CONCITA DE GREGORIO, REP. 31-03-2018, INTERVISTA ALLA REGISTA E FOTOGRAFA CECILIA MANGINI ( MOLA DI BARI, 1927), UNA DONNA CHