UN OMAGGIO DI AMMIRAZIONE ALLA SEZIONE ANPI EMILIO DILIGENTI DI LISSONE::: se avete pazienza di leggere, sembra di starci dentro…grazie!

 

 

 

 

 

ANPI DI LISSONE (40 MIN. DA MILANO)

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Giovanni Emilio Diligenti: partigiano in Brianza

22 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissonePublié dans #Resistenza italiana

In occasione del 25 aprile, 69° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, pubblichiamo una testimonianza di Giovanni Emilio Diligenti (1924–1998) sulla sua attività di resistente negli anni dal 1943 al 1945.

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Il precoce contatto col mondo del lavoro e dell’antifascismo

«Sono nato a Milano nel 1924, ma dall’infanzia abitai a Monza. Ero maggiore di sei fratelli. Mio padre, ragioniere, proveniva da una famiglia piccolo borghese di Siena. Mia madre invece era di provenienza operaia e lavorò alla Magneti Marelli fino al 1930. Io feci a quattordici anni il mio ingresso in fabbrica. A sedici, e cioè nel 1940, venni assunto dal cappellificio Vezzani, dove lavoravo 15-16 ore al giorno come meccanico addetto alla manutenzione dei macchinari.

Il mio capo reparto era Amedeo Ferrari: non era un caso, anzi era stato lui a farmi entrare in quella fabbrica. Fin dalla più tenera età, infatti, ero cresciuto all’ombra del fondatore del Pci in Brianza.

La mia famiglia abitava in via Beccaria 13 e la nostra casa era attigua a quella dove Ferrari venne ad abitare nel settembre del 1929, dopo aver scontato i due anni di carcere a cui era stato condannato dal Tribunale Speciale.

Era inevitabile che dai Ferrari ci sentissimo quasi come nella nostra seconda casa, tanto più che il “vecchio” anche se metteva una certa soggezione, non era tipo da spaventarci, nonostante la sua alta statura e la sua faccia seria. Anzi, Ferrari esercitava un suo fascino su di noi, sia per il temperamento generoso che non poteva non manifestarsi anche verso i ragazzi, sia per il suo carattere profondamente umano.

Nel 1936 Ferrari si trasferì in via Amati 22 (corte Venturelli), al primo piano. Qui, si può dire, il movimento comunista brianzolo trovò la sua sede centrale, il suo punto di riferimento e di direzione. Non bisogna dimenticare, poi, che il 1936 fu l’anno delle guerre d’Etiopia e di Spagna.

 

Fu un periodo di intensa attività politica e organizzativa: i legami del “centro” di Monza col resto della Brianza si estesero notevolmente. Avevo dodici anni, ma ricordo di aver visto giungere nella casa di Amedeo Ferrari un gran numero di compagni e di antifascisti: da Cavenago Giovanni Frigerio, Felice Brambilla, Erba e Raineri, Fumagalli; da Caponago Besana e Brambilla; da Burago Casiraghi (“Lisandrin”); da Omate Davide Pirola, Giovanni Ronchi e Berto Girardelli; da Bernareggio, Tornaghi (“Piscinin”) e Stucchi (“Bersagliere”); da Concorezzo Domenico Cogliati e Casiraghi; da Vimercate Frigerio e Scaccabarozzi.

Erano loro che, in mezzo a mille rischi, costruivano poco a poco le cellule comuniste nei rispettivi paesi; lo stesso lavoro era svolto da Novati e Mascheroni a Desio, da Figini e Fumagalli (“Marsell”) a Muggiò, da Vanzati a Vedano, da Leonardo Vismara a Lissone. Si riuscì anche a impiantare una specie di tipografia clandestina dotata di un ciclostile a Omate, nella casa di Pirola, che era in piazza Principe Trivulzio.

 

La conferma della vitalità del movimento clandestino giunse quando maturò la necessità della costituzione delle Brigate Internazionali per la Spagna. Anche Monza e la Brianza diedero il loro contributo, inviando sul fronte spagnolo, per la difesa della libertà e della democrazia dall’attacco fascista, i comunisti Spada dì Monza, Pirotta e Farina di Villasanta, Vismara di Lissone e Frigerio di Vimercate.

L’organizzazione clandestina antifascista, cogli incontri al caffè “Romano” di via Carlo Alberto ai quali partecipavano, fra gli altri, Citterio, Stucchi, Antonio Passerini, entrava in una nuova fase: quella della costituzione di una rete organizzativa permanente, di una più intensa e organica attività politica e di proselitismo, di un continuo allargamento e approfondimento dei temi politici.

 

Il periodo tra la guerra d’Etiopia e lo scoppio del conflitto mondiale fu quindi caratterizzato da un’intensa attività dei comunisti brianzoli, che gettarono le basi della lotta antifascista e di liberazione. Era un continuo susseguirsi di riunioni, due delle quali mi rimasero particolarmente impresse. La prima ebbe luogo al Parco (in località San Giorgio) nell’estate del 1938 per discutere un ordine del giorno riguardante i collegamenti e l’organizzazione del partito (relatore Ferrari).

L’altra si svolse a Bernareggio nel dicembre del 1939 presso il bar “Francolin”, con la scusa di mangiare la lepre in salmì. Si trattò di una specie di “Comitato di Zona” del Pci con un ordine del giorno particolarmente importante, che comprendeva l’esame della situazione politica dopo lo scoppio della guerra e la firma del patto di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica. Inoltre, da un punto di vista organizzativo, in quella riunione vennero posti in discussione i collegamenti con le fabbriche. Fra i partecipanti, ricordo Ferrari che era il relatore, Brambilla di Cavenago, Tornaghi e Stucchi di Bernareggio, Cogliati di Concorezzo e Casiraghi di Burago. Mio fratello Aldo, il figlio di Ferrari, Vladirniro e io, sia nella prima che nella seconda riunione ci trovammo sul posto col compito di fare la guardia e la spola in bicicletta nei dintorni, per segnalare eventuali movimenti della polizia fascista.

