nemo:: EZIO MAURO–REP. 13 MARZO 2018— INTERVISTA IL FIGLIO DI ALDO, GIOVANNI MORO, SOCIOLOGO DELLA POLITICA

 

 

Il ritrovamento di Aldo Moro in via Caetani

 

CULTURA

Giovanni Moro “È mio padre il fantasma di questa Italia senza pace”

EZIO MAURO  — Intervista di

Aldo Moro

 

L’agguato

 

28 giugno 1977

 

Aldo Moro nel 1978

 

la foto di Moro mandata dalle Brigate rosse per far sapere che era vivo

 

 

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Aldo moro è ricevuto da Paolo VI con tutta la famiglia; tra Moro e il Papa, il piccolo Giovanni

 

ROMA

Giovanni Moro, 59 anni, sociologo. Lei è figlio dello statista sequestrato e ucciso con gli uomini della scorta dalle Brigate Rosse, ma è anche un intellettuale, ha studiato quegli anni su cui ha scritto un libro che ci restituisce il contesto di quell’attacco al cuore dello Stato.

Per lei dunque il caso Moro è insieme un dramma privato e una tragedia pubblica. Come pensa oggi a quel periodo della storia italiana?

«La memoria di quegli anni è una specie di buco nero, riempito da tre atteggiamenti che a mio parere sono tutti indicatori di patologie: il silenzio, perché non se ne parla, la vergogna, come se tutti fossero colpevoli di qualcosa, e anche la nostalgia, più di recente. Tutti e tre questi atteggiamenti non ci aiutano a capire che cosa è successo».

Ma perché per quegli anni non c’è una memoria condivisa tra vincitori e vinti come c’è per ogni guerra?

«Il problema è proprio questo: non si capisce chi abbia vinto la guerra e da chi debba essere scritta la storia.

Siamo in una situazione in cui è la memoria che manca, non i ricordi magari, ma la memoria, cioè un modo di dare un senso ai ricordi».

Il terrorismo è stato sconfitto, anche se ha lasciato una scia di morti impressionante in quegli anni. Lei si considererebbe tra i vincitori o tra i vinti?

«Io non lo so proprio, perché appunto non è chiaro quale guerra ci sia stata.

Però so che quei 600 morti e quelle migliaia di feriti reclamano una spiegazione».

Gli anni Settanta si aprono e si chiudono con due stragi che non sono ancora chiarite: Piazza Fontana il 12 dicembre del ’69, e la stazione di Bologna il 2 agosto dell’80. Che cosa significano questo inizio e questa fine?

«Ci raccontano un Paese che non ha saldato i suoi conti. D’altra parte solo qualche mese fa la Cassazione ha chiuso definitivamente il processo per la strage di Brescia con la condanna definitiva di due dei responsabili. Più di 40 anni dopo i fatti».

Gli anni ’70 scorrono anche tra l’autunno caldo del ’69 e la marcia dei 40mila a Torino nell’80: un’inversione?

«Se è per questo scorrono anche tra l’elezione di Salvador Allende, primo presidente socialista eletto democraticamente in Cile, e la rivoluzione islamica khomeinista del 1979. Voglio dire che quegli anni sono stati un passaggio di fase, da una prima a una seconda modernità in cui le società sono diventate più pluraliste, gli individui più importanti, la politica meno forte, la dimensione nazionale meno sovrana».

In mezzo c’è il ’77, l’anno terribile con l’autonomia, gli attentati terroristici, l’esaltazione della violenza. Che anno è stato?

«Quel movimento del ’77 resta difficile da decifrare: una specie di mutante con dei geni di novità incapaci di sopravvivere, un po’ anche una sorta di invasione delle cavallette. E poi la fascinazione della violenza.

Ricordiamoci quel simbolo fascista della P38…».

Sventolata a sinistra, nel movimento, come una bandiera.

«Ecco, era un’epoca di bandiere, per le quali si poteva arrivare a uccidere, mentre si combatteva per il possesso degli spazi pubblici come se fossimo negli anni Trenta in Germania.

Qualcosa di molto vecchio che si ripeteva In Italia, dove si avvertiva la necessità e insieme l’impossibilità di un cambiamento. Il Paese non andava né avanti né indietro e di questo blocco pagava il prezzo».

Qual era il cuore del conflitto politico?

«La democrazia dell’alternanza, cioè la possibilità di avere una democrazia compiuta in un’Italia che fosse autonoma, e non più un microcosmo del mondo di Jalta diviso in due. La Guerra fredda stava finendo ma l’Italia era condannata a una democrazia bloccata, con tutto ciò che ne derivava, corruzione, stagnazione, difficoltà di ricambio delle classi politiche. Come vede la posta politica era alta».

Questo è il progetto politico di Moro, potremmo dire il suo orizzonte culturale. Chi si opponeva, dentro il Paese e fuori?

