FILIPPOMARIA PONTANI, IL FATTO DEL 19-03-2018 ::: L’ULTIMA VITTIMA DELLA BATTAGLIA DI AFRIN IN SIRIA::: L’OCCIDENTE…che ” sta a guardare “, come dice un cartello in una manifestazione (vedi sotto)

 

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la gente che scendeva nelle piazze a gennaio convinta di farcela

 

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 19-03-2018

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SAREBBERO 200.000 I PROFUGHI DOPO LA CONQUISTA DI AFRIN DA PARTE DELLA TURCHIA

 

L’ultima vittima della battaglia di Afrin in Siria: l’Occidente

 

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dettaglio di una carta di Laura Canali aggiornata al 30 gennaio 2018

 

Il silenzio dei governi sull’avanzata della Turchia rivela l’imbarazzo: nessuno vuole disturbare troppo Erdogan, temendo che un Paese membro della Nato finisca tra le braccia di Putin. E degli eroici curdi anti-Isis non importa più a nessuno

Da Parigi a Venezia, da Brema a Creta, nel silenzio imbarazzato dei governi (tranne quello francese), si moltiplicano i presidî di solidarietà verso la città curda di Afrin, nel nordovest della Siria, che salvo colpi di coda della guerriglia, pare aver capitolato ieri mattina dopo settimane di attacchi e bombardamenti delle truppe turche, determinate ad assumere il controllo di tutta la fascia di confine. I morti (molti civili e bambini) sono centinaia, nel weekend è stato colpito l’ospedale, l’acqua e i medicinali non arrivavano da giorni, gli sfollati nell’ordine dei 150mila; si paventa il rischio di pulizia etnica, per alterare la maggioranza curda della regione.

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soldati turchi in festa

 

Nell’accordo russo-turco-iraniano di Astana (marzo 2017) era previsto che la Turchia installasse 12 posti di osservazione nella regione di Idlib, l’unica ancora saldamente nelle mani dei ribelli anti-Assad, l’ex fronte Al-Nusra, ora Hayat Tahrir al-Sham, insomma jihadisti sunniti. Ma è l’enclave di Afrin, a Nord di Idlib lungo la frontiera, a detenere per i Turchi il più alto valore strategico: rappresenta dal 2012 l’avamposto occidentale della regione sotto controllo curdo che si estende da Kobane a Raqqa fino ai confini dell’Iraq: tutte zone a suo tempo difese o riconquistate con grandi sforzi dai combattenti dell’esercito curdo (YPG) contro l’Isis. La Turchia ha interesse a demolire questa continuità territoriale per scongiurare la creazione di uno stato curdo e per avere voce in capitolo se mai partiranno i colloqui per una nuova Siria: per questo, dal 20 gennaio scorso viola militarmente i confini del Paese confinante, e sfida gli Stati Uniti che da anni appoggiano i Curdi nel nord della Siria. Se i turchi, non paghi di Afrin, volessero ora avanzare verso est fino a Manbij (dove stavano già per entrare un anno fa, fermati dalla diplomazia), potrebbero cozzare contro duemila marines; ma forse in realtà i marines – se questa è stata davvero la garanzia strappata da Erdogan all’ormai ex segretario di Stato Rex Tillerson il 20 febbraio ad Ankara – saranno spostati a est oltre l’Eufrate. A Manbij, l’antica Bambyke, mille volte punto di frontiera e di frizione tra Romani e Parti, tra Bizantini e Sasanidi, tra Crociati e Arabi, l’Occidente pare votato alla sconfitta.

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L’artiglieria pesante della Turchia ha bombardato Afrin nei giorni scorsi

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La Russia, storico alleato di Assad, ha interesse a indebolire i ribelli contro il regime (alleati di Erdogan), ma non a proteggere i curdi: potrebbe aver deciso di lasciare Afrin ai Turchi in cambio di un loro disimpegno nella più vitale regione di Idlib. Assad medesimo, che ha la testa alla sanguinosa macelleria di Ghouta, ha spedito ad Afrin ben poche truppe, dando la causa per persa.

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I curdi accusano i Turchi di genocidio e pulizia etnica

 

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Perché l’operazione turca contro Afrin, nota col nome paradossale di “Ramoscello d’ulivo”, è importante? Perché al tappeto stanno finendo per ora: la causa curda, ovvero non solo centinaia di combattenti e civili vittime dell’attacco di Erdogan contro i villaggi e le postazioni di quella che egli ritiene una fazione terroristica, ma anche la pratica quasi utopica del governo partecipato, federale ed egualitario del limitrofo Rojava curdo (da noi pare si sia persa la memoria di quando l’Occidente tutto tifava per Kobane e le sue donne combattenti contro l’Isis); quel che rimaneva della libertà di espressione in Turchia (lo stato di guerra ha autorizzato il fermo di decine di manifestanti, giornalisti e blogger); i rapporti Turchia-Usa, due Paesi della Nato che dal 2013 – tra la svolta autoritaria di Gezi Park e i sospetti di collusione con l’Isis – si sono ripetutamente scontrati; i minimi standard umanitari (molte fonti denunciano l’uso di gas tossici e bombardamenti su convogli umanitari o di sfollati); la minima stabilità nella regione (vittima dell’ambiguità dei Russi, che supportano Assad ma hanno stretto un’alleanza con il suo arcinemico Erdogan; e vittima soprattutto della mancanza di strategia degli Americani, che saltabeccano da una crisi all’altra senza essere in grado di assumere un ruolo attivo, nel terrore di lasciare un alleato Nato come la Turchia nelle braccia di Putin).