Ferrari mi chiamava spesso e mi dava una lettera, incaricandomi di portarla a qualcuno: Colombo (“Colombina”), Broggi, Caccia, Ferruccio, Messa; oppure mi inviava da un “signore” al quale avrei dovuto consegnare “certi” plichi. Attraverso questi contatti ebbi modo di conoscere diversi compagni e antifascisti, tra i quali Gianni Citterio.

 

In seguito alla riunione del dicembre 1939, il Pci estendeva i collegamenti con le fabbriche: per esempio con la Singer (dove operavano Mentasti, Nanni e Amaglio), la CGS (fratelli Ratti), la Gilera (Melloni) e la Pirelli (Gandini).

Nello stesso tempo diventavano sempre più stretti i rapporti con gli altri partiti antifascisti, cosicché in casa di Ferrari s’incontravano ogni giorno facce nuove: l’avv. Scali, Nino Ratti, Enrico Mauri, Colombo, Sala, Gandini, il giudice Gambalò, “Tom” Beretta, il farmacista Carlo Casanova e Antonio Passerini.

In via Pallavicini, nella casa di Emilio Ghisolfi, insegnante, ebbe inizio in quel periodo anche la scuola di Partito. Ai primi corsi parteciparono con me Vladimiro Ferrari, mio fratello Aldo e Franco Varisco. D’estate questi corsi erano condotti da Carlo Sala, un vecchio militante comunista, ex confinato a Ventotene.

Le lezioni si tenevano in un prato antistante lo stabilimento di cascami Santamaria, nei pressi del passaggio a livello di via Buonarroti.

 

Anche il movimento giovanile acquistò nuova ampiezza; fra i nomi nuovi di giovani antifascisti che allora cominciai a conoscere credo debbano essere ricordati quelli dei compagni Silvio Arosio (“Silvietto”), Cavalli (“Spoldi”), Aurelio Sioli (“Lo Studente”), Barbieri, Franco Varisco e Alberto Colombo, nipote di Ferrari. In conclusione, si può affermare che alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia il movimento comunista di Monza e della Brianza era un centro di vita e di lotta politica abbastanza organizzato ed efficiente. Per i compagni che avevano bisogno di aiuto funzionava il Soccorso Rosso, il cui recapito era presso il piccolo stabilimento del padre di Citterio, “La Musicografica”, in via Volta, dove aveva pure sede la redazione monzese de “L’Unità”.

Ferrari aveva anche fatto ricorso a un’efficace attività di copertura. Aveva fondato la società sportiva dei “Giovani calciatori”, con sede presso il caffè Venturelli, in via Amati. La presenza sempre più estesa ed articolata del partito impose la necessità di sdoppiare il centro di direzione di Monza: Ferrari restò in contatto con la Brianza orientale, mentre il gruppo di Enrico Bracesco, Nino Ratti e Feliciano Gerosa mantenne i legami con l’altra parte della Brianza. A Carlo Bracesco, coadiuvato dalla cognata Matilde, dalla moglie Maria e dal figlio Emilio, venne inoltre affidata la direzione del Soccorso Rosso. Quando Mussolini decise di entrare in guerra, sui muri di Monza comparve un manifesto: “10 giugno 1924: assassinio Matteotti – 10 giugno 1940: Guerra fascista”.

Per quest’azione la città era stata divisa fra due gruppi: quello di Ferrari, che comprendeva suo figlio Vladimiro, me, mio fratello Aldo e Franco Varisco, operò nelle vie adiacenti Largo Mazzini spingendosi poi, lungo corso Milano, fino al Molinetto; l’altro gruppo, capeggiato dal socialista Casanova e da Buzzelli, si occupò dell’affissione dei manifesti partendo da piazza Roma per spingersi fino al tribunale e oltre il Ponte dei Leoni.

 

Un episodio analogo si ebbe un anno dopo, in seguito all’aggressione tedesca all’Unione Sovietica (22 giugno 1941). Ci riunimmo di notte in casa mia; erano presenti Varisco, Ferrari e suo figlio, mio fratello Aldo e io. Ferrari mi comunicò ufficialmente che facevo parte del partito e passammo subito all’azione.

Con l’occorrente, pennelli e vernice, ci portammo, camminando a piedi, fino a Brugherio, all’incrocio della “Carrozzetta” di Monza col tram di Vimercate, per scrivere sull’asfalto e sui muri nei luoghi più frequentati dagli operai: «W l’armata rossa»; «Morte al nazismo»; «W Stalin».

Nel frattempo la “tipografia” di Omate stampava notte e giorno materiale di propaganda, ma in misura insufficiente, per cui squadre di giovani, di notte, si riunivano per riprodurre altro materiale scrivendo a mano, a “ricalco”.

Spesso mi recavo anch’io a Omate, di notte, per ciclostilare volantini di cui poi curavo la distribuzione. Ero infatti diventato la staffetta di collegamento con tutti i paesi della Brianza.

 

Venni anche nominato responsabile dei giovani comunisti, coi quali intensificai la propaganda: scrivevamo sui muri, affiggevamo manifesti, lanciavamo volantini nei cinematografi.

Anche le riunioni clandestine divennero più frequenti; me ne ricordo in particolare una, tenutasi a casa mia, perché vi partecipò, oltre a Ferrari e a Citterio, anche Giuseppe Gaeta, che era il vice-segretario della Federazione milanese del partito. Terminata la riunione, che ebbe luogo verso la fine del 1942 o all’inizio del 1943, Gaeta si fermò a casa mia e per tutta la notte, mentre a turno facevamo la guardia, ci parlò dello situazione politica in Unione Sovietica.

Poco dopo, nel gennaio 1943, Ferrari fu arrestato, ma venne rilasciato dopo una decina di giorni.

