UN BEL RACCONTO DI DONATELLA D’IMPORZANO DAL TITOLO ::: ” IN SILENZIO “

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DONATELLA CHE CI SCRIVE…foto di Robert Doisneau

 

 

 

In silenzio

 

Non so dove per voi sia possibile ascoltare il silenzio. Penso al silenzio vero, quello che c’è dentro di noi, quando riusciamo ad estraniarci, più o meno consapevolmente, dal rumore della vita di tutti i giorni. Non sono troppi i luoghi preposti a questo sano esercizio: avremmo bisogno di una sera d’estate, col cielo pieno di mistero e di stelle,  di una campagna sotto il sole col frinire delle cicale, del fruscio delle onde del mare, del tepore di un focolare col gatto di casa che fa ron ron. Io ho un altro luogo per il silenzio dell’anima: la metropolitana. Può sembrare strano, ma è in mezzo alla gente che riesco a fare piazza pulita dei miei pensieri utilitaristici, di cosa dovrò fare nei prossimi minuti, a che ora dovrò tornare a casa, fare la spesa, stirare le camicie, insomma i soliti traffici che facciamo quasi automaticamente ogni giorno. La cosa mi riesce bene se trovo un posto a sedere, non è facile nelle ore di punta, ma da poco ho scoperto che posso fare questo meraviglioso esercizio anche in piedi. Sono presa dallo spettacolo, detto con tutto il rispetto possibile, delle persone che osservo, ben cosciente che anch’io mi trovo sullo stesso palcoscenico. Se riesco a conquistare un posto è come se fossi seduta comodamente al cinema, quando il film sta per iniziare. Osservo chi mi sta di fronte: c’è un po’ di tutto, o meglio, di tutti. Chissà se quella donna, di evidente origine sudamericana, che porta una pesante borsa della spesa, ritorna dopo aver lavorato come donna di fatica in una casa del centro.

Oppure l’uomo che lavora in qualche ufficio, costretto in giacca e cravatta dal suo lavoro, lo studente con la musica nelle orecchie che sembra anche lui cercare il silenzio ma chissà se lo trova, la coppia avanti con l’età che forse torna da qualche visita specialistica, la donna araba col fazzoletto sul capo e che riesce a tenere a bada tre figli piccoli. Avete mai osservato come le arabe sanno modellare bene sul capo quel pezzo di stoffa, che dà loro un lieve senso di mistero, incornicia il loro viso, mettendone in risalto gli occhi, gli zigomi, la bocca. Chissà che cibo andranno a preparare per la famiglia, quali odori e profumi emaneranno dalle case, quali suoni tra le pareti echeggeranno nelle loro per noi  incomprensibili lingue. C’è una signora di età matura, vestita con ricercatezza, sembra provenire dal centro, che legge con attenzione, almeno così sembra, un libro: non riesco a vederne il titolo e tornerò su di lei per tutto il tempo della corsa per scoprirlo. A una fermata salgono delle ragazze filiformi: mi ricordo che è la Settimana della Moda. Sono eteree, con gambe fasciate in pantaloni aderenti, raggiungono con facilità il corrimano più alto: con una certa malignità osservo che le loro cosce hanno la stessa circonferenza delle caviglie. Sembra che si conoscano tra di loro e parlano in inglese, l’attuale lingua universale. Una trova un posto libero e si siede: apre una grande borsa e ne tira fuori un piccolo involucro, probabilmente un formaggino: lo mangia con avidità e, senza pudore per chi le sta davanti, in contrasto con la propria elegante silhoutte, si lecca le dita affusolate e magre, rivelando una fame insoddisfatta. Le sue colleghe fanno un gruppetto a parte. Prima ciarliere, si sono zittite, si sono posizionate la musica nelle orecchie ed ognuna sembra cercare un silenzio, o almeno un estraniamento dall’ambiente che hanno attorno. Alla fermata sale un mendicante, attrezzato di tutto punto:  giovane, dal colorito scuro della pelle e dalla fisionomia  sembra provenire da quella misteriosa gente che sono i rom. Chissà da dove arriva: nella mia romantica mente vedo pianure sterminate, monti considerati insormontabili, cavalli, colori accesi, falò al chiaro di luna. Suona il  violino con una certa abilità ed ha sicuramente calcolato il tempo esatto che lo separa dalla prossima fermata. Poco prima smette di suonare e passa a chiedere un’offerta con un bicchiere di plastica. Quasi nessuno apre la borsa, pur avendo goduto sicuramente di quel suono esotico che rompe la monotonia della corsa: sembra diventato trasparente. Esce di corsa alla fermata e sale sul vagone successivo. Un mestiere come un altro e chissà se riuscirà a racimolare la cena o il pranzo prima di tornare al suo campo nomadi. La mia testa pensa che il continuo spettacolo che sto ammirando sia messo in piedi appositamente dalla società della metro. Si potrebbe sicuramente fare di meglio, mescolare tutte quelle vite, metterle in contatto non solo fisico per il tempo di una corsa: il violino tzigano che fa ballare bambini e adulti, gli anziani che chiedono agli studenti che materie abbiano seguito quel giorno, le italiane a chiedere ricette esotiche alle straniere e viceversa, mentre le modelle alte ed esili  ascoltano avidamente e pensano magari ai piatti che mangiavano in famiglia. Non c’è più problema linguistico, tutti spontaneamente parlano un linguaggio universale perché hanno incorporato un traduttore universale istantaneo. Il programma è suggerito per sommi capi dalla regia invisibile, ma  ognuno può intervenire con le sue varianti. Tutti sono disponibili a parlare e, ancora più stranamente, ad ascoltare. La gente scende ordinatamente alla fermata desiderata,  dal viso si capisce che ha gradito quel piccolo spettacolino e che la sua parte di silenzio, di non detto è uscita fuori ed ha beneficato altra gente. Mi immergo ancora di più nel silenzio più profondo del mio cuore e della mia mente, un gorgo dove  si sono sfocati i pensieri con cui sono salita. Finalmente ho fatto pace con me stessa e posso godere del film che proietterò alla prossima puntata.