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abbattuta la statua di kawa il fabbro

 

Al tappeto finisce anche il passato di questo fazzoletto di terra: ieri ad Afrin è stata abbattuta dai Turchi la statua di Kawa il fabbro, che nel 612 a.C., secondo la leggenda, liberò i Medi, che i Curdi riconoscono come progenitori, assassinando il sanguinario re assiro Dehak. Nel 2016 i bombardamenti russi contro i ribelli anti-Assad avevano semidistrutto la chiesa di San Simeone lo Stilita (V secolo d.C., a 15 km da Afrin), dove si conservava la colonna su cui il venerato asceta passò 30 anni di meditazione e di preghiera. E nel gennaio 2018, proprio alla periferia di Afrin le bombe turche hanno inflitto danni ferali (oltre il 60%)

 

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all’antico tempio neo-ittita di Ain Dara, ricco di sfingi e leoni di basalto, e probabilmente dedicato alla dea Ishtar: si pensa siano della dea le 4 enormi e misteriose impronte di piedi umani scavate nel pavimento in pietra del portico, in direzione della soglia di una cella ormai del tutto demolita. Nell’interminabile mattatoio siriano sembra che nemmeno gli dèi abbiano più un posto dove andare.

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il tempio di Ain – Dara…

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adesso è così…colpito dal ” ramoscello d’ulivo “

 

 

FILIPPOMARIA PONTANI–DAL 2013 è PROFESSORE ORDINARIO ALL’UNIVERSITA’ CA’ FOSCARI DI VENEZIA IN LETTERATURA GRECA E FILOLOGIA CLASSICA– HA SCRITTO MOLTI ARTICOLI SU IL FATTO E SU ALTRI GIORNALI

Una risposta a FILIPPOMARIA PONTANI, IL FATTO DEL 19-03-2018 ::: L’ULTIMA VITTIMA DELLA BATTAGLIA DI AFRIN IN SIRIA::: L’OCCIDENTE…che ” sta a guardare “, come dice un cartello in una manifestazione (vedi sotto)

  1. Donatella scrive:

    Riprendiamo l’antica e gloriosa rubrica ” Non c’entra nientissimo”:

    “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson, Usa, 2018; Interpreti : Daniel Day Lewis, Lesley Manville, Vicky Krieps, Camilla Rutherford, Bern Collaço, Richard Graham, Jane Perry, Ingrid Sophie Schram, Sarah Lamesch, Pip Phillis; Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson; Fotografia: Paul Thomas Anderson; Montaggio: Dylan Tichenor; Musica: Jonny Greenwood; Distribuzione: Universal.
    Il film è ambientato nella Londra degli anni ’50, nel mondo dell’alta moda. Il rinomato sarto Reynold Woodcock e sua sorella Cyril sono al centro della moda britannica: hanno una maison che veste la famiglia reale, star del cinema, ereditiere, debuttanti e dame dell’aristocrazia. Le donne entrano ed escono dalla vita di Woodcock, dando ispirazione e compagnia al fascinoso scapolo incallito, fino a quando costui non incontra Alma, una giovane e volitiva donna, che di lavoro fa la cameriera. Ben presto Alma diventa parte della sua vita, come musa ed amante. Le due forti ed ingombranti personalità si scontrano fin quasi alla morte. Nemmeno il matrimonio farà cessare la loro personale lotta, ma ci sarà infine tra i due un accordo molto singolare, che permetterà ad entrambi e alla reciproca passione di sopravvivere. Una figura fondamentale nel racconto è la sorella del sarto, che ha accompagnato il fratello nella carriera di grand couturier, rimanendo nell’ombra ma di fatto proteggendolo nelle sue idiosincrasie e aiutandone l’ascesa. E’ lei in effetti che guida la ditta, regolandola nei minimi particolari, dirigendone il personale, controllandone i conti e relazionandosi con i facoltosi ed esigenti clienti. Alma naturalmente dovrà scontrarsi anche con lei, ma troverà in alcuni momenti un’alleata inaspettata. Il film potrebbe anche essere classificato come femminista, se visto da alcune angolazioni, ma i caratteri dei personaggi sono granitici e nessuno rinuncia alla sua fetta di potere. Si potrebbe anche vedere la storia sotto l’aspetto di lotta all’ultimo sangue per la supremazia nell’ambito familiare. Forse il filo a cui allude il titolo non è solo quello che lega i magnifici abiti del grande sarto, ma il collante che tiene insieme, in una eterna lotta di potere, personaggi che hanno come caratteristica comune un terribile e incrollabile ego, che alimenta la loro passione. Qui il re ( o la regina) non rimangono nudi, perché sono rivestiti dalla corazza della consapevolezza gigantesca di se stessi. Accanto a questi macigni si muove tutto un mondo di “servitori”, dalle sarte alle clienti fino al medico, comparse di un mondo dove il potere si esprime e si esercita con estrema naturalezza nel ” tessuto” sociale che è completamente conforme a questa organizzazione. La figura immaginaria del grande sarto è modellata in realtà sulla biografia di Mary Blume dedicata allo spagnolo Balenciaga.

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