FORUM DE IL SOLE 24 ORE SULLA GIUSTIZIA::: ANDREA ORLANDO, FRANCESCO GRECO, GIUSEPPE PIGNATONE, GHERARDO COLOMBO, ILDA BOCASSINO, MICHELE PRESTIPINO

 

FORUM DE IL SOLE 24 ORE SULLA GIUSTIZIA — PUBBLICATO IL 6 OTTOBRE 2017

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GIUSTIZIA / IL FORUM DEL SOLE 24 ORE

Stretta sulla corruzione e gli altri reati economici
Codice antimafia: resta la distanza Orlando-pm

Stretta sui reati dei “colletti bianchi”. Sono in aumento i detenuti per corruzione, manipolazione del mercato, riciclaggio.
I dati sono stati resi noti ieri al convegno del Sole 24 Ore «Il racconto della giustizia che cambia», per i 10 anni della trasmissione di Radio 24 «Storiacce» – moderato da Guido Gentili, direttore del Sole 24 Ore e di Radio 24, e da Raffaella Calandra – con la partecipazione del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, e dei procuratori di Milano e Roma Francesco Greco, Giuseppe Pignatone, dell’ex magistrato Gherardo Colombo e dei procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Michele Prestipino. Restano le distanze tra ministro e Pm sul nuovo Codice antimafia, con l’estensione ai corrotti delle misure di prevenzione.

ALESSANDRO GALIMBERTI

 

Codice antimafia, resta la distanza

I pm: non equiparare mafia e corruzione – Orlando: non interverremo con decreto

milano
Una frecciata a Renzi, una alla magistratura e un segnale alle imprese. Il palco della Sala Bianchi di via Monte Rosa, dove si svolge il convegno «Il racconto della giustizia che cambia», organizzato dal Sole 24 Ore e Radio 24 – moderato da Guido Gentili, direttore del Sole 24 Ore e di Radio 24, e da Raffaella Calandra – diventa la tribuna dove il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, si toglie qualche sassolino e lancia misurate ma profonde punzecchiature.
Il confronto è ancora sul nuovo Codice antimafia, approvato con una coda di polemiche sull’opportunità di usare per corrotti e corruttori gli stessi strumenti di confisca in campo contro la mafia. A cose fatte, dopo una lunga gestazione, Orlando era stato attaccato da più parti (il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia aveva parlato di cultura “antimpresa”, con eco nell’opposizione parlamentare), ma ieri il ministro si è visto messo all’angolo anche da autorevoli esponenti delle toghe (Pignatone, Boccassini, Prestipino) scettici sull’estensione degli strumenti antimafia. Così, dopo aver incassato per un’ora («Se tutto è mafia allora nulla è più mafia», Boccassini; «La mafia è una cosa, la corruzione un’altra», Pignatone) e con ancora nelle orecchie il siluro di Renzi sul «tabù della proprietà» del ministro, il mite Orlando è passato al contrattacco. «Non pensi l’ex presidente del Consiglio di aver messo Lenin o Proudhon in via Arenula – ha detto –. Il tabù della proprietà l’ho superato nella mia adolescenza. Non ho mai detto di dover infrangere il tabù della proprietà, ma solo che il garantismo scatta di più, rispetto ai diritti, quando c’è sostanza patrimoniale. Ce l’ho con chi si scopre garantista solo quando si tocca il patrimonio della sua cerchia sociale, non ce l’ho con le Camere penali né con i radicali che hanno una loro coerenza. Sui reati di immigrazione clandestina, tortura, sul sistema penitenziario, invece non trovo così presenti queste voci». Versante magistratura: «Quando ci sono cose che pungono direttamente i giudici – ha detto il ministro ai procuratori accanto a lui – ce le fate tempestivamente notare, se le perplessità sul Codice fossero emerse prima di finire in questo cul di sac sarebbe stato meglio, ma la Procura nazionale e Anm, audite nell’iter, non ci avevano fatto rilievi su questi punti».
Circa la possibilità di un decreto correttivo della “confisca ai corrotti”, Orlando è stato tassativo: «Non abbiamo mai usato decreti nel penale, semmai faremo un monitoraggio serio, e se emergeranno criticità utilizzeremo uno dei veicoli normativi in itinere». Fermezza, spiega, perché «la corruzione rischia di diventare il pretesto per interventi autoritari, combatterla significa difendere lo stato di diritto e le istituzioni da un’aggressione». E a proposito di codice e corruzione, Orlando ha rivelato che si è opposto alla maxiparcella da 5 milioni a un avvocato amministratore giudiziario a Palermo. Giusto per sottolineare che i valori dell’antimafia valgono anche nei confronti di chi ne porta la mostrina. Alessandro Galimberti