«La sua apertura prima ai socialisti poi al Pci aveva una quantità di nemici interni ed esterni, che vedevano un pericolo o addirittura un rischio mortale nel fatto che soggetti legati al blocco del socialismo reale entrassero nell’area di governo».

Guardandolo oggi, si può dire che quello di Moro fu un tentativo velleitario?

«Diciamo che fece quello che andava fatto, sapendo che la strada era molto stretta, ma non c’era alternativa.

Come dicevamo prima, il cambiamento era necessario e impossibile. Il suo fu il tentativo di forzare questa impossibilità per arrivare alla Seconda Repubblica».

Sembra che lei definisca quel tentativo necessario ma disperato. È così?

«Disperato, non so. Non aveva una personalità nichilista. Era qui, in quella situazione e si trovava a fare quello che doveva. Nessuno nasce dove e quando decide».

Quel tentativo si bloccò con l’uccisione di Moro?

«Sì. Il ruolo degli individui è sempre molto importante, anche per gli equilibri che garantiscono: ricordiamoci che stava per essere eletto presidente della Repubblica.

Poi bisogna dire che i due partiti in gioco avevano un’estrema difficoltà ad essere all’altezza di questo cambiamento. La Dc, al governo per decenni, faticava a pensarsi come parte. E il Pci, legato per decenni al socialismo reale, aveva un complesso di inferiorità democratica».

Resta il fatto che Moro è continuamente presente sulla scena pubblica italiana da 40 anni, non crede?

«Sì, ma come un fantasma».

In che senso?

«I fantasmi cosa sono? Morti che ritornano a ricordare dei doveri nei loro confronti che non sono stati compiuti. Non sono in pace, non lasciano in pace coloro che sono vivi. È esattamente così».

Sembra che lei consideri il caso non chiuso. I colpevoli sono stati individuati, sono stati presi, sono stati giudicati e condannati.

Dunque?

«È ammissione comune, anche per chi come me non è un fanatico delle spy story, che ci siano zone d’ombra, questioni non chiarite, contraddizioni e spiegazioni non ragionevoli. E quindi, ahimè, la questione non è affatto chiusa.

Assolutamente».

Lei sembra non credere alle trame dietrologiche, ma nemmeno alla verità che è stata fin qui accertata. È così?

«Ma guardi, una delle ragioni per cui non ci liberiamo di questo fantasma, è che la discussione è in ostaggio di due posizioni opposte: la dietrologia, per cui qualunque cosa che appare non è vera ed è vero solo quello che non appare, quindi tutte le spiegazioni si devono ricondurre a poteri occulti. E il revisionismo, e cioè l’idea che invece anche le spiegazioni che non spiegano niente, siano legittime. Sono due facce della stessa medaglia perché in entrambi i casi la realtà viene piegata ai propri pregiudizi.

Ecco perché questo fantasma va e viene nella vita politica italiana».

Moro sapeva di essere a rischio, di correre dei pericoli?

«Da molto tempo, fin dall’apertura ai socialisti, che lo portò quasi sull’orlo della scomunica. Fu messo a rischio dal tentativo del governo Tambroni del 1960. Il piano di colpo di Stato del generale De Lorenzo del ’64 era rivolto contro di lui. Il progetto del golpe del 1970 di Edgardo Sogno prevedeva la sua eliminazione fisica.

La strage di Piazza Fontana, era rivolta alla politica di apertura a sinistra.

Insomma, era per forza consapevole».

Ma suo padre, secondo lei, pensava di avere degli avversari politici o dei nemici?

«Certamente non era un personaggio senza nemici. Ricordiamo Montanelli che scriveva delle sue entrate e uscite nella scena politica come “listate a lutto”, quasi una premonizione.

O il Cardinal Siri, che subito dopo il sequestro diceva: “Ha avuto quel che meritava”. E gli stessi suoi interlocutori di sinistra in fondo condividevano l’immagine che gli era stata disegnata, l’indolente, il pigro, il temporeggiatore che non decideva».

Secondo lei queste inimicizie hanno pesato nella gestione dei 55 giorni da parte del potere pubblico?

«Bisognerebbe capire perché su quei 55 giorni calò una specie di incantesimo, in cui successero delle cose che mai sarebbero successe in una situazione normale».

Che cosa intende?

«Ha presente il concetto di non decisione»?

Cos’è, l’immobilismo?

«No, è una scelta precisa. Quando un sistema politico non vuole gestire un problema, mette in campo un sistema di valori, riti, procedimenti, attori che hanno come obiettivo quello di non prendere la decisione. È la decisione di non decidere».

Vale per il caso Moro?

«Credo proprio di sì. La “non decisione” in questo caso portava da un lato a non intavolare una trattativa con i sequestratori, e dall’altro a non cercare di prenderli».

Delle due l’una, sta dicendo: è così?

«Sì. L’una o l’altra. E invece, nessuna delle due. Ecco la non decisione all’opera».

Chi decise di non decidere?