 

Erano i tempi della disfatta nazifascista in Africa e a Stalingrado; si stava avvicinando il crollo del fascismo e gli operai decisero di affrettarlo. Nel marzo 1943 anche a Monza ebbero luogo i primi scioperi dopo vent’anni di dittatura. Alla loro riuscita contribuì in misura notevole il capillare lavoro organizzativo di Enrico Mentasti. È da segnalare particolarmente il fatto che gli operai della Hensemberger e della Singer non si limitarono a presentare rivendicazioni economiche, ma chiesero esplicitamente la destituzione del governo Mussolini e la fine della guerra.

Le loro aspirazioni sembrarono realizzarsi di lì a poco: la sera del 25 luglio si diffuse la notizia della caduta di Mussolini. Il giorno successivo, a mezzogiorno, io e Varisco, partendo dal “Molinetto” percorremmo le vie di Monza su un “tandem” per lanciare volantini tra la popolazione che si era riversata per le strade. Giunti ai negozi Motta, nei pressi dell’Arengario, fummo inseguiti da alcuni militari che, a un certo punto, in corso Vittorio Emanuele, ci spararono pure una fucilata. La popolazione indignata li circondò impedendo loro di inseguirci. Un episodio analogo succedeva in via Italia. Il compagno Arosio di Muggiò, mentre distribuiva gli stessi volantini, veniva arrestato. Ma anche qui numerosi cittadini costringevano i militari a rilasciarlo.

Un folto corteo percorse le vie di Monza con bandiere rosse e tricolori inneggiando alla caduta del fascismo e reclamando la fine della guerra. Mentre il governo Badoglio si mostrava indeciso sulla via da seguire, i tedeschi preparavano l’invasione del Paese, portandola rapidamente a conclusione all’annuncio dell’armistizio».

(continua)

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Giovanni Emilio Diligenti: partigiano in Brianza (parte II)

22 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissonePublié dans #Resistenza italiana

Le prime azioni partigiane nel lecchese, nel varesotto e a Milano

 

Fiume-Adda-retro.jpg«L’8 settembre cominciò la guerra partigiana. Gianni Citterio parlò ai monzesi dal balcone del municipio in piazza Carducci. Si raccolsero adesioni alla “guardia nazionale”. Un gruppo di antifascisti riuscì a impadronirsi delle prime armi presso la caserma Pastrengo.

lo non fui diretto testimone di quegli avvenimenti, poiché mi trovavo a Cremona dov’ero stato chiamato 15 giorni prima a prestare il servizio militare. Ero in un reparto di artiglieria e l’8 settembre il comandante della mia batteria decise di non capitolare senza combattere; con una ventina di altre reclute sparai sui tedeschi sino a mezzogiorno.

Poi la resa e il campo di concentramento a Mantova, in cui rimasi per poco tempo. Fuggii con altri compagni da un tunnel che portava al Mincio e tornai a Monza.

 

Mi incontrai subito con Ferrari, nella casa di suo fratello Luigi, in via Pallavicini, ed esaminammo insieme la situazione. L’occupazione tedesca si era già consolidata. A Monza riprese la sua feroce attività il famigerato squadrista Luigi Gatti, detto Gino, responsabile di numerosi omicidi a partire dal 1920.

Ferrari decise infine di unirsi alla formazione partigiana dislocata al Pian dei Resinelli. Non era giovane come me, che non avevo ancora vent’anni; lui ormai ne aveva 48, eppure, senz’alcuna esitazione, stabilì di intraprendere la dura e pericolosa vita del partigiano, in montagna. Presa la decisione, partimmo subito, la mattina seguente, all’alba. Alla stazione di Lecco c’era ad aspettarci il compagno “Farfallino” (poi fucilato dai fascisti), che ci accompagnò alla Capanna Stoppani, dove aveva la sua base la “banda” partigiana e dove trovammo altri antifascisti brianzoli.

Brianza-dai-monti-lecchesi.JPGLa zona montana in cui erano dislocati i reparti partigiani era di considerevole importanza strategica: vi passavano le statali dello Spluga e dello Stelvio, vie di transito per la Svizzera, e la ferrovia della Valtellina. Si può pertanto capire la preoccupazione del comando tedesco, che fece affluire nella zona due battaglioni di alpini germanici di stanza a Bassano del Grappa, dando inizio il 17 ottobre a un vastissimo rastrellamento.

Partendo da Mandello, da val Calolden, da val Grande e dalla rotabile del Lario, i tedeschi, dopo aver bloccato i centri abitati, tentarono di accerchiare i reparti partigiani, che ebbero però l’ordine di ripiegare per far fallire il tentativo nemico di eliminare con un’unica, grandiosa operazione tutte le forze partigiane dalla bassa Valtellina alla Bergamasca. Infatti, ripiegammo lentamente, sparando con parsimonia, a colpo sicuro, e ingaggiando talvolta brevi ma violentissimi combattimenti per permettere lo sganciamento di altri gruppi. Il 18 ottobre, per esempio, il gruppo “Grassi” di Campo de’ Boi e la formazione “Stoppani” costrinsero i tedeschi a ripiegare a valle in seguito alla vittoriosa resistenza opposta all’Alpe di Cassin, Balisio e nella zona di Pasturo.

 

Il giorno successivo si ebbero altri scontri alla Bocchetta di Erna, a Campo de’ Boi, a Costa Balasca e al Passo del Fo’. Il 20 ottobre, quarto e ultimo giorno della battaglia, nuovi combattimenti si ebbero a Cascina Stoppani, a Cascina Monzese e a Cascina Grassi. Lo stesso giorno i partigiani completarono l’operazione di sganciamento, dirigendosi a piccoli gruppi verso il Nord, mentre i reparti tedeschi sfogavano la loro rabbia incendiando case, baite, fienili, e imprigionando un centinaio di civili accusati d’aver aiutato i partigiani. Tra i tedeschi si ebbero 11 morti e 32 feriti, tra i partigiani 4 morti, 5 feriti, 20 prigionieri – quasi tutti ex-prigionieri di guerra Alleati -. Da notare che nessun partigiano armato era stato catturato dal nemico.