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GIOVANNI NEGRI

Reati economici e corruzione. Stretta sui «colletti bianchi»

Il piano di legislatura si chiude con la riforma del diritto fallimentare

Non per forza deve essere considerato un dato esaltante. Tuttavia è un segnale del tentativo di condurre una lotta più seria alla criminalità dei “colletti bianchi”. A margine del convegno «Il racconto della giustizia che cambia», organizzato dal Sole 24 Ore per il decennale della trasmissione di Radio 24 «Storiacce» – moderato da Guido Gentili, direttore del Sole 24 Ore e di Radio 24, e Raffaella Calandra – è emerso l’inedito quadro dei detenuti per reati economici e contro la pubblica amministrazione. Con un trend di crescita significativa in entrambe le categorie.
Vediamo nel dettaglio. Nel perimetro dei reati economici vengono fatti rientrare il riciclaggio, la manipolazione del mercato e l’abusivo esercizio della professione finanziaria. In due anni (scarsi), dal 2015 al 2017, si è passati da 775 detenuti a 865 con un aumento di 90 unità. In questa categoria i dati del ministero non permettono di distinguere chi è in carcere per effetto di una sentenza diventata definitiva da chi invece è colpito da misura cautelare.
Cosa che invece è possibile per quanto riguarda i reati contro la pubblica amministrazione. Anche in questo settore della criminalità, dove il reato principale è ovviamente la corruzione, oggetto di misure di riforma nel corso della legislatura (nel 2015, per esempio, con l’aumento delle sanzioni sia nel minimo, ora sei anni, sia nel massimo, adesso 10 anni e limiti al patteggiamento, con obblighi di riparazione pecuniaria), l’incremento del numero dei detenuti è netto. Su un arco di tempo più ampio, dal 2010 cioè, il totale dei detenuti è passato da 875 a 1.123; in crescita anche quelli a titolo definitivo da 460 a 475. I detenuti per truffa contro lo Stato e contro l’Unione europea sono invece 138.
Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, nel suo intervento al convegno ha peraltro esortato a diffidare da una dimensione “panpenalistica”, da un affidamento eccessivo nella giustizia penale, quasi che ogni problema, anche di coesione sociale, debba essere risolto dall’autorità giudiziaria. «Abbiamo provato ad affrontare in maniera più sistematica anche la giustizia penale – ha rivendicato Orlando –, inserendo da ultimo la riserva di Codice, misure di depenalizzazione, nuove cause di estinzione del reato, dalla tenuità del fatto alle condotte riparatorie. Eppure siamo stati costantemente criticati, a volte anche in maniera sorprendente da parte della magistratura. Che quando poteva intervenire tempestivamente per evitare di commettere quelli che poi ha giudicato errori non sempre lo ha fatto».
E il riferimento è stato soprattutto alle critiche fatte dall’Anm alla recente riforma del processo penale, esito in larga parte, ha ricordato Orlando, dei lavori della commissione guidata dal primo presidente della Cassazione Giovanni Canzio.
E proprio sul versante della lotta alla corruzione, Orlando ha spiegato che va affrontata in maniera corretta, nell’ambito di un’amministrazione della giustizia che non è stata certo contro le imprese, «perché la corruzione non può diventare il pretesto per interventi autoritari e va combattuta anche per gli effetti distorsivi che ha sulla concorrenza».
E della scelta di procedere con misure di tutela del tessuto imprenditoriale è testimonianza anche quella che, a giudizio di Orlando, sarà la riforma di sistema che chiuderà la legislatura, quella della Legge fallimentare che, ha ricordato il ministro, è datata 1942.

