribù in armi.


L’Egitto fornisce il sostegno più significativo con armi (in gran parte di fabbricazione russa), raid aerei e supporto politico. Gli Emirati Arabi Uniti hanno addirittura creato una base aerea a sud di Bengasi e sono il principale sponsor politico di Haftar. La Russia al momento si accontenta di stampare le banconote che circolano nell’area controllata dal generale e di vendere armi all’Egitto, in gran parte pagate con soldi sauditi, che poi vengono girate ad Haftar.


Tra i sostenitori esterni la Francia ha giocato un ruolo rilevante: ha fornito decine di truppe speciali che hanno permesso ad Haftar di compiere l’avanzata cruciale a Bengasi dopo la firma degli accordi di Skhirat.


Mentre il generale veniva escluso – o si autoescludeva – da quegli accordi, la Francia lo aiutava a legittimarsi militarmente. Le Drian da ministro della Difesa di Hollande era stato l’architetto di quell’operazione. Nominato ministro degli Esteri da Macron, ha preparato con il suo tour diplomatico nelle capitali regionali il terreno per il summit di martedì.


Il vertice parigino è tuttavia il frutto dei contatti personali del presidente e del suo staff. L’incontro decisivo, raccontano fonti diplomatiche, sarebbe avvenuto con il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, ovvero la forza propulsiva dello scontro anti-Qatar e anti-Fratellanza musulmanaall’interno della crisi del Golfo.


La dichiarazione congiunta di Parigi, oltre alla coreografia del vertice, ha favorito Haftar. Il generale ha ricevuto una legittimazione internazionale, essendo stato posto sullo stesso piano di Serraj: il primo come leader militare, il secondo come leader civile.


Lo stesso Macron ha detto che “Haftar ha la legittimità militare”. Nella dichiarazione si parla di un cessate il fuoco che permette eccezioni in caso di lotta al terrorismo. Eccezioni che diventerebbero pratiche quotidiane in quanto il generale libico considera i suoi nemici come terroristi.


Per la prima volta si parla anche, nel documento che verrà presentato come risoluzione Onu,di elezioni “da tenersi al più presto”. Non è un mistero che Haftar voglia candidarsi come presidente e che pensi di vincere, sempre sul modello di Sisi in Egitto. Questo è il punto di convergenza con il primo ministro Serraj che una settimana fa aveva presentato una road map per arrivare a una consultazione popolare a inizio 2018.


Serraj, dal canto suo, è sempre più isolato a Tripoli. È a capo di un Consiglio presidenziale che non si riunisce più e con il quale non deve condividere alcuna decisione. Paradossalmente potrebbe anche godere di una situazione di governo più semplice di qualche mese fa: le milizie a lui allineate hanno oramai il controllo della capitale, avendo scacciato i rivali del Governo di salvezza nazionale (i brandelli dell’organismo che si stabilì a Tripoli nel 2014).


La produzione di petrolio nel frattempo ha superato il milione di barili al giorno, spingendo un po’ più in là il collasso del sistema fiscale che si basa unicamente sui proventi da idrocarburi.


carta di Laura Canali - 2016

carta di Laura Canali – 2016


Serraj poggia comunque su un equilibrio molto fragile: l’Egitto e gli Emirati considerano gli accordi di Skhirat a scadenza. Il 17 dicembre di quest’anno terminano i due anni indicati dagli stessi documenti (una lettura che l’Italia e l’UE rifiutano). Per questo motivo Serraj ha bisogno di legittimarsi come interlocutore privilegiato del nuovo formato inventato dall’asse Cairo-Abu Dhabi e messo in pratica dai francesi.


In più, avere una scadenza elettorale significa per Serraj il mantenimento della carica fino allo svolgimento di nuove elezioni, organizzate non si sa come e non si sa quando dal parlamento di Tobruk.


Il problema, passando alla politica italiana, è l’esito del nuovo processo tra gli Emirati e la Francia, il quale potrebbe condurre a tre esiti differenti.


Il primo è l’irrilevanza, nel caso gli attori esclusi dal vertice di Parigi sabotino il piano.


Il secondo esito è una nuova escalation di violenza,  sia a seguito di una possibile resistenza degli elementi anti-Haftar, sia per le avanzate militari che il generale riterrà di aver ricevuto dal vertice.


Terzo: la trasformazione della Libia in una dittatura in sedicesimi, con un dittatore come Haftar che controllerebbe solo una parte del paese ingaggiando guerre a bassa intensità contro sacche di resistenza più o meno grandi.


Nessuno di questi scenari è nell’interesse dell’Italia.


Roma ha scelto un’altra linea, più lunga di uno scatto fotografico in un palazzo di Parigi e più centrata sulla stabilizzazione. Si basa su un processo politico ma anche sulla presenza della nostra ambasciata a Tripoli (l’unica tra i paesi occidentali), sul ritorno delle imprese italiane che stanno ricostruendo l’aeroporto internazionale di Tripoli e sulle attività dell’Eni.


Questa strategia si è strutturata attorno a un primo ministro, Serraj, incapace di costruire relazioni in Libia e di governare il paese.


L’Italia non ha solo una strategia al centro della Libia ma ha sostenuto una serie di cessate il fuoco locali nel Sud del paese e tra le città chiave della Tripolitania.


I sindaci libici sono di casa nella Penisola e molti feriti di guerra, anche di Haftar, vengono curati da noi. Chi cerca la ricostruzione di Bengasi da parte di Haftar cerca l’Italia.


La Francia non offre nulla di tutto questo e non bisogna farsi ingannare dalle apparenze.L’iniziativa parigina può essere molto dannosa e di questo bisogna parlare a viso aperto.


Davvero la stabilità del Nord Africa si costruisce affidandosi a uomini forti con i piedi d’argilla?


Abbiamo evitato di avere una Raqqa sul Mediterraneo. Ora dobbiamo chiederci se sia interesse italiano avere una versione anarchica e ancora più violenta del Cairo.


Carta storica della Libia

Carta storica della Libia

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