Mi aggirai su quelle montagne assieme ad altri otto compagni, per tre giorni e due notti; i pastori ci informavano dei movimenti delle truppe tedesche, aiutandoci a sfuggire alle loro ricerche. Infine a Brivio trovammo un barcaiolo che ci traghettò sull’altra sponda dell’Adda, contentissimo di aiutare coloro che si battevano contro “quei cani di tedeschi e di fascisti”. Costeggiando la statale N° 36, io e mio fratello Aldo raggiungemmo a piedi Usmate e da lì Cavenago, roccaforte antifascista e base partigiana. Ci rifugiammo in casa del compagno Raineri Fumagalli, in attesa di riprendere i contatti con l’organizzazione clandestina. Ferrari non era con noi, perché qualche giorno prima del rastrellamento era sceso a Lecco per partecipare a una riunione del locale CLN, presieduta dal compagno Gabriele Invernizzi».

 

La battaglia sul San Martino

san-Martino.jpg«Un mese dopo mio fratello e io partecipammo a un’altra battaglia, quella di S. Martino, dove ci aveva inviati l’organizzazione clandestina comunista. Nella fortezza di S. Martino, sopra Varese, si era stanziato il gruppo Cinque Giornate, costituito poco dopo l’armistizio dal colonnello Carlo Croce. La formazione era composta per lo più da ex-avieri ed ex-ufficiali, ma in seguito vi affluirono molti operai di Cinisello Balsamo e di Brugherio, inviati dall’organizzazione clandestina di Sesto S. Giovanni.

Il colonnello Croce e gli ufficiali che guidavano la formazione si dichiaravano genericamente “badogliani” e seguivano una linea “attesista”. Il reparto si era impossessato di una notevole quantità d’armi e di viveri con una serie di riuscite operazioni, come quella alla caserma della guardia di Finanza a Luino. Tutto era stato raccolto nella fortezza, che avrebbe dovuto diventare una base inespugnabile da cui sarebbe partita, in concomitanza con l’arrivo delle truppe alleate, la decisiva offensiva contro i nazi-fascisti.

 

Inutilmente Gianni Citterio, inviato dal CLNAI, cercò di convincere il colonnello Croce della necessità di dislocare le forze partigiane – circa centocinquanta uomini – in gruppi meno numerosi e più mobili, localizzati in diversi punti strategici. Prevalse purtroppo la mentalità degli ufficiali, illusi di aver creato una base inattacabile.

Lo sbaglio fu pagato a caro prezzo: il 14 novembre più di duemila tedeschi mossero all’attacco, appoggiati da cannoni, mortai e anche da tre Stukas. La resistenza durò quarantotto ore, al termine delle quali il gruppo Cinque Giornate si disperse; la maggior parte dei suoi componenti si rifugiò in Svizzera. I partigiani morti in combattimento furono appena due, mentre trentasei furono fucilati dopo la cattura. Ben più pesanti le perdite nemiche: duecentoquaranta morti e un apparecchio (fui testimone oculare dell’abbattimento dello Stukas: un partigiano robustissimo, un vero gigante, prese sulle spalle una delle dieci mitragliatrici Breda pesanti di cui era fornito il reparto, fungendo da piazzola semovente; due altri sostenevano i piedi della mitragliatrice e un quarto sparava, finché riuscì a colpire l’aereo.

 

La difesa ad oltranza della posizione, concezione che esulava da una corretta conduzione della guerriglia, aveva sì provocato gravissime perdite tra le truppe attaccanti, ma aveva anche causato la fine di una formazione che, per la qualità e la quantità di mezzi e di uomini, avrebbe potuto rappresentare una grossa spina nel fianco dei nazi-fascisti per ancora molto tempo. Durante la battaglia fui ferito alla gamba destra: la pallottola mi fu estratta con un paio di forbici da don Mario Limonta, un sacerdote di Concorezzo che fungeva da cappellano e dal medico del gruppo. Di notte, don Limonta cercò di guidare me ed altri sei partigiani feriti nella discesa verso la pianura. L’impresa mi riuscì difficile, perché la ferita mi impediva di camminare, cosicché mio fratello Aldo dovette caricarmi sulle sue spalle. Dopo un po’ perdemmo i contatti con gli altri feriti ma, sia pure a fatica, raggiungemmo la provinciale.

Attraversata la strada a una curva, procedendo un po’ carponi e un po’ sulle spalle di Aldo, arrivammo in un paese dove, all’alba, salimmo su un trenino che ci portò a Varese. Da qui in ferrovia a Saronno, poi in corriera a Monza e infine di nuovo a Cavenago. Nascosto in casa di Fumagalli, fui curato da Innocente e Mario, rispettivamente cugino e fratello di Raineri. In seguito, per ragioni di sicurezza e per curare meglio la ferita, fui trasferito a Milano dal compagno Giacinto Parodi. In via Padova al 26, Parodi aveva un laboratorio artigiano di guarnizioni, mentre la sua abitazione era al n° 40 della stessa via.

 

In casa di Parodi fui curato da un medico che mi guarì completamente. Ristabilitomi, l’organizzazione clandestina del partito mi inviò nuovamente nel Lecchese. Con Aldo e due compagni che abitavano in via Brembo a Milano (Lucio e il fratello minore di Chiesa) fummo ospitati per una settimana in casa di un compagno macellaio di Castello di Lecco e poi ci recammo sul “Prà Pelà” ad Airuno. Qui ritrovai Ferrari insieme a Chiesa (Leo) e a una decina di partigiani sovietici e jugoslavi “disertori” della Todt tedesca, che l’organizzazione clandestina di Monza aveva inviato in quella formazione. Più tardi ci raggiunse anche Livio Cesana di Biassono.

A gennaio venne a farci visita Gianni Citterio che, dopo aver discusso coi comandanti Ferrari e Chiesa, ripartì il mattino seguente, Fu l’ultima volta che vidi Citterio, che era ormai diventato uno dei massimi esponenti del Partito. La notizia della sua morte me la comunicò il dottor Casanova, nella farmacia al Ponte di via Lecco.