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7 Responses to UN BEL RACCONTO DI DONATELLA D’IMPORZANO DAL TITOLO ::: ” IN SILENZIO “

  1. roberto rododendro scrive:

    Cara Donatella, il racconto è piacevole però contrasta assai con i miei ricordi della metropolitana in Milano: i è sempre parsa come un girone infernale: ho avuto sempre l’impressione ( e affatto bella) che, saliti sul metrò cadesse loro la maschera lasciando visi stanchi, depressi, tristi, incazzati col mondo. Occhi persi nel vuoto, come se, finito il lavoro, dove tutti corrono sorridono sbruffoneggiano anche, saliti in metropolitana, lontano da sguardi conosciuti e indiscreti ( domani lo vanno a raccontare a tutti) ritornassero se stessi e quel “se stesso” poco mi è piaciuto.
    Mentre si, lo tzigana sulla metropolitana a Roma l’ho incontrato anch’io e mi fa sempre fatto un gran piacere ( discretamente bavo e con molta volontà di guadagnarsi una pagnotta meritata , se non altro per l’andare su è giù dalle carrozze ): l’ho perfino rincorso per dargli qualcosa :-).
    p.s. a Roma, città caotica, maleodorante arruffona infingarda …. la gente sa ancora ridere, anche in metropolitana.

    • Chiara Salvini scrive:

      SEI PROPRIO ROMANO-DE-ROMA|! ADESSO GUERREGGIARE CON DONATELLA SULLA METROPOLITANA! COMUNQUE DEL MIO ANNO CHE HO PASSATO A ROMA, CONCORDO PIENAMENTE CON TE, MA E’ SOLO QUESTIONE DI ” ORGANIZZAZIONE CAPITALISTICA DEL LAVORO “. MILano, per sua fortuna, ha più industrie e più gente che si fa il mazzo…un abbraccio, chiara

  2. roberto rododendro scrive:

    vero, a più industrie ma in quanto a “mazzo” … sembra strano ma anche a Roma se lo fanno, solo che si vede meno: orari diversi, persone più serene ( almeno quando la bazzicavo di più, ora sto molto al paesello). Tu non hai mai conosciuto le meravigliose etate romane di tanto…ahimè, tanto tempo fa…

    E, se le vuoi, ma dovresti averle, ho sette ( o forse otto) ballate su Roma. Dammi in via e te le rimando. ciao bella ragazza!

  3. roberto rododendro scrive:

    ecco qua, la prima di sette ( o forse otto ) “ballate” su Roma. Ecco, sette su roma una “quasi” su Sanremo caponero.

