AXEL HUTTE, FOTOGRAFO TEDESCO (ESSEN, 1951)+++ UNA LETTURA DELLE SUE FOTOGRAFIE DI DANIELE CAPRA DA DUSSELDORF PER IL MANIFESTO DEL 19-11-2017

 

 

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2009

 

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ritratto, 2004

 

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Londra

 

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la Londra di Axel Hutte

 

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Marsiglia

 

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Francoforte 2011

 

IL MANIFESTO DEL 19-11-2017

https://ilmanifesto.it/axel-hutte-fotografie-alla-friedrich/

 

Axel Hütte, fotografie alla Friedrich

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Axel Hütte, una personale al Museum Kunstpalast di Düsseldorf: «Night and Day». Formatosi a Düsseldorf nella lezione concettuale dei Becher, trae dall’immagine paesaggistica una complessa rete di relazioni psicologiche che ricompone in una nuova «scrittura»

Axel Hütte, «Lemaire Channel-1, Antarctica», 2017

 

 

Esiste un continuo e intenso rimando alla pittura romantica tedesca e nordeuropea nella ricerca di Axel Hütte (Essen, 1951), a cui il Museum Kunstpalast di Düsseldorf dedica un’accurata ed estesa personale, curata da Ralph Goertz e visibile fino al 14 gennaio.

Night and Day raccoglie una settantina di immagini di media e grande dimensione realizzate dal fotografo tedesco – che con Struth, Candida Höfer, Ruff è uno dei più celebri allievi dei Becher proprio a Düsseldorf – nell’arco di un ventennio di viaggi in numerose parti del mondo ed alcuni nuovi scatti concepiti recentemente in una spedizione in Antartide.

Foto di paesaggio, di alberi, piante, montagne, fiumi, rocce e ponti, prive della retorica del «naturale» e della mortifera carica sensazionalistica che caratterizza molte delle immagini di genere paesaggistico, la cui unica ragion d’essere è spesso il mero trionfo di un inconsistente e passeggero dato visibile.

La mostra, allestita senza una rigida classificazione cronologica o contenutistica, apre con una decina di foto di grande formato accomunate dalla verticalità intorno a cui si struttura l’immagine: sono alternativamente piante ad alto fusto che ergono solitarie e tronchi d’albero catturati in mezzo a boschi nelle foreste tropicali del Sudamerica, uno dei continenti più indagati da Hütte a partire dagli anni novanta.

Già da subito emergono alcuni dei tratti che caratterizzano la sua poetica: il realismo, la ricerca di una cromia e una luce naturali, una costruzione dell’inquadratura che implica la tensione conoscitiva verso il soggetto, rispetto al quale Hütte produce una sintesi non-documentativa e non-rappresentativa, coinvolgendo piuttosto lo spettatore nell’universo emotivo da lui stesso sperimentato.

Il fotografo tedesco mette così in evidenza non tanto l’immagine visibile, quanto la complessa rete di relazioni psicologiche ed emozionali che essa è in grado di suscitare.

Egli cioè ricompone concettualmente gli elementi vissuti in una nuova scrittura, affinché il destinatario possa sviluppare un percorso simile al proprio e immedesimarsi in prima persona nel ritaglio di mondo esperito e successivamente scelto fotograficamente. Senza ricerca di facili effetti o di inquadrature sorprendenti.

Nelle successive sale Night and Day presenta scatti come Rio Negro, Cayo o Pico de Aguila (realizzati rispettivamente in Brasile, Belize, Venezuela), in cui Hütte rivela un approccio particolare verso il paesaggio e la geografia che lo descrive: ricorda la sensibilità e l’intima necessità di conoscenza che sono state alla base di numerose esplorazioni di Alexander von Humboldt nell’Ottocento.

Nei suoi viaggi nelle foreste pluviali e attraverso i fiumi del Sudamerica Humboldt si relazionava con ciò che vedeva come se ogni elemento, dal più piccolo dettaglio floreale alla smisurata orografia delle montagne, fosse costituente fondamentale della totalità del paesaggio; similmente Hütte avverte un marcato senso panico, che restituisce però in forma lineare, senza effetti, con la semplicità che il poeta romantico William Wordsworth avrebbe descritto nelle sue Ballate come «emozioni ricomposte nella tranquillità».

In questa esigenza espressiva in cui sostrato interiore e paesaggio finiscono per sovrapporsi, Hütte rivela modalità e metodi che rimandano direttamente all’opera di artisti come Carl Gustav Carus e Caspar David Friedrich, nei quali è centrale il senso di mistero e di «sublime» di fronte all’elemento naturale innescato dall’atto contemplativo.

Hütte sembra ereditare proprio la sensibilità degli autori del primo romanticismo tedesco, i quali nella bellezza, nella smisurata grandezza o nella forza primigenia del Landschaft trovano uno specchio incomparabile di emozioni. Come accade, ad esempio, negli scatti realizzati in Antartide quali Paradise Bay e Lemaire Channel, in cui il cielo minaccioso e i blocchi di ghiaccio sembrano condurre una battaglia epica che annuncia la venuta dell’Apocalisse.

In questi scatti, e così nelle foto (anche in bianco e nero) realizzate in agglomerati cittadini pieni di grattacieli come a Minneapolis, Atlanta, Chicago, è del tutto assente la figura umana né si vedono manufatti che permettano a chi guarda di fare un rapido confronto dimensionale con ciò che conosce.

Allo sguardo le immagini sono metricamente pure, senza parametri per un confronto, e, se si escludono gli edifici enormi sullo sfondo, non vi è elemento antropico: è così del tutto assente l’artificio della dismisura, spesso impiegato visivamente per mostrare o accentuare delle differenze di scala, e a chi guarda non rimane che perdersi senza alcun solido appiglio, proiettando silenziosamente dentro l’immagine il proprio sguardo.

Significativo, inoltre, che le foto dei grattacieli siano stampate, anziché su carta fotografica, su dei fondi specchianti: scrutando l’opera, continuamente si vede parte della propria figura riflessa, in un gioco di rimandi che rallenta di molto la lettura dell’immagine.

Alla retorica dell’ambiente selvaggio, alla pornografia di foto di paesaggio sorprendenti e mozzafiato, Axel Hütte antepone così l’idea di una prossimità tra individuo e contesto, indipendentemente dal fatto che questo sia modellato dalle forze dei venti e dell’acqua o dalle gru meccaniche e dall’acciaio.

Il suo è un tentativo di avvicinamento tra le parti; o, più probabilmente, di uno scambio di ruoli tra soggetto umano (che guarda) e contesto (l’oggetto dello sguardo).

A momenti sembra di guardare un fotogramma di Antonioni, dove la diegesi filmica implica l’ambientazione e l’ambiente condiziona l’evento, in un inatteso e originale ribaltamento reciproco.

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