Giovanni Negri

 

 

GHERARDO COLOMBO

«La mafia minaccia, ha forza intimidatoria e al tempo stesso induce»

Gherardo Colombo ha alle spalle trent’anni da magistrato e tra le sue esperienze vanta soprattutto il contributo dato alle inchieste del pool di Mani Pulite, negli anni in cui, ha ricordato lui stesso, le procure e i pm erano guardati con ammirazione dalla pubblica opinione. Ricostruisce l’esperienza di quegli anni con concretezza: «Tredici anni tra indagini e processi hanno prodotto poco, perché il senso di impunità che esisteva prima è proseguito anche dopo, scoraggiando anche chi vorrebbe collaborare con la giustizia».
L’ex pm ripercorre Mani Pulite senza nascondersi gli eccessi: «L’entusiasmo eccessivo, a volte sopra le righe, dei cittadini, portava talvolta a non rispettare la dignità delle persone». Poi qualcosa è cambiato: «L’ammirazione si è fermata nella pubblica opinione, dopo aver in un primo momento favorito le indagini, visto che chi commetteva i reati sentiva poi una forte scollatura con la società civile. Credo che questa inversione di tendenza sia dipesa dal fatto che progressivamente le prove ci hanno portato verso fenomeni di corruzione spicciola, meno rilevanti e il cittadino allora si chiedeva: vuoi anche venire a vedere questi aspetti della mia vita?». Ecco la fine dell’entusiasmo, secondo Colombo.
Perché i cittadini adesso non tornano a collaborare con la giustizia, superando l’omertà? Per Colombo il fenomeno si spiega in modo chiaro nella corruzione, dove c’è un patto più difficilmente incrinabile tra corruttore o corrotto, ma anche nella criminalità organizzata, perché «la mafia minaccia, ha forza intimidatoria, e al tempo stesso induce. Si percepisce che conviene fare patti con la mafia».
Infine la riforma proposta dal ministero della Giustizia, nella parte relativa all’uso delle intercettazioni da parte dei giornali, viene guardata con favore dall’ex magistrato, che auspica la fine delle strumentalizzazioni. «Potrebbe essere un antidoto contro le speculazioni. Va regolamentato il flusso delle informazioni per rendere il processo della formazione delle notizie più trasparente». I tempi, dice, potrebbero essere maturi, almeno per affrontare il dibattito.

Sara Monaci

 

GIUSEPPE PIGNATONE

«Reprimere non basta, occorre una riscossa dell’etica individuale»

Scoprire oggi che la mafia è “invasiva” nella società , “persuasiva” più ancora che violenta, lobbysta meglio che da lupara, è davvero ingenuo. Basta leggere la storia, suggerisce il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, per ritrovarla uguale nelle cronache di oggi, siano da Seregno, da Rosarno o da Ostia. La lezione di Don Luigi Sturzo (1900: «La mafia protegge per essere protetta, ha piedi in Sicilia ma testa a Roma, costringe gli onesti ad atti disonoranti e violenti») e i report del cronista del Regno, Leopoldo Franchetti, nel 1876 («La mafia non ha bisogno di usare la violenza se non nel numero minimo di casi, ha relazioni e interessi cosi variati, tante persone obbligate, che essa ha ormai infiniti mezzi al di fuori della violenza»), si sublimano nella brutale testimonianza del pentito Nino Giuffrè del 2002: «Ci sono tanti poteri nel mondo, primo il mafioso poi l’imprenditoriale-economico e il politico, che per funzionare però devono essere tutti collegati: è l’unione che fa la pericolosità». E allora il problema sta anche, se non soprattutto, nella società, in quella “zona grigia” di cui parlò Primo Levi per i conniventi dei lager nazisti, «la cui collaborazione faceva funzionare i campi di sterminio». «Gli accordi (scellerati, ndr) – ha detto Pignatone – sono fondati sulla convenienza, e allora non basta la repressione, lo dimostra l’esperienza di questi anni. Serve invece un atteggiamento diverso da parte della società civile, io preferirei addirittura dire che serve una riscossa dell’etica individuale». Altrimenti, come nella Palermo degli anni 70, si può ipocritamente trincerarsi dietro la distinzione tra mafia buona e mafia cattiva, «distinzione che in quegli anni era moneta corrente». Poi l’affondo: «Non è che gli imprenditori abbiano sempre brillato nella ribellione contro la mafia. Ho ritrovato la prima pagina del Sole del 7 settembre 1991, che recitava “L’appello: L’impresa dichiara guerra alla mafia”. Siamo rimasti lì». «A Palermo – ha ricordato – tra il 2004 e il 2010, Addiopizzo e la Confindustria di quegli anni, venivano in procura a presentare denuncia. Quelle poche volte che è successo, lo Stato ha reagito bene. Speriamo che tornino le file dietro le nostre porte». «Nel 2010 la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia disse: il punto chiave non sono le leggi, ci bastano quelle che abbiamo, la mafia non è un problema di paura ma di convenienza».

