ALCUNI BRANI SIGNIFICATIVI DA VICTOR FRANKL, UNO PSICOLOGO NEI LAGER —BLOG. LIBERO.IT / SALOTTO BLU

 

 

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Viktor Frankl- Uno psicologo nei Lager

Post n°223 pubblicato il 27 Gennaio 2015 da Cherrysl

 

 

 

 

 

 

Variando si potrebbe dire: la maggior parte degli uomini nel Lager credeva di aver perso la capacità di autentiche realizzazioni, mentre queste . dipendevano da ciò che uno sapeva fare della vita nel Lager: vegetare, come migliaia di internati, o invece, come i pochi, i rari, vincere interiormente…

Qualche internato intraprese questo tentativo istintivamente, di sua propria iniziativa. Quasi tutti avevano qualcosa che li sorreggeva: un pezzo di futuro. L’uomo ha invero un carattere peculiare: può esistere solo nella visuale del futuro; dunque, in un certo senso, sub specie aeternitatis. Nei momenti più difficili della sua esistenza, il prigioniero cerca rifugio in questa visuale del futuro. Spesso ciò avviene sotto forma di trucco. Per quanto mi concerne, ricordo la seguente esperienza: quasi piangendo per i dolori ai piedi feriti, che avevo costretto nelle scarpe sfasciate, per il gelo rigidissimo e per il freddo vento contrario, percorrevo zoppicando in una lunga colonna, i due, tre chilometri dal Lager al posto di lavoro. Il mio spirito rifletteva senza posa sui mille piccoli problemi della nostra misera vita di prigionieri: che ci sarà da mangiare stasera? Non è meglio cambiare la fetta di salame, che forse ci daranno come quota supplementare, con un pezzo di pane? Devo cercare di vendere l’ultima sigaretta rimasta del « premio » di 14 giorni fa, per una scodella di minestra? Dove trovo un pezzo di fu di ferro, per sostituire quello che mi serve da stninga per le scarpe e che s’è rotto? Capiterò ora, sul posto di lavoro, con il solito gruppo, o con un altro, agli ordini di un capo operaio rabbioso e manesco? E che cosa potrei intraprendere per guadagnarmi il favore di un certo Kapo, che potrebbe aiutarmi nella realizzazione di un’incredibile fortuna, impiegandomi come operaio nel Lager stesso e togliendomi dall’incubo di questa terribile marcia quotidiana? Mi dà ormai la nausea, l’orrenda coercizione che ogni giorno, ogni ora, incatena il mio pensiero solo a questi problemi.

E allora uso un trucco: improvvisamente mi vedo in una sala per conferenze: ben illuminata, bella, calda; sono sul podio.

Davanti a me, un pubblico interessato e attento, in comode poltrone — e parlo. Parlo e tengo una conferenza sulla psicologia del campo di concentramento! E tutto ciò che mi tormenta e m’opprime, risulta obiettivato, visto e descritto da un superiore punto di vista scientifico. Riesco così a pormi, in qualche modo, al di sopra della situazione, al di sopra del presente e del suo dolore, guardandolo come se fosse il passato e come se io stesso, con tutti i miei dolori, fossi oggetto di un interessante esame psicologico-scientifico, che svolgo personalmente. Che cosa dice Spinoza nella sua Etica?«Un moto dello spirito, che è una sofferenza, cessa di essere una sofferenza, non appena ce ne facciamo un’idea chiara e distinta » (Etica, parte V,Sulla potenza dello spirito o la libertà umana, III assioma).

Viktor  Frankl, Uno psicologo nei lager, Ares, pag. 126

Chi si arrende

Chi invece non sa credere più nel futuro, nel suo futuro, in un campo di concentramento è perduto. Con il futuro perde anche il sostegno spirituale, si lascia cadere interiormente e decade tanto nel fisico, quanto nello spirito. Quasi sempre il crollo avviene in modo subitaneo, sotto forma di una specie di crisi, i cui sintorni sono ben noti all’internato con un minimo d’esperienza. Ognuno di noi temeva — non per sé, sarebbe stato ormai superfluo, ma per i suoi amici — il momento in cui la crisi sarebbe apparsa. In genere succedeva questo: un giorno il detenuto in questione restava sdraiato nella baracca, e non era possibile convincerlo a vestirsi, andare nella stanza da bagno, venire sulla piazza dell’appello. Quando si arriva a questo punto, nulla ha più effetto, nulla può spaventare —né preghiere, né minacce, né botte — tutto è inutile. Quell’uomo resta semplicemente sdraiato, quasi non si muove e quando la crisi è conseguenza di una malattia, rifiuta di lasciarsi portare all’ambulatorio o di intraprendere qualsiasi altra cosa per sé. Si arrende! Resta sdraiato persino nella sua urina e nelle sue feci; non si preoccupa più di nulla.

