DONATELLA D’IMPORZANO :: IL CENSIS DI DE RITA jr. E L’ITALIA BLOCCATA DAI RANCORI—VIRGINIA DELLA SALA, IL FATTO DEL 2 DICEMBRE 2017, pag.13

 

 

” Il Censis di De Rita jr. e l’Italia bloccata dai rancori “, Virginia Della Sala, “Il Fatto”, sabato 2 dicembre 2017 pag.13 :

“… La situazione dell’Italia è come sempre analizzata per parole- chiave: disintermediazione, crisi di rappresentanza, social network, rancore. E futuro, che ” si è incollato al presente perché ” la società ha resistito anche alla tentazione di porsi il problema della sua classe dirigente”.
” La ripresa economica degli ultimi mesi sembra indicare più che l’avvio di un nuovo ciclo di sviluppo, il completamento del ciclo precedente”: Lo sviluppo dal 2006 al 2016 è stato privo di espansione economica, ” senza ampliamento della base produttiva”. Anche se sale la produzione industriale, l’aumento dei consumi in cultura, benessere e vacanze (” benessere soggettivo) segna la distanza tra chi è andato avanti e chi è rimasto indietro. Oltre 1,6 milioni di famiglie nel 2016 erano in povertà, + 96,7% sul periodo pre-crisi.
Il rancore. Si crea quella che De Rita definisce ” l’Italia dei rancori”, frutto di una condizione strutturale di blocco della mobilità sociale”. L’87,3% degli italiani del ceto popolare, l’83,5% del ceto medio e il 71% di quello benestante è convinto che sia difficile salire nella scala sociale e l’ascensore bloccato è “una componente costitutiva della psicologia dei millennials”. La frustrazione cerca bersagli: il 45% degli italiani è contrario ad aiutare i rifugiati, quota che sale al 53% tra operai e manuali, al 50% tra i disoccupati, al 64% tra le casalinghe.
” Non abbiamo visto addensarsi una inquietudine sufficiente a determinare una crisi interna alla società”. Le tessere di CGIL, CISL e UIL si sono ridotte di oltre 180.000 tra il 2015 e il 2016, l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento. ” Un’onda di sfiducia e i gruppi sociali più destrutturati da crisi, rivoluzione tecnologica e processi della globalizzazione sono i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo”.
Intanto i decisori politici sono rimasti ” intrappolati nel brevissimo periodo”, non si occupano più di riforme sistemiche, infrastrutture, periferie, politica industriale, agenda digitale. Si sono distratti dal dovere di ascoltare e fornire stimoli ” con intelligente miscela di preparazione e di immaginazione”, limitandosi ” a risposte spesso inconsistenti”.
Non ci sono , poi, i miti positivi del passato. La tecnologia, nel vuoto strutturale, sopisce comunicazione e ideali. Se il nuovo immaginario collettivo vede ancora al primo posto il mito del posto fisso ( 38,5%), subito dopo si trovano i social network ( 28,3%), la casa di proprietà ( 26,2%) e lo smartphone (25,7%). In basso il desiderio di un buon titolo di studio ( 14,4%). Nella fascia 14-29 anni, i social sono in testa. ” Nei processi di adattamento, dalla disintermediazione all’affermazione di palinsesti mediatici introflessi verso l’io, dalla crisi della rappresentanza all’annullamento della visione politica oltre la presenza mediatica- spiega il Censis- il ruolo chiave è l’affermazione delle nuove tecnologie”. E aggiunge: “In positivo e in negativo”.

