PAOLO BERIZZI, REP. 11-02-2018 ::: I MILLE REATI DI ODIO CHE AVVELENANO L’ITALIA ::: 853 CASI DAL 2015 AL 2017, PIU’ DI 284 ALL’ANNO (SOTTO::: NOTIZIE SU PAOLO BERIZZI, OGGI SOTTO PROTEZIONE…)

 

 

QUARTAPAGINA

Il rapporto
La mappa dell’emergenza
I mille crimini d’odio che avvelenano l’Italia
PAOLO BERIZZI, (NOTIZIE SOTTO)

 MILANO

 

L’olio nero del nostalgismo, della xenofobia, dell’odio razziale.

L’Italia come un pentolone dove ribollono istinti che sfociano nell’intimidazione e nella violenza discriminatoria di matrice nazifascista. Lazio al primo posto.

Seguono Lombardia ed Emilia Romagna. E poi Toscana, Veneto, Friuli Venezia Giulia. Sono le regioni che negli ultimi anni hanno fatto da teatro al maggior numero di episodi di reati d’odio.

Una deriva geograficamente trasversale. Ma con una differente incidenza nelle varie aree del Paese. Complessivamente: 853 casi in tre anni: dal 2015 a tutto il 2017. Più di 284 all’anno. Quasi uno ogni due giorni. La mappa nera emerge da una ricognizione voluta dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, presso le corti d’appello italiane: un monitoraggio che Repubblica è in grado di anticipare e che adesso, dopo il razzismo terrorista di Macerata, rivela quanto sia alto nel nostro Paese il rischio, almeno potenziale, che altre situazioni simili possano deflagrare. Perché è intuibile che, a fronte di un quadro giudiziario «numericamente significativo» — come lo definisce il Guardasigilli — siano ancora e chissà quanto più numerosi i casi che accadono ma che non lasciano traccia perché non vengono denunciati: per paura o per omertà. E dunque non arrivano in tribunale. Che sul tema dei reati d’odio avrebbe avviato un “censimento” presso gli uffici giudiziari, Orlando l’aveva promesso a dicembre, nel mezzo del dibattito politico seguito al blitz squadrista dei militanti del Veneto Fronte Skinhead nella sede dell’associazione pro-migranti Como Senza Frontiere. Adesso con le informazioni raccolte dalle 26 Corti d’appello italiane (alcune sezioni distaccate hanno fornito i dati con comunicazioni separate), il quadro si compone. La classifica dei distretti giudiziari — stando al numero dei procedimenti iscritti nell’ultimo triennio — è guidata da Roma (circoscrizione del Lazio) con 202 processi. Subito dietro c’è Milano con 134. Poi viene l’Emilia Romagna: i giudici bolognesi hanno preso in esame 157 procedimenti. Novantanove in più di Firenze (57) che sta sopra Venezia (34). Poi ci sono Torino (31 casi), Palermo (21), Catania (14) e Caltanisetta (4); e la Campania con 27 procedimenti (14 Napoli, 13 Salerno). In alcune regioni del Sud il fenomeno sembrerebbe più circoscritto: sono solo 7 i processi istruiti nelle due corti d’appello pugliesi (Bari e Lecce, quest’ultima comprende la sezione distaccata Taranto).

Undici quelli calabresi (8 Reggio Calabria, 3 Catanzaro). Altri dati che emergono: i 25 procedimenti di Genova, i 18 della Sardegna (13 a Cagliari, 5 a Sassari), gli 11 dell’Aquila e i 6 di Perugia. A Bolzano — che comprende la sezione distaccata di Trento — sono stati 26. Qui va sottolineata una situazione: i contatti tra locali realtà skinhead germanofone e analoghe formazioni tedesche con posizioni neonaziste e razziste.

Contatti che spesso sono sfociati in comuni iniziative xenofobe.

Guardando più in generale all’Italia, negli ultimi tre anni le cronache hanno registrato un’escalation di casi di intimidazione, violenza e razzismo, con anche matrice nazifascista. Ricordiamo i più recenti. Del blitz delle teste rasate a Como (novembre 2017) si è detto.

A fine settembre al Trullo, periferia romana, gli scontri provocati da militanti di Forza Nuova per impedire lo sgombero di un appartamento popolare occupato abusivamente da una famiglia italiana, e che doveva poi essere assegnato a un cittadino eritreo. A ottobre il caso degli adesivi antisemiti di Anna Frank attaccati dagli ultrà laziali in curva Sud allo stadio Olimpico. Ed era un’ultrà laziale la militante di Forza Nuova protagonista assieme ad altri 11 del blitz intimidatorio sotto la sede di Repubblica a dicembre. I dati raccolti negli uffici giudiziari sono stati trasmessi da Orlando al procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio. «I gravi fatti degli ultimi giorni confermano l’opportunità di mantenere alto il livello di attenzione rispetto all’emersione di condotte di intolleranza e discriminazione», ha sottolineato il Guardasigilli. Sul tema del contrasto ai rigurgiti neofascisti a fine anno da via Arenula era partito un doppio input: una proposta al consiglio dei ministri per rendere più fluida la normativa per lo scioglimento dei gruppi neri; e uno alla Scuola superiore della magistratura per l’istituzione di un corso ad hoc sui reati d’odio. Si terrà a ottobre.

 

 

PAOLO BERIZZI

 

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Nel 2013 Berizzi aveva ricevuto una serie di minacce da parte degli ultrà varesini del gruppo “Arditi 2012” – dichiaratamente di estrema destra e collegati con i “Blood and Honour” che seguono il Varese calcio – che gli avevano dedicato un lungo striscione con questo testo: «Il lavoro del giornalista è scrivere verità, non assurde falsità. PAOLO BERIZZI INFAME». Lo striscione, esposto in curva, era stato accompagnato da una serie di cori e insulti contro l’ «infame», la cui colpa era stata avere pubblicato il giorno prima un pezzo on line sul sito di Repubblica dal titolo: “Varese, un capo ultrà dall’Albania per la curva xenofoba e neonazista”, raccontando la storia di Gjoni Landi, 39 anni, albanese di Tale, capo degli “Arditi” e tra i leader dei “Blood and Honour”, due gruppi xenofobi e neofascisti.

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Nel dicembre scorso Berizzi su Repubblica aveva parlato dei Do.Ra.:

I Do.ra. – acronimo della Comunità militante dei dodici raggi (i raggi del Sole nero, simbolo del castello tedesco di Wewelsburg, sede operativa delle SS) – sono la più numerosa e organizzata comunità nazionalsocialista italiana. Quattro anni di vita sottotraccia. Formalmente “associazione culturale”. In pratica un micro pezzo di popolazione varesotta che, 71 anni dopo la fine del regime nazista, prospera sugli orrori incisi nella storia. “I veri eroi sono i nazisti che hanno combattuto. Noi possiamo solo contestare il sistema e vivere secondo le nostre regole Comunitarie”. Cose dell’altro mondo. Eppure Alessandro Limido, 34 anni, figlio di una ex hippie e di Bruno Limido, già calciatore della Juventus poi coinvolto in una vicenda di caporalato e fatture false, non fa una piega. Limido jr è “Ale di Varese”, il “presidente”. Vende piscine con la Almipool group di Azzate. Ma il senso della vita è la leadership di questa tribù marziana cresciuta sul modello del nazismo delle origini nel ventre della periferia di Varese.

 

 

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