 

Ero sceso dalla montagna per prendere contatti con alcune nostre “basi” di pianura a Cavenago, Omate, Vimercate, Bernareggio, ecc. (bisognava predisporre l’organizzazione delle Brigate Sap), e per ritirare in farmacia una pomata a base di zolfo contro una fastidiosa malattia, la scabbia, da cui molti partigiani erano affetti.

La formazione del “Prà Pelà” non ebbe una vita molto lunga. Dopo una ventina di giorni arrivò un contadino trafelato, che ci avvisò che i fascisti erano giunti in forze in paese e si preparavano a salire. Ferrari e Chiesa decisero di sganciarsi subito, anche perché, ci dissero, Citterio aveva dato disposizioni in tal senso, tenuto conto del fatto che con noi vi erano i sovietici e gli jugoslavi, che dovevano essere inviati in altre località. L’intera formazione, sedici uomini in tutto, riuscì a eludere l’attacco nemico.

Soltanto Lucio, che si era slogato una caviglia alcuni giorni prima, fu catturato dai fascisti; lo avevamo nascosto in casa di un contadino, ma fu scoperto e arrestato, nonostante il contadino avesse spinto la sua solidarietà fino al punto di dichiarare che era un suo parente, sbandato dopo l’armistizio. Lucio fu inviato in un campo di concentramento tedesco. Intanto noi, passando attraverso i boschi, riuscimmo a raggiungere la pianura sul far della sera. Nascoste le armi nel fienile di un contadino appartenente all’organizzazione della Resistenza, a sera inoltrata, su un carro bestiame, viaggiammo fino alla stazione di Usmate-Velate. Poi, a piedi, camminando tutta la notte, arrivammo ancora a Cavenago, dove il compagno “Zobi” ci alloggiò nella sua stalla.

Rimanemmo a Cavenago alcuni giorni, finché l’organizzazione del partito inviò i sovietici e gli jugoslavi in montagna, Ferrari in Val Grande, io e mio fratello a Milano ancora da Parodi, i due fratelli Chiesa in altra località».

(continua)

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Giovanni Emilio Diligenti: partigiano in Brianza (parte III)

22 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissonePublié dans #Resistenza italiana

Nei Gap (Gruppi di azione patriottica) a Milano

«A Milano rimasi fino al marzo 1944 militando nei Gap, che erano i nuclei clandestini per eccellenza. Ogni Gap era composto da tre o quattro uomini; solo il comandante era collegato col comando dei Gap esistente in città.

Le precauzioni cospirative erano ferree e scrupolosamente rispettate: io e mio fratello venivamo presentati da Parodi come suoi cugini di Ovada, suo paese di origine, a tutti i militanti antifascisti con cui avevamo occasione di incontrarci. Avevamo inoltre documenti falsi, da cui non potevamo risultare renitenti alla leva o sbandati dopo l’armistizio. Aldo aveva veramente i diciott’anni risultanti dai documenti e, quanto a me, la corporatura minuta e il viso, ancora da ragazzino, convincevano anche le guardie fasciste che talvolta mi fermavano della veridicità di quei diciassette anni assegnatimi dai nostri falsificatori.

 

Fra le azioni compiute dai Gap, ne ricordo in particolare una per un pericoloso incidente che si verificò. Erano i primi giorni di marzo e si stava svolgendo in tutt’Italia il grandioso sciopero generale proclamato dal CLNAI. Era necessario appoggiare, con atti di sabotaggio, lo sciopero dei tranvieri per cui Parodi, mio fratello e io ricevemmo l’ordine di far saltare con la dinamite gli scambi dei tram di piazzale Loreto.

Avevamo avuto quattro tubi di dinamite, numerati, appositamente preparati dai nostri artificieri per esplodere simultaneamente. Senonché, mentre stavamo innescando il terzo, uno dei due tubi già sistemati esplose all’improvviso. In fretta innescammo le due ultime cariche e via a gambe levate, verso il laboratorio di Parodi, a 300 metri da piazzale Loreto. Ancor oggi non riusciamo a spiegarci cosa fosse accaduto.

Durante la permanenza da Parodi presi parte a qualche altra azione: disarmo di fascisti che a sera inoltrata si trovavano isolati per le strade; affissione di volantini e manifesti antifascisti; lancio di chiodi a tre punte costruiti in modo particolare perché, comunque cadessero per terra, una punta rimaneva sempre rivolta verso l’alto e quindi, penetrando nelle ruote degli automezzi tedeschi e fascisti, ne faceva scoppiare il pneumatico. Ebbi anche l’occasione di conoscere alcuni antifascisti milanesi amici di Parodi, fra i quali, in particolare, Giovanni “l’infermiere” che veniva per curare Parodi e approfittava dell’occasione per farci delle vere lezioni di antifascismo. Conosceva bene la storia del movimento operaio e delle sue lotte perché era stato anche lui “all’università degli antifascisti”, cioè in carcere. Oltre a lui, conobbi in quel periodo Tino Camera, Tonino Abba e altri».

 

La costituzione della Divisione “Fiume Adda”

«La mia esperienza gappista ebbe termine alla fine di marzo, quando il partito mi mandò di nuovo in Brianza per preparare la costituzione delle Sap (Squadre di azione patriottica), che formeranno in seguito le Brigate Garibaldi inquadrate nella Divisione “Fiume Adda”.

giornale SAP provincia Milano

I tempi erano ormai maturi per intensificare la lotta armata anche in pianura. Nei primi mesi del 1944 il movimento partigiano era una forza reale, radicata nella popolazione e gli stessi Alleati erano costretti a riconoscerlo. Le “missioni” paracadutate dal Comando alleato scoprirono un’Italia nuova, con valli libere e organizzate, con migliaia di uomini armati, con migliaia di caduti. I partigiani c’erano e combattevano seriamente contro i nazi-fascisti. Strappando loro le armi, avevano meritato quelle degli .anglo-americani. Le richieste dei partigiani agli Alleati erano sempre le stesse: armi, e la prova del fuoco per gli uomini. Contemporaneamente, la Resistenza si organizzava anche sul piano politico; sorgevano dovunque i Comitati di liberazione nazionale, espressione dei partiti antifascisti. Nei primi mesi del 1944 si stavano intensificando anche le lotte operaie, che si esprimevano non solo con gli scioperi, ma pure con ripetuti atti di sabotaggio alla produzione bellica.