 

Un film che ho visto di recente e che si trova in molte sale italiane è ” Gli sdraiati” di Francesca Archibugi, tratto dall’omonimo libro di Michele Serra, edito pochi anni fa da Feltrinelli.
La trama si svolge a Milano: il protagonista, bene interpretato da Claudio Bisio, è un uomo di successo che presenta programmi in RAI. Anni prima, dopo la separazione, ha ottenuto l’affido condiviso e si occupa del figlio adolescente Tito. Il figlio diciassettenne, studente liceale, è circondato da una banda di suoi amici, che passano la maggior parte del tempo libero sdraiati sui divani di casa a ” cazzeggiare”, a vedere la televisione o a giocare con i videogiochi. Il padre è in rotta col figlio , ma non riesce minimamente a rompere quel muro di silenzio e di incomprensibile ostilità da parte di Tito. Anzi, ai suoi rimproveri più che giustificati ma assillanti, il figlio risponde con l’indifferenza più assoluta. Nella vita del giovane entra una ragazza, altrettanto scostante come lui verso il mondo degli adulti. Si sviluppa forse un sentimento spontaneo, soprattutto da parte del ragazzo. Ci sarà un incidente ( il ragazzo cade dal tetto della scuola) che farà ( forse, e ce lo auguriamo) avvicinare padre e figlio. A far maturare l’adolescente ci sarà anche la morte del nonno materno che, distanziato per l’età e l’esperienza dal nipote, riusciva da lui a farsi ascoltare. Forse l’esperienza di realtà, non solo vissute come spettatori, farà maturare il rapporto tra padre e figlio.
Il film, non banale, riesce a fotografare una situazione di disagio della famiglia: il capovolgimento del rapporto padre-figli, dominato da una specie di dittatura che permette tutto ai giovani e vede i padri senza strumenti per indirizzare i figli, di cui pure vedono i difetti. Forse il film può essere anche una riflessione sui rapporti che noi stessi, giovani generazioni degli anni Sessanta e Settanta, abbiamo avuto con la nostra famiglia, pur facendo le debite distinzioni storiche. I giovani borghesi di oggi non hanno in apparenza nulla con cui scontrarsi, sono appagati nei loro desideri materiali ma manca la molla per cui muoversi. Eppure, anche se i grandi ideali del Sessantotto sono stati cancellati da una realtà spietata e univoca, covano sotto la cenere per riapparire ( speriamo presto) nella realtà di tutti i giorni. Cos’è infatti quel senso di frustrazione che proviamo tutti davanti ad una serie televisiva ben confezionata o a un videogioco che ci fa sentire protagonisti anche se siamo coscienti che non lo saremo forse mai?

