leonetta bentivoglio intervista saleem ashkar, pianista (nazareth, 1976), suona::: beethoven sonata n. 14 in C-sharp minor op. 27 ( SE VI è PIACIUTO, CONTINUA CON UN ALTRO CONCERTO…)

 

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SALEEM ASHKAR,  (Nazareth, 1976)

LA REPUBBLICA DI VENERDI’ PAG. 42

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Ashkar “Arabi cristiani e ebrei uniti in musica a Nazareth”

LEONETTA BENTIVOGLIO,

Intervista di

ROMA

Immaginatevi un ragazzo innamorato della musica “alla follia” (sarà lui a confessarlo).

Immaginate che cresca in una città straziata dai conflitti i cui abitanti sono arabi d’Israele. E che in quella città priva di musica si metta a suonare il pianoforte senza trovare nessuno che voglia assistere alla sua strana attività. E vada quindi in giro mobilitando le persone, sollecitandole singolarmente per la strada. Immaginate che via via, lungo un lento processo di contagio, giungano in molti ai suoi concerti, accorgendosi che quello spazio d’ascolto può avere un senso per la mente e il cuore.

«A sette anni entrai in contatto con la musica grazie ai dischi», racconta Saleem Abboud Ashkar, oggi pianista di calibro internazionale, «e davo il tormento ai miei affinché mi facessero studiare. Mi mandarono a Londra e poi a Hannover, e dai vent’anni compresi che la musica doveva fiorire anche a Nazareth, mia città natale. Trascinavo la gente, motivavo chiunque. Li guidavo letteralmente per mano ai concerti da camera che organizzavo con colleghi musicisti in arrivo da altre parti d’Israele. Ci ho messo tanto, è stata dura. Ma oggi Nazareth è fiorita musicalmente».

Lei adesso abita in Germania. Come lavora per la vita musicale della sua città?

«A Nazareth vado in continuazione. Lì stanno i miei genitori e mio fratello Nabeel, violinista, insieme al quale ho istituito la Polyphony Foundation, artefice della Galilean Chamber Orchestra e di un Conservatorio frequentato da arabi, cristiani ed ebrei. Molte centinaia di bambini, oggi, suonano uno strumento a Nazareth, dove c’è un’ottima orchestra infantile».

Uomo bruno e intenso, sulla quarantina, con malinconico sguardo di velluto, Ashkar si è affermato lavorando con maestri quali Barenboim, Mehta, Muti e Chailly, e facendosi accogliere dalle più famose orchestre del pianeta. Ora incide con la Decca (uscirà in febbraio il suo secondo cd dell’integrale delle Sonate di Beethoven) ed esegue «circa una cinquantina di concerti all’anno in Europa, Nord America, Australia e Giappone».

Durante la prima gioventù è stato operativo nella West-Eastern Divan Orchestra di Daniel Barenboim, dove arabi ed ebrei suonano insieme.

Il progetto realizzato a Nazareth è paragonabile alla Divan?

«No. La Galilean non è un’orchestra simbolica. Non è un vessillo. Non è un manifesto politico. È una vivace attività che alimenta una fetta concreta della nostra particolare società».

Nella Divan si svolgono meeting collettivi programmati per indurre a discutere di politica i suoi membri.

«Niente di tutto ciò accade nella Galilean. Le discussioni ci sono, ma avvengono solo a livello personale».

Barenboim sostiene che dalla musica scaturiscono nessi capaci di porre nuove basi d’incontro anche in politica.

«Io invece non mi faccio illusioni.

Non penso che la musica abbia effetti di questo tipo, e vedo che la maggior parte dei governanti israeliani restano politicamente idioti. Accecati da mere prospettive di potere. L’infelicità per quanto accade in Israele è immensa. Però la musica è una dimensione che migliora le esistenze. Riempie l’atmosfera di bellezza. Nutre i sogni.

Ammorbidisce la comprensione reciproca. Non modella la realtà, ma offre agli individui una preziosa alternativa all’interno della vita quotidiana».

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