In questo quadro si inseriva la necessità di estendere la guerriglia anche in pianura, affiancandola e coordinandola alle lotte operaie. Occorreva attaccare le vie di comunicazione (strade, ponti, linee ferroviarie) e compiere azioni contro i reparti nazi-fascisti nei paesi, nei loro posti di ritrovo e di transito, nelle loro caserme.

 

Venni dunque inviato in Brianza dal Comando delle Brigate d’assalto Garibaldi per costituirvi i primi distaccamenti delle Sap; ricevettero lo stesso incarico mio fratello, Giordano Cipriani (“Bassi” Contardo Verdi, Andrea Galliani e Mascetti.

Prendemmo dapprima contatto a Monza con i compagni Rinaldo Vegetti e “Comin”, che ci ospitarono per qualche giorno nella loro stalla alla cascina San Bernardo, in viale Libertà. Poi Vegetti ci accompagnò a Concorezzo dal compagno Casiraghi, un artigiano generoso e coraggioso. Egli non esitò un attimo ad accoglierci in casa sua, ben sapendo il grave rischio cui andava incontro unitamente alla sua famiglia. Iscritto al Pci dal 1921, era originario di Burago Molgora, un centro rosso della Brianza Vimercatese. In casa sua passavano molti partigiani e molti appartenenti all’organizzazione clandestina. Veniva Albertino Paleari a ritirare la stampa clandestina del Pci che giungeva direttamente a Concorezzo da Milano; da Trezzo d’Adda veniva con lo stesso compito Luigi Radaelli (“Gigio”). Casiraghi aveva ospitato per due notti anche Ferrari, prima della sua partenza per la Val Grande. Facendo “visite” saltuarie in casa Casiraghi (di volta in volta eravamo a Vimercate da Levati, a Ornate da Berto Gilardelli, a Cavenago da Fumagalli, “Zobi” e altri, a Burago da “zio Modesto”, a Gorgonzola, ecc.), ci mettemmo subito al lavoro. I documenti falsi, indispensabili a causa dei nostri frequenti spostamenti, ci venivano forniti anche dalla figlia di Casiraghi, Iride, una ragazzina di diciassette anni che dopo la Liberazione diventò mia moglie. Iride lavorava alle poste ed ebbe così modo di conoscere un impiegato del Comune, da cui si procurava le carte d’identità false.

 

A Concorezzo, in casa del compagno Rurali, vicino. alla Roggia Ghiringhella, installammo il Comando della 103aBrigata Garibaldi; il Comandante era Verdi (“Ciro”), il vice-comandante io, il vice-commissario mio fratello Aldo.

Iniziammo il raggruppamento delle squadre di distaccamenti. Vennero costituiti quello di Vimercate (comandante: Igino Rota), Concorezzo (comandante: Adriano Radaelli; commissario: Ottorino Cereda), Brugherio (comandante: Nando Mandelli), Cavenago (Comandante: Mario Fumagalli), Trezzo, Arcore, Bernareggio, Caponago, Omate, Ornago, Rossino.

Non era soltanto un’attività organizzativa. Man mano che si formavano i distaccamenti si agiva, si effettuavano azioni di guerra: disarmo di fascisti; assalti notturni alle caserme e ai posti di blocco; sabotaggi alle linee ferroviarie e lancio sulle strade di chiodi a tre punte; blocchi e at­tacchi a convogli tedeschi e fascisti sull’autostrada Milano-Bergamo, In un’operazione di quest’ultimo tipo rimase ferito Tommaso Crippa (“Maso”) del distaccamento di Concorezzo; fu portato all’ospedale di Vimercate dove, curato e protetto da medici e suore appartenenti alla Resistenza, dovettero amputargli una gamba.

 

Il primo distaccamento che si costituì fu quello di Vimercate, dove alcuni “vecchi” antifascisti (Frigerio, Scaccabarozzi, Galbusera e altri ancora) avevano già riorganizzato le file del movimento clandestino, nel quale era entrato un giovane deciso e coraggioso, di poche parole, ma efficaci e precise: Igino Rota. Fu lui a informare il Comando dell’esistenza a Vimercate di alcuni giovani disposti a combattere; occorreva però organizzarli e armarli. La loro base era il cascinale del “Mancino”, a poca distanza dalla provinciale Milano-Trezzo-Bergamo.

Io stesso consegnai un pomeriggio a Rota due mitra Beretta calibro 9, dopo averli portati a Vimercate avvolti in un sacco legato sulla canna di una bicicletta. In poco tempo si formò il distaccamento, comandato da “Acciaio”, lo pseudonimo assunto da Rota.

Gli altri componenti erano: Mario Cazzaniga, Emilio Cereda, Pierino Colombo, Carlo Levati, Aldo Motta, Renato Pellegatta, Luigi Ronchi, Verderio e infine mio fratello Aldo e io. Consideravamo componente del distaccamento anche Enrico Assi, un giovane sacerdote di Vimercate, oggi vescovo.

Parecchie furono le azioni compiute dal distaccamento di Vimercate, al quale il Comando affidava quasi sempre le imprese più impegnative e rischiose. Sabotaggi alla linea ferroviaria Milano-Lecco-Sondrio, attacchi alle colonne nazi-fasciste, in particolare sull’autostrada Milano-Bergamo e sulla statale 36, disarmo di soldati nemici, recupero di armi. Ma le operazioni più importanti furono gli attacchi alla caserma della G.N.R. di Vaprio d’Adda e al campo di aviazione di Arcore».