Donatella
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Non c’entra niente, ecc. ecc. : ieri ho visto in televisione, su RAI Storia, un film molto interessante: ” Il fondamentalista riluttante”, tratto da un libro dello scrittore pakistano Mohsin Hamid. Il regista è Mira Nair. E’ la storia di un giovane pakistano di Lahore, proveniente dalla piccola-media borghesia, che riesce ad entrare nella prestigiosa università USA di Princeton. Si laurea ” summa cum laude” in scienze economiche e viene assunto da una tra le più importanti società americane che fanno analisi finanziarie in tutto il mondo per le ditte in difficoltà. Queste analisi si traducono il più delle volte in licenziamenti di dipendenti.
Il giovane pachistano, che vive e lavora a New York, sembra integrarsi bene in questo genere di lavoro, finché non arriva l’11 settembre del 2001 con l’attentato terribile alle Torri Gemelle. Il giovane brillante laureato viene fermato più volte dalla polizia, con umilianti perquisizioni corporali, solo per il suo aspetto fisico che ne fa immediatamente un sospettato. La ragazza newyorchese, di cui si era innamorato e che sembrava corrisponderlo, si rivela invece per un’artista in cerca di ispirazione. Decisivo è il suo viaggio, per la società per cui ancora lavora, a Istambul: si tratta di un editore che è stato importante per la cultura turca,che ha fatto conoscere nel suo Paese opere del vicino Oriente, ma che ora sta fallendo. L’editore aveva a suo tempo pubblicato un libro di poesie del padre di Changer ( il giovane protagonista pakistano). La crisi esistenziale arriva al culmine: il brillante analista si rifiuta, come vorrebbe invece il suo capo, di fare fallire l’editore e sceglie di tornare in Pakistan. Qui viene assunto come docente universitario e le sue lezioni sulla società americana, di cui mette in luce gli aspetti positivi e negativi, diventano popolari tra i giovani studenti. Viene avvicinato da uomini dei servizi, sia americani che pakistani, gente che fa doppi e tripli giochi. Non cade nelle varie trappole ma in una rivolta spontanea, proprio mentre lui sta cercando di far sì che la polizia non spari, un suo studente tra i più generosi e convinti della necessità di uno Stato più indipendente dall’esercito e dagli Stati Uniti, viene colpito a morte dalla polizia pakistana. Il film termina con i funerali dell’ucciso e con i bellissimi versi, versi d’amore per esorcizzare la morte, pronunciati dal protagonista. Il film, dove c’è una tensione che sale mano a mano che si va verso la fine, è da vedere soprattutto per la conoscenza di un mondo da noi così distante. Si tratta anche, e principalmente, di una lezione di pulizia intellettuale: i bravi e i cattivi esistono solo nelle menti di chi vuole semplificare la realtà. Esistono persone reali che rifiutano, con grande travaglio personale, di non fare i ” giannizzeri”. Come spiega l’editore turco al giovane analista, i giannizzeri erano un corpo speciale alle dirette dipendenze del sultano turco: catturavano bambini cristiani nelle zone occupate, li allevavano nella fede assoluta all’Islam e poi, diventati giovani adulti, li mandavano a sterminare la loro famiglia d’origine come prova suprema di fedeltà. Il giovane pachistano non vuole essere un giannizzero per nessuno.

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Anni fa avevo visto al Museo Picasso a Parigi ( non era ancora stato ristrutturato, credo che ora sia molto più ampio) delle ceramiche dell’artista: erano le opere che più mi erano piaciute, forse perché più facilmente comprensibili.

nemo
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Bel ricordo di un maestro e amico indimenticabile. Grazie care Chiara e Donatella. Nemo

Donatella
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Il presepio, come lo chiamavamo noi da bambini, segnava una data indimenticabile nel calendario del nostro immaginario infantile. C’era la preparazione: il ghiaino da andare a prendere al mare per fare la strada che portava i pastori alla capanna, il muschio che si comprava dai fioristi, i rami di abete per lo sfondo. Poi finalmente dalla scatola che conteneva le statuine, le si estraevano e si scartavano ad una ad una: c’era la donna con la camiciola bianca, il fabbro, il caldarrostaio e, più conosciuto da tutti, Gelindo, il pastore che si era addormentato non sapendo cosa si stesse perdendo. C’è un po’ di Gelindo in tutti noi.

Donatella
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Gentile e forte Maiolino, i suoi paesi liguri mi hanno affascinato. Sono tratti che appartengono alla nostra anima.

Donatella
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L’intolleranza e il razzismo sono in gran parte frutto dell’ignoranza. Proprio per questo andrebbe potenziata la scuola di ogni grado, che oggi è in gran parte affidata alla buona volontà degli insegnanti.
Le seconde generazioni di immigrati possono riservare delle brutte sorprese ( vedi fenomeni di razzismo al contrario). Il politico, nel senso giusto di questa parola, dovrebbe guardare ad almeno una generazione o due avanti. Invece l’attuale prassi politica è tutta volta al giorno dopo. Ho sentito in una trasmissione al TG 3 che nelle isole più piccole dell’Italia, tipo Ventotene, i bambini non possono andare a scuola perché sono scomode come sede e c’è un continuo cambio di insegnanti. Ma è possibile che in Italia ci siano ancora situazioni di questo genere?

Donatella
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Che belle foto! Sono incantevoli!