«Non faccio processi. Ma il fatto che il ministro dell’Interno dell’epoca Francesco Cossiga, avendo la sfortuna di incappare in una questione come questa, sia stato promosso anziché ritirarsi a vita privata e sia poi diventato addirittura capo dello Stato, ci dice appunto di quell’incantesimo, che non è mai stato rotto. Forse dopo 40 anni è il caso di provarci, no?».

Lei pensa che ci siano state interferenze straniere, tenendo conto del tentativo di Moro di superare i limiti di Jalta?

«Per rispondere dobbiamo ricordare cos’era l’Italia, in mezzo al Mediterraneo, al confine col Patto di Varsavia e con il più forte Partito comunista di tutto l’Occidente.

Qualcuno può pensare che i servizi, di tutti i Paesi, siano rimasti con le mani in mano?».

Come ha vissuto la polemica sulle lettere di suo padre in cui molti dissero di non riconoscere il vero Moro?

«Queste lettere sostenevano argomenti tipicamente suoi che erano ben noti, spesso anche con le stesse espressioni che lui utilizzava.

Ma allora c’era come l’idea che comunque una persona in quelle condizioni non dovesse essere considerata attendibile.

Automaticamente».

C’era anche chi leggeva nelle lettere una dimensione esclusivamente privata, con la rinuncia ad ogni discorso politico: cosa ne pensa?

«Che fu un tentativo mirato di svalutazione: non più uno statista, ma una persona in difficoltà che cerca solo di salvare la pelle. Ecco, il fatto di ridurre tutto a familismo amorale trasporta questa tragedia greca dentro una cornice tipicamente italiana».

Siamo davanti alla questione centrale della ragion di Stato, e cioè la salvaguardia dell’autonomia delle decisioni del potere a garanzia di tutti i cittadini. Come giudica questo tema oggi?

«Vede, la ragione della ragion di Stato è la tutela della vita delle persone. Poi questo in concreto può significare tante cose diverse, come sempre in diritto, però non ci può essere un’opposizione tra la logica dello Stato e la logica della vita».

Andreotti disse che aprire una trattativa con i terroristi per cercare di liberare Moro sarebbe stata anche un’offesa ai cinque morti di via Fani. Cosa ne pensa?

«Appunto: una ragione di Stato che lascia morire una persona per un principio di equità rispetto a quelli che sono morti prima, ha qualcosa di malato».

Lei come giudicò la lettera di Papa Montini agli “uomini delle Brigate Rosse” che chiedeva una liberazione senza condizioni?

«Diciamo che il Vaticano cercò la liberazione, non solo con quella lettera. Poi, certo, due vescovi raccontarono che di fronte alle loro pressioni in Vaticano perché si facesse qualche cosa di più, gli fu risposto con le parole con cui il sommo sacerdote Caifa condannò Gesù: “È meglio che un uomo muoia perché il popolo viva”».

Certamente c’è qualcosa di sacro nel prigioniero inerme che chiede di poter continuare a vivere. Ma chi viene domani dopo il prigioniero di oggi, dove si fermerà il ricatto? Lei si è confrontato con queste ragioni?

«Il dilemma tra fermezza e trattativa fu posto male all’epoca. Il punto è che lo Stato e la politica hanno sempre dei vincoli, ma le possibilità di scelta esistono comunque. E soprattutto: la ragion di Stato non si può definire solo in termini negativi rispetto ad altre ragioni. Lo pensavo allora, lo penso oggi».

Però non dobbiamo mai dimenticare che è un falso schema quello che attribuisce a noi il potere di vita o di morte sull’ostaggio, perché sono i terroristi che hanno ucciso un prigioniero inerme. Dunque?

«Dunque, al di là delle non decisioni del potere pubblico, naturalmente i primi, fondamentali responsabili di tutto furono i terroristi. Bisogna spiegarlo bene a chi non c’era.

Pensiamo all’Isis. In fondo ha la stessa logica: ammazzare qualcuno per convincere qualcun altro, armare le proprie idee, le proprie ideologie».

Oltre il dilemma fermezza-trattativa c’era però un dovere chiaro, l’obbligo di prenderli, di credere nell’efficacia di un’azione di intelligence e di polizia senza la vergogna di quei piduisti in serie nei comitati per la sicurezza. Lei cosa ne pensa?

«Penso che scorrendo quegli elenchi sembra di leggere quasi l’organigramma del sistema, il profilo dell’establishment italiano dell’epoca».

Moro poteva essere salvato?

«Certo, in uno dei due modi che dicevo prima. Sicuramente».

Ma oggi, 40 anni dopo, lei è più interessato alla verità o alla giustizia?

«La verità è l’unica forma di giustizia possibile. È la verità che fa giustizia».

In quei 55 giorni lo Stato decise di non decidere: né trattò con i terroristi né tentò di prenderli

Bisognava seguire una delle due strade

Oggi sulla vicenda il nostro Paese ha ricordi, non vera memoria. Non si capisce nemmeno chi abbia vinto davvero la guerra

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Giovanni Moro (Roma, 1958) è un sociologo della politica

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