 

Gli attacchi alla caserma della G.N.R. di Vaprio d’Adda e al campo di aviazione di Arcore

«L’azione di Vaprio, svoltasi il 6 ottobre 1944, fu compiuta dal distaccamento di Vimercate assieme a reparti della 119aBrigata Garibaldi, che operava nella Brianza Occidentale al comando di Alberto Gabellini (“Walter”).

 

Travestiti da fascisti, di notte, disarmammo la ronda mentre stava uscendo da un caffè nel centro del paese; portammo i tre fascisti catturati alla loro caserma e li costringemmo, sotto la minaccia delle armi, a dire la parola d’ordine alla guardia che s’era affacciata allo spioncino. L’improvvisa irruzione di una decina di partigiani sorprese i militi fascisti che stavano mangiando, ignari e incapaci di immaginare che i partigiani potessero osare tanto. Dopo pochi attimi i fascisti, una quindicina, erano a mani in alto addossati al muro, pieni di paura. Avevamo ricevuto ordini precisi, in base ai quali dovevamo giustiziare il comandante lasciando liberi tutti gli altri fascisti. Ebbene, quando i nostri compagni scovarono il brigadiere che comandava la caserma, il “bandito” Gabellini non fu capace di eseguire l’ordine. Si accontentò di assestargli un poderoso calcio nel sedere e di ammonirlo: «Non farti incontrare un’altra volta sulla mia strada».

manifesto-Pessano-fucilazione-Walter.JPG“Walter” sarà fucilato a Pessano il 9 marzo 1945 assieme ad altri sei partigiani (Angelo Barzago, Romeo Cerizza, Claudio Cesana, Dante Cesana, Mario Vago, Angelo Viganò). Catturati in seguito a una spiata, i sette “banditi”, come venivano chiamati i partigiani dai fascisti, furono condannati a morte. Una ricerca condotta dal Comitato Antifascista di Pessano così ricostruisce la loro morte: «I sette partigiani vengono lasciati sul carro tutto coperto. Luigi Gatti, gerarca di Monza, legge la sentenza di morte: i banditi sono rei confessi di appartenere al movimento insurrezionale; di aver svolto attività terroristica e rapine a mano armata. Poi il Maggiore Wernik dà ordine di affiggere ai muri di Pessano il manifesto della incriminazione e fucilazione. Alle ore 17,45 viene gridato l’ordine di procedere, il carrozzone parte seguito da una macchina berlina. Il corteo passa per le vie Vittorio Veneto, Vittorio Emanuele e Monte Grappa fermandosi davanti a casa Colombo. Luigi Gatti fa allineare gli altri contro il muro. Sulla riva del torrente Molgora due fascisti con il loro Mab spianato sono già pronti a sparare. Alle ore 18.00 due violente raffiche di mitra lacerano l’aria. È testimoniato che tra la prima e la seconda raffica Gabellini, il famoso Walter, ha il tempo di gridare: «SPARATE SU DI ME, VIGLIACCHI, NON SU QUESTI RAGAZZI». Vago, Mario, Cesana, Cerizza e altri riescono a sussurare: «VIVA L’ITALIA! VIVA I PARTIGIANI!». Poi i sette corpi cadono a terra».

Così morì “Walter” che, iscritto da tempo al Pci, aveva conosciuto per alcuni anni le galere fasciste per la sua attività e, pur combattendo coraggiosamente, non si sentiva di odiare nessuno. La 103a Brigata Garibaldi aveva assunto il nome di suo padre, Vincenzo, ucciso e pugnalate dai fascisti e abbandonato in una roggia a Cambiago, nel 1921.

 

Igino Rota morì durante un’azione al campo d’aviazione di Arcore. La sera del 20 ottobre 1944 il distaccamento che lui comandava si riunì nella base per studiare in tutti i dettagli l’attacco all’aeroporto, avvalendosi delle preziose informazioni fornite dai CLN di Arcore e di Vimercate. Stabilito il piano, verso le dieci di sera, sei partigiani, travestiti da repubblichini e armati di mitra, si incamminarono in fila indiana lungo il bordo della strada provinciale Oreno-Arcore, avvicinandosi all’aeroporto.

1944-20-ott-campo-volo-Arcore-aereo-distrutto.JPGGli altri componenti del distaccamento e un gruppo di giovanissimi patrioti del Fronte della gioventù si diressero verso l’obiettivo attraverso i campi.

I sei partigiani fecero irruzione nella sede del corpo di guardia, immobilizzando le dieci sentinelle fasciste. Tagliati i fili del telefono e lasciato un garibaldino di guardia, il gruppetto si ricongiunse con gli altri partecipanti all’azione e tutti insieme si diressero verso gli hangar. Le torce elettriche illuminarono cinque aerosiluranti tipo Savoia Marchetti 79, pronti a spiccare il volo per le loro missioni di morte. Dopo aver ammucchiato intorno agli apparecchi bidoni di olio lubrificante, fusti di benzina, bombole di acetilene e di ossigeno e tutto il materiale infiammabile che riuscimmo a scovare, lanciammo alcune bottiglie “molotov”.

Ormai lontani, nei campi, sentimmo violente esplosioni e scorgemmo bagliori accecanti che illuminavano l’obiettivo della nostra azione. L’operazione, conclusasi con la distruzione di tutti gli aerei, meritò una citazione solenne da parte del Comando di Divisione e venne menzionata anche nel corso del notiziario trasmesso dr Radio Londra.

 

Due mesi dopo, il 29 dicembre 1944 il distaccamento decise di ripetere l’attacco. Si unirono a noi alcuni partigiani del Fronte della gioventù e della 13a Brigata del Popolo, la formazione dei cattolici vimercatesi guidata da Felice Sirtori. Ci dividemmo in due squadre: la prima, al comando di “Acciaio”, doveva disarmare la ronda forzare l’ingresso nel campo e infine catturare tutti i militi del presidio; a questo punto sarebbe entrata in azione la seconda squadra, guidata da Carlo Levati, con il compito di distruggere gli apparecchi.

Stava già concludendosi la prima fa e dell’attacco quando un banale incidente fece fallire l’operazione, causando la morte di Igino Rota. L’ultima sentinella, disarmata davanti alla sede del presidio, riuscì a dare l’allarme, cosicché la sorpresa non fu completa. Nello scontro con i fascisti, il comandante del distaccamento fu abbattuto da una raffica di mitra. Immediatamente iniziò una furibonda sparatoria. I militari fascisti non ancora catturati erano asseragliati nella palazzina del comando e da qui sparavano a zero con tutte le armi automatiche a loro disposizione; noi rispondevamo al fuoco, nel disperato tentativo di recuperare il corpo del nostro comandante, essendo ormai impossibile concludere l’operazione prefissata. Tutto, però, fu inutile, perché il nostro armamento era inferiore e inoltre eravamo in una posizione precaria, in mezzo al campo, illuminato dalla luna piena, assolutamente allo scoperto. Fu perciò necessario ritirarsi, lasciando in mani fasciste il corpo di Rota. Le perdite del nemico non furono mai comunicate ufficialmente ma, da notizie raccolte dai CLN di Arcore e di Vimercate, risultò che almeno dieci furono i fascisti messi fuori combattimento.

 

ordine-fucilazione-5-partigiani-Vimercate.JPGPurtroppo, il triste bilancio dell’azione non si limitò alla perdita di “Acciaio”: identificato il caduto, divenne facile per i fascisti, aiutati da una spia del luogo, risalire alla cerchia di conoscenti e amici di Rota. Perquisizioni, arresti, interrogatori, minacce e lusinghe ai familiari portarono alla cattura di una parte dei componenti il distaccamento nella notte tra l’1 e il 2 gennaio 1945, poche ore prima che ci si ritrovasse per spostarci in un’altra zona e sottrarci alle ricerche. Riuscirono a sfuggire all’arresto solamente pochi partigiani, tra cui Carlo Levati, che si lanciò seminudo dalla finestra al primo piano della sua abitazione e percorse a piedi nudi otto chilometri nei campi ricoperti di neve, prima di trovare rifugio nella base di Cavenago.

Arrestati, interrogati, torturati, i giovani patrioti vennero poi rìnchiusi nelle carceri milanesi di San Vittore. Qui, la mattina del 2 febbraio, sfogliando il “Corriere della Sera” i familiari che attendevano davanti al portone per consegnare ai loro cari viveri e capi di vestiario appresero la tremenda notizia: Cereda, Colombo, Motta, Pellegatta e Ronchi erano stati fucilati alle quattro del mattino nello stesso aeroporto di Arcore che aveva visto le loro imprese.

 

Il tribunale fascista di Milano che aveva emesso la sentenza condannò a trent’anni di carcere, data la minore età, altri quattro giovanissimi patrioti, appartenenti al Fronte della gioventù, che vennero liberati dai partigiani il 25 aprile. Anche don Enrico Assi, in due riprese, e Felice Sirtori furono arrestati; in particolare, il comandante della 13a Brigata del Popolo fu torturato a lungo nelle carceri di Monza, ma i fascisti non riuscirono a strappargli né un nome né un’informazione e furono così costretti a rilasciarlo dopo alcune settimane.

Fu un momento terribile per la 103a Brigata Garibaldi: alla perdita di compagni con cui avevamo condiviso rischi, trepidazioni, gioie e dolori, si aggiungeva la dissoluzione del distaccamento di Vimercate, il più attivo della Brigata. Coloro che riuscirono a sottrarsi alla cattura si diedero alla macchia, mentre io fui inviato nella 105aBrigata, sempre in qualità di vice-comandante. Rimasi nel distaccamento di Gorgonzola fino alla liberazione, che era ormai vicina».

 

Emilio Diligenti assessore.jpgAlla fine della guerra, smessi i panni del partigiano, Emilio Diligenti cominciò subito la sua attività come segretario della Camera del Lavoro di Lissone e dopo qualche tempo fu eletto Consigliere comunale della nostra città. In seguito fu Consigliere provinciale e quindi Assessore. Nel 1981 fu premiato dalla Provincia di Milano con il premio Isimbardi per aver “costantemente lottato per la progressiva attuazione degli ideali di giustizia sociale, unendo alle capacità di iniziativa dinamica e realizzatrice, l’interesse per la storia della Brianza”. Emilio Diligenti ci ha lasciato un importante libro sulla storia del nostro territorio, scritto con l’amico giornalista Alfredo Pozzi, dal titolo “La Brianza in un secolo di storia italiana (1848-1945)”.

libro-Storia-della-Brianza.jpg

La nostra Sezione A.N.P.I. di Lissone è a lui intitolata.

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Una risposta a UN OMAGGIO DI AMMIRAZIONE ALLA SEZIONE ANPI EMILIO DILIGENTI DI LISSONE::: se avete pazienza di leggere, sembra di starci dentro…grazie!

  1. Donatella scrive:

    Sembra impossibile che un popolo anestetizzato da vent’anni di fascismo abbia trovato tanto coraggio, sfidando in continuazione la morte. L’ANPI è tutt’ora uno dei pochi baluardi della memoria antifascista e si è rinnovata, continuando anche ai giorni nostri a lavorare per un mondo migliore. C’è chi invece ha svenduto tutto. A questo proposito un piccolo aneddoto: quest’anno, alla manifestazione del 25 aprile a Milano, il PD è sfilato con bandierine azzurre, forse alludendo alla bandiera europea. Alcuni nostri conoscenti e compagni (?) agitavano mestamente quelle bandierine e alla richiesta nostra di spiegazioni, ci rispondevano che era arrivato questo ordine dal partito. Forse a prova che del centralismo democratico è rimasto unicamente un ottuso e vuoto centralismo.

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