Donatella
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Ovviamente non c’entra niente: ancora su “La corazzata Potèmkin”, notizie tratte da ” Odessa” di Charles King, ed.Einaudi, 2013. L’autore è uno storico e insegna alla Georgetown University ( Washington) e ha scritto cinque libri sull’Europa Orientale.
Sergej Ejzenstejn aveva solo ventisette anni quando immaginò quella che diventò la sua versione degli eventi della corazzata Potémkin. Il film gli fu commissionato dal Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica per il ventesimo anniversario della Rivoluzione del 1905, ma quando il regista iniziò il progetto, la fine dell’anno era trascorsa da qualche mese. Con la sua numerosa troupe lavorò per settimane ad Odessa e in altre parti della regione attorno al Mar Nero, servendosi dell’hotel “London” come base. Per risparmiare tempo e denaro furono utilizzati filmati d’archivio al posto delle riprese. Una curiosità: nelle immagini di repertorio furono utilizzate anche quelle di vecchie esercitazioni della marina statunitense. In particolare è visibile per pochi attimi una piccola bandiera americana. Nella corsa contro il tempo il regista tagliò quindicimila metri di pellicola, riuscendo a realizzare un lungometraggio di circa settanta minuti. L’elemento centrale della narrazione è la carneficina sulla scalinata di Odessa. Schiere di soldati e di Cosacchi fanno fuoco sui lavoratori in sciopero. In realtà, non esiste memoria popolare di un massacro sulla scalinata al culmine delle violenze del 1905. Le sparatorie più violente avvennero in altri punti della città e coinvolsero non solo i militari, ma anche una serie di squadre armate spontaneamente organizzate dai cittadini per difendersi contro i banditi e i fautori dei pogrom. L’idea della scena della scalinata di Odessa probabilmente è nata da un’illustrazione che il regista aveva trovato in una rivista francese mentre a Mosca faceva le ricerche preliminari per il film. Nell’interpretazione di Ejzenstejn l’avvenimento più cruento del 1905, l’uccisione di centinaia di ebrei, viene lasciato in ombra. Odessa, dove gli ebrei venivano massacrati per strada, nel film diventa una città ammirata per la solidarietà tra lavoratori e per la sua stoica opposizione al governo repressivo dello Zar. E’, a dir poco, una ricostruzione grandiosa, ma arbitraria. Vedendo il film muto di Ejzenstejn il pubblico sovietico assistette alla nascita del proprio paese, una nazione rivoluzionaria che guardava a ritroso agli eroi e ai martiri del 1905. Quando il film uscì nel 1925, l’Unione Sovietica era succeduta all’Impero Russo e governava ormai su gran parte della costa del Mar Nero, Odessa compresa. Ma era un Paese senza storia. La sua ideologia esaltava la gioventù e rifiutava il passato ed erano questi i segni distintivi del nuovo ordine politico e sociale. Il fondatore, Lenin, era ormai morto, la sua eredità era incerta e uno stuolo di ex cortigiani era in lizza per il potere. L’ammutinamento della corazzata Potémkin, interpretata dal talento di Ejzenstejn, mettendo in scena la serie di eventi che erano stati il preludio dei cambiamenti trionfanti dell’ottobre 1917, diventò la Bibbia della Rivoluzione bolscevica. Odessa fu una delle ultime località in cui fu proiettato il film. Era stato programmato a Mosca al teatro Bolscioj e nel Primo Cinema, della casa di produzione Sovkino, nel dicembre del 1925 e nel gennaio del 1926. Quando le star cinematografiche americane Douglas Fairbanks e Mary Pickford lo videro durante una visita nell’Unione Sovietica quell’estate, sollecitarono la sua esportazione all’estero. Charlie Chaplin dichiarò che era il miglior film di tutto il mondo. Ben presto fu proiettato in locali gremiti ad Atlantic City, nel New Jersey, e infine arrivò ad Odessa alla fine dell’anno. In altre città dell’Unione Sovietica, proiettato in locali semivuoti, era stato scambiato per un arido documentario. A Odessa ebbe un istantaneo successo.