Viktor  Frankl, Uno psicologo nei lager, Ares, pag. 126

Evadere dalle idee fisse del carcerato

C’è un caso sul quale mi fece riflettere il medico capo del nostro Lager: nella settimana tra il Natale 1944 e il Capodanno 1945, avevamo avuto una mortalità mai riscontrata fino ad allora, nel nostro Lager. Anch’egli era convinto che il fenomeno non dipendesse nè da aggravate condizioni di lavoro, nè dal cibo più scadente, né da un mutamento del clima o da nuove epidemie; mi disse invece che si doveva ricondurre questa morte in massa a un certo dato di fatto: quasi tutti i detenuti si erano cullati nell’usuale, ingenua speranza di poter essere a casa per Natale. Allorché i giornali diedero notizie assai poco rassicuranti, mentre questa data s’avvicinava sempre di più, l’internato era preso da un generale sconforto e da una grave delusione, i cui influssi pericolosi sulla forza di resistenza dei detenuti si fecero sentire proprio nell’altissima mortalità di quel periodo.

Viktor  Frankl, Uno psicologo nei lager, Ares, pag. 129

 

Chi ha un perché per vivere, sopporta quasi ogni come

Tutti gli sforzi psicoterapeutici e d’igiene mentale, rivolti ai detenuti, dovrebbero obbedire a un motto, espresso con grande chiarezza nelle parole di Nietzsche:

« Chi ha un perché per vivere, sopporta quasi ogni come ».

Si doveva dunque, quando si presentava una buona occasione, qualche volta, qua e là, chiarire agli internati il « perché » della loro vita, per far sì che fossero interiormente all’altezza del terribile « come » del loro presente, degli spaventi di una vita nel Lager, affinché potessero affrontare tutto con coraggio. E viceversa: guai a chi non trovava più uno scopo di vita, non aveva un contenuto di vita, non scorgeva nessuno scopo nella sua esistenza; svaniva il significato del suo essere, perdeva ogni senso anche la resistenza. Questa gente, privata di ogni possibile sostegno, si lasciò presto cadere. Di conseguenza, la frase con la quale demolivano tutti gli argomenti che avrebbero potuto infondere coraggio ricusando qualsiasi conforto, era sempre: « Ormai non posso sperare più nulla dalla vita ». Che cosa possiamo rispondere?

 

 

Viktor  Frankl, Uno psicologo nei lager, Ares, pag. 131

 

Dolore e sofferenza

Qualora il destino concreto ìnfligga all’uomo un dolore, egli dovrà vedere anche nel dolore un còmpito, anch’esso unico. Persino di fronte al dolore, l’uomo deve giungere alla consapevolezza di essere unico e originale, per così dire, in tutto l’universo, con questo suo destino di dolore. Nessuno glielo può togliere, nessuno può assumere questa sofferenza in vece sua. La possibilità di una prestazione originale sta proprio nel « come » l’individuo colpito da questo destino sopporta la sua sofferenza. Per noi, nel Lager, non si trattava di speculazioni teoriche. Questi pensieri erano la sola cosa in grado di aiutarci ancora! Poiché erano questi pensieri che ci evitavano la disperazione, quando ormai non si vedeva più nessuna via di salvezza. Da moltissimo tempo non ci chiedevamo quale fosse il senso della vita, nella formulazione ingenua del problema di chi pensa solo alla realizzazione di uno scopo, producendo qualcosa di creativo. A noi premeva di ricercare il senso dell’esistenza come un tutto che comprende anche la morte e non garantisce solo il senso della « vita », ma anche il senso della sofferenza e della morte: per questo senso abbiamo lottato!

E dopo che ci fu rivelato il senso della sofferenza, rifiutammo persino di minimizzare o abbellire i moltissimi dolori della vita nel Lager, « reprimendoli » o cercando scampo nelle illusioni — per esempio attraverso un ottimismo a buon mercato o spasmodico. Per noi anché la sofferenza era diventata un compito, e non volevamo sottrarci più al suo senso. La sofferenza ci aveva rivelato il suo carattere di conquista — quel carattere di conquista che ha mosso Rilke ad esclamare: « Quante cose abbiamo da soffrire », così come abitualmente si dice: « Quante cose restano da fare ‘». Come altri parlano di un « lavoro costruttivo », così Rilke parla qui di « sofferenza creativa ».

In effetti vi fu per noi moltb dolore da assumere. Era dunque necessario guardare le cose, quel cumulo di dolori, per così dire, negli occhi, nonostante il pericolo di diventare « fiacco », di cedere, qualche volta, alle lacrime. Non c’era da vergognarsi: le lacrime erano la garanzia di avere il coraggio più grande, il coraggio di soffrire!

Solo pochissimi lo sapevano; confessavano, vergognosi, qualche volta, d’avere pianto ancora come quel compagno, al quale domandai come avesse fatto sparire i suoi edemi (da fame) e che ammise: « Me li sono pianti… ».

 

 

 

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