Alessandro Galimberti

 

 

FRANCESCO GRECO

«Senza web tax è a rischio anche il welfare»

Dal fisco al welfare il passo è breve. Lo indica chiaramente il procuratore della Repubblica di Milano, Francesco Greco, per ribadire la necessità di una web tax per i giganti di internet. «Per realizzare i loro utili in Italia – chiosa Greco – questi gruppi, che amano definirsi come il nuovo mondo, utilizzano il sistema infrastrutturale costruito con le tasse degli italiani ma non lasciano una lira in questo Paese». Una vera emergenza, per il procuratore di Milano. Perché il terziario avanzato soffrirà sempre di più e cresce il rischio di una disoccupazione strutturale che lo Stato dovrà contrastare con un aumento della spesa per il welfare. Dunque la web tax «non è una questione di etica ma di sopravvivenza», dice Greco.
Il procuratore rivendica di essere riuscito, insieme alla Guardia di Finanza, all’agenzia delle Entrate e all’agenzia delle Dogane, a costringere una parte delle web company ad aderire agli accertamenti fiscali e a versare le imposte dovute. Ma per arrivare alla formulazione di una web tax, Greco ribadisce la necessità di introdurre un nuovo concetto di stabile organizzazione più adeguato ai tempi, fino a ipotizzare imposte indirette per le multinazionali del web basate sul loro vero asset: l’enorme mole informazioni che raccolgono dagli utenti. «L’acquisizione di questi dati va tassata», scandisce Greco.
L’evasione fiscale è la vera emergenza del Paese, spiega il procuratore di Milano. «Abbiamo un tax gap di 111 miliardi e una diminuzione delle notizie di reati fiscali tra il 50 e il 60%. Per questo ho chiesto l’istituzione di un monitoraggio per capire qual è l’impatto dei decreti fiscali varati due anni fa». La certezza del diritto non deve significare impunità.
Greco ha poi chiesto un nuovo codice penale bancario perché – ha detto – la Costituzione tutela il risparmio ma da quando le banche sono considerate dalla Cassazione istituzioni private, il contrasto ai reati bancari non è più adeguato. E questo anche a causa della presenza di cinque autorità di vigilanza che giocano «allo scaricabarile». Per questo la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche «non deve fare gossip ma occuparsi delle regole del sistema finanziario».

Angelo Mincuzzi

 

 

ILDA BOCCASSINI
«’Ndrangheta al Nord, presenza capillare di terza generazione»