Donatella
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Sempre a proposito di “The square”, mi ha colpito positivamente il modo con cui in Svezia viene trattata l’arte: non c’è, almeno nel film, tutta quella prosopopea da cui l’arte e il mondo che le gira attorno, almeno da noi, è circondata. L’arte, almeno quella moderna di cui si parla nel film, sembra qualcosa di fruibile da parte di tutti e soprattutto chi ci lavora sembra una persona normale.

Donatella
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Bellissima questa poesia : In ognuno la traccia di ognuno, per il bene od il male…Ognuno stampato da ognuno.

Donatella
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Soprattutto siamo diabolicamente attratti a credere quello che conferma quanto pensiamo. E’ una piaga grossa da curare per ognuno di noi.

Chiara Salvini
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93.45.2.112In risposta a nemo.

Sono proprio contenta che l’abbiate letto e commentato (e, parola per parola, così bene…) perché Donatella lo fa fotocopiare e lo manda a suo fratello: così lui vedrà che voi- dell’Anpi di Bordighera – avete letto e apprezzato, ciao un abbraccio anche alla figlia di Enzo, chiara

Donatella
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La critica che ho letto, sicuramente raffinata e ” pomposa” ( aggettivo che viene usato per definire il direttore del museo ) è più complicata, a mio parere, che il film stesso. Secondo me il film vuol fare vedere la differenza tra quello che uno pensa, in perfetta buona fede, e la realtà. Sicuramente la realtà è più sfaccettata, più dolorosa di quello che una persona, fondamentalmente buona e onesta, come l’interprete del film, si immagina. Il ragazzino che chiede che sia ripristinato il suo onore, perché non ha rubato, è il personaggio giusto che non può essere derubato della sua fede in un mondo ideale. Anche le figlie del direttore del museo sembrano volere che giustizia sia fatta, forse immedesimandosi nel loro coetaneo, pur così distante socialmente. Alla fine il direttore si dimetterà, preso da una profonda crisi, che gli ha rivelato una umanità e un mondo distantissimi da lui. Ci sono più elementi che arricchiscono la trama, ad esempio l’ironia con cui viene trattata ( ma è lievissima) l’arte contemporanea. E’ sicuramente un film con diversi filoni di interpretazione, ma direi che non è così complicato come vorrebbero farcelo apparire.

Donatella
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Non c’entra niente, ma visto che mi trovo qui vorrei esprimere la mia opinione sul film “The square”, di Robert Ostlund, svedese, vincitore della Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes. Protagonista del film è Christian, curatore di un importante museo di arte contemporanea a Stoccolma, padre amorevole di due bambine. Nel museo c’è grande fermento per il debutto di un’installazione chiamata “The Square”, praticamente un quadrato illuminato dentro il quale idealmente tutti quelli che ci entrano hanno pari diritti e pari doveri. Non solo, se qualcuno entra nel quadrato e chiede aiuto al prossimo, i passanti devono soccorrerlo, chiunque esso sia. Il film è giocato sul contrasto tra gli ideali, di cui Christian è sincero sostenitore, e il comportamento quotidiano . Tutto si scatena quando due imbroglioni si accostano nella piazza a Christian e, con la scusa della richiesta di aiuto, gli rubano portafoglio, cellulare e documenti. Adesso è lui ad essere bisognoso almeno di un cellulare per chiedere aiuto, ma nessuno glielo presta. Con indagini che compie lui stesso riesce a sapere dove abita il presunto ladro, mette dei volantini di minaccia nelle caselle postali del palazzo a tutti gli inquilini e il malloppo gli viene restituito. Un ragazzino- sembrerebbe un figlio di immigrati- ha visto chi è stato a mettere i volantini e va a chiedergli di restituirgli il suo onore, perché i suoi genitori, credendolo colpevole del misfatto, lo hanno punito. Christian, persona perbene e pensante, idealista e cinico contemporaneamente, si trova in una grossa crisi, messo continuamente in discussione dalle distanze abissali tra i primi e gli ultimi di una società pur caratterizzata da un ottimo welfare. Alla fine Christian dovrà scegliere, dopo avere conosciuto meglio se stesso. Un episodio reale sta alla base del film: nel 2014 il regista, insieme a Kalle Boman, produttore e professore di cinema all’Università di Gòteborg, aveva creato un’installazione simile a quella di cui si parla nel film, attualmente al centro della piazza di Varnamo, paese nel sud della Svezia. L’opera ruota attorno all’idea che l’armonia sociale dipende da scelte semplici ma impegnative che ognuno di noi compie ogni giorno. Il quadrato ideale, all’inizio posto nel museo, è un’isola in cui ognuno deve avere fiducia dell’altro. I visitatori devono scegliere tra ” mi fido” e “non mi fido”. La maggior parte sceglie ” mi fido”, tranne avere poi i sudori freddi quando le viene chiesto di lasciare il portafoglio e il cellulare sul pavimento del museo.