    Prendile come sono e se non le vuoi, buttale (intanto io le ho). l’idea di una diecina di anni fa era di farle a teatro con balletto musica e voce recitante sullo sfondo una Roma stilizzata che cambiava ad ogni ballata… poi, come spesso capita da quelle parti ( teatro) le cose sfumano per tanti motivi….

    titolo :

    Sette ballate per Roma più una
    titolo prima ballata. da trinità de’ monti

    Ballate romane
    n° 1

    Da trinità de’ monti

    Se mai è notte
    era notte a piazza di Spagna

    quattro giovani barboni
    s’agitavano nel sonno
    avvolti nei giornali
    sulla veranda a mezza scalinata
    che vide altro
    in meglio o in peggio chi lo sa?

    Ti ritraevi con gesto di paura
    ma nei tuoi occhi di cerbiatta
    – inteso come nobile animale –
    c’era un guizzo d’allegria

    Ma chi sei tu
    che ridi e tremi e ti ricordi
    con quel guizzo dentro gli occhi
    ricordi tuoi
    – a quel tempo andavo a marinai –
    racconti discorsiva e un po’ svagata

    – perchè si sa’
    solo i marinai portano fortuna –

    Ti conobbi due sere fa
    e forse per sbaglio ci siamo trovati
    a mangiarci le labbra
    a toccarci la lingua
    con la lingua
    o forse per gioco

    – Perchè si sa
    oggi sono qua
    domani ad altro porto
    non c’è inganno –

    Se mai è notte con te
    era notte a piazza di Spagna
    o quasi giorno

    Su gli scalini seduti
    o forse un po’ più in là
    con voce certa
    mi chiedesti un verso
    un verso del famoso poeta
    d’alloro cinto
    e col cazzo che pende
    martirizzato tra le cosce

    Gli sbandati tra giornali e cartoni
    non ci fanno più pena nè paura

    e un ex ragazzo tracagnotto e allegro
    – il posto in banca non lo trovo
    non ho quattrini per l’onorevole
    e agli altiforni non ci voglio andare
    perchè lì si muore –

    Si rivolge discorsivo e salottiero
    ed offre ventagli a noi seduti sulle scale
    a me che leggo poesie
    alla luce di una luna che non c’è
    e di stelle che non vedo

    e forse nemmeno tu ci sei
    e neanche io

    Eppoi perchè no?
    – Perchè no – ti dissi – perchè no –
    scrivo solo su amori finiti
    è il ricordo e il rimpianto
    che alimenta la poesia

    E allora perchè no?
    – Il mio cuore e il mio cervello
    son sulla punta del mio uccello –
    così mi rido e mi derido

    Abbiamo disatteso la nostra notte
    due notti fa
    che voglio ora?
    Eggià!

    A piazza di Spagna su gli scalini
    c’è solo sporco e resti del giorno
    ed un turista allocco che s’affaccia
    a guardare Roma che non c’è

    Ci siamo noi soli

    e forse neanche
    due vecchi ragazzi intenti
    che giocano a creare bugie
    belle come anemoni sull’acqua
    evanescenti fiori dell’alba

    e il naso cresce e cresce
    ma loro non vedono
    e cambiano abito a ogni volger d’occhio

    E il tempo passa
    ma loro non vedono
    il tempo che passa
    che passa e che scappa

    E gli abiti sono andati a pezzi
    e l’ex ragazzo s’fatto vecchio
    e i quattro barboni si sono svegliati
    si sono alzati si sono grattati
    hanno fatto colazione e se ne sono andati
    sono ritornati e si sono riaddormetati

    E loro sono sempre lì
    che giocano a indovinare
    su se stessi lontani lontani
    ed appunto per nulla vicini

    e il tempo muore

    E tu mi hai chiesto un verso
    ed uno solo in fondo
    a questo poeta d’alloro cinto
    odoroso e croccante
    che si ride addosso e piange

    Che dirti ora che sono solo?
    E’ un ritornello
    – Il mio cuore e il mio cervello
    sono sulla punta del mio uccello –

    Roma 1983

    • Chiara Salvini scrive:

      ti ringrazio moltissimo, ma oggi sono stanca, tra poco c’è il tg… comunque ti mando un bell’abbraccio, chiara

  4. Carine scrive:

    Grazie Roberto per la tua attenzione. Ad ogni modo io amo svisceratamente Roma ed è la città dove vorrei abitare, anche con metropolitane più incasinate e con orari più incerti. Con simpatia e affetto da Milano ( anzi, da Cinisello Balsamo!).

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