La testimonianza di Ilda Boccassini, a capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, parte dal ricordo di ciò che ha vissuto negli anni in cui in Sicilia, prima che a Nord iniziasse Mani Pulite, c’erano le grandi inchieste contro la criminalità organizzata. «A Sud c’era una guerra che al Nord veniva ignorata – ricorda – in tribunale a Milano vedevo corridoi pieni di giornalisti e telecamere, in Sicilia c’era il vuoto, la paura di morire. Gli imprenditori venivano a raccontare solo perché c’era convenienza a farlo. Qualcuno se n’è anche approfittato, ma le file in procura derivavano dal fatto che era meglio collaborare». Questa la premessa.
Oggi Ilda Boccassini ha l’esperienza di sette anni di coordinamento delle indagine nella Dda milanese, da dove ha seguito le modalità con cui la criminalità organizzata si è insediata ed estesa in Lombardia. Forte di questo bagaglio, la procuratrice mette in guardia contro i rischi di fare dei reati di corruzione e di quelli di mafia un unico “calderone”; oppure di spingere i distretti antimafia ad occuparsi di traffici ormai abbandonati dalla criminalità organizzata, come quello dei rifiuti o il contrabbando di sigarette. «È una china pericolosa, significa non capire che esiste una differenza tra la mafia e il resto, come sottolineava Giovanni Falcone. Si utilizza la parola mafia – prosegue – come fosse un marchio pubblicitario, o perché si fa carriera con questa immagine. In realtà, se si allarga il perimetro delle competenze, le forze dell’ordine hanno un alibi per non studiare e capire più cosa sia la nuova criminalità organizzata, mentre le procure sono intasate da reati non pertinenti». Ecco dunque il metodo usato a Milano: «La mia strategia è stata quella di capire il fenomeno della nuova criminalità organizzata. Ci sono affari che non vengono più sfruttati, almeno al Nord. Mentre ci sono, invece, forme di polverizzazione dei reati, con società coperte da prestanomi insospettabili. O riti che vanno guardati con allarme, come gli incendi o i giuramenti». Boccassini infine non si dice d’accordo col termine usato per descrivere la ’ndrangheta al Nord: «Non possiamo parlare di colonizzazione, ma di forze ormai divenute capillari, con seconde o terze generazioni».
Sara Monaci

 

 

MICHELE PRESTIPINO 

«Sulle nuove mafie serve un confronto ma senza esitazioni»

Lo scorso luglio il tribunale di Roma respinge l’aggravante dell’associazione mafiosa per l’inchiesta mediaticamente conosciuta come “mafia capitale”. Il senso è che, fuori dall’alveo delle mafie cosiddette tradizionali (cosa nostra, ’ndrangheta, camorra e sacra corona unita), ai gruppi criminali – per quanto si adoperino con dinamiche mafiose – non si può contestare il reato associazione mafiosa. Nei giorni scorsi il tribunale di Ostia accoglie invece questa aggravante.
È una questione «su cui abbiamo pochi punti solidi a cui fare riferimento», dice il procuratore aggiunto di Roma, Michele Prestipino. Questo spiega la difformità delle sentenze ma soprattutto chiarisce quanto sia urgente una riflessione su questa che è «materia fluida, in divenire. E certo – dice Prestipino – dobbiamo metterci d’accordo sui parametri di interpretazione a cui fare riferimento e dobbiamo confrontarci ma stiamo attenti a non consumare il terzo ritardo storico. Il primo è stato il ritardo con cui è stata affrontata la pericolosità delle cosiddette mafie tradizionali, il secondo è stata la valutazione, anzi la sottovalutazione, della mafia al Nord, il terzo appunto rischiamo di averlo ora mentre ci attardiamo a discutere di cosa siano le nuove mafie».
Prestipino tenta una sintesi e parte da un paio di analisi storiche. Spiega quello che è accaduto in questi anni alle mafie “tradizionali”, di come hanno esportato i loro capitali e dell’urgenza che hanno avuto di appoggiarsi a segmenti della cosiddetta società civile in grado di far fruttare, occultare, rivitalizzare questi capitali. Spiega della ’ndrangheta monopolista del traffico di cocaina in Italia e nel mondo. Spiega di come i primi e i secondi si siano appoggiati, a Roma come a Milano, a gruppi criminali autoctoni e di come in questo sodalizio questi gruppi abbiano cominciato a darsi una organizzazione, persino una gerarchia, mutuata dalle vecchie mafie. Ed ancora: spiega di come queste gruppi abbiano imparato a usare quel capitale sociale messo a sistema dalle mafie blasonate. In un amalgama indistinto in cui come diceva il collaboratore di giustizia Antonio Giuffrè, che Prestipino cita, tutto si mischia, «mafiosi, colletti bianchi, spacciatori e professionisti del riciclaggio, dell’evasione».Serena Uccello

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