Donatella
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Sono completamente d’accordo con quanto dice Marco Revelli. Stando così le cose, alle prossime elezioni politiche, voterò alla sinistra del PD, anche se si tratta di un movimento-partito che deve crescere e che deve scrostarsi di dosso l’autoreferenzialità, condurre veramente insieme a chi ci crede tra le persone le battaglie fondamentali: educazione, lavoro con ripristino delle garanzie per i lavoratori, sanità davvero accessibile a tutti, profondo cambiamento dell’Europa che finora è stata in mano alla Commissione europea con predominanza esclusiva degli interessi economici della Germania ( alla faccia del Parlamento europeo che abbiamo eletto, ma che non ha nessun potere decisionale). La Grecia è già stata rovinata, impediamo che altri stati facciano la stessa fine a beneficio di una Germania che ha acquistato a prezzi stracciati i beni rimasti del povero Paese ellenico, impedendogli di fatto di rialzarsi. Le prospettive di successo sono scarse, ma se crediamo che il sistema attuale sia profondamente ingiusto, bisogna andare avanti, secondo me, rivendicando quello che riteniamo indispensabile per una democrazia meno ingiusta ( e penso che molte persone che oggi non vanno a votare tornerebbero a fare valere la propria opinione). Il PD è ormai un partito in mano a Renzi e alla sua cerchia di potere, anche se al suo interno ci sono senz’altro persone degne. Renzi non mollerà, finché non sarà esautorato e non sarà facile, perché la rete di signorsì che ha creato sarà dura che abbandoni le posizioni di privilegio. Inoltre tutti sanno, soprattutto i suoi protetti, che è estremamente vendicativo verso chi lo critica. Un pensierino di speranza: anche col referendum sulla Costituzione pensavamo di non farcela, eppure il no ha vinto, certamente con una mole di lavoro generoso, pur avendo quasi tutti i media contro o incerti. C’è qualcosa di buono se ciò è accaduto.

Donatella
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La poesia ha delle belle immagini: ” come se vera
/ luce dentro consentisse di vedere/ luce fuori”.

E’ vero che se qualcuno osserva con piacere e curiosità il mondo ed ha una qualche luce che lo spinge all’attenzione ” amorevole”, la conoscenza è anche amore per il ” fuori” di noi,

nemo
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79.21.73.101

Drammatica, coinvolgente, preziosa questa straordinaria ricostruzione storica dell’eccidio nazista di Poggio. Da parte di un testimone d’eccezione, allora giovanissimo ma già ‘grande’ per effetto della guerra e delle sue nefandezze. Grazie a Franco D’Imporzano. E anche un vivo ringraziamento a Donatella e a Chiara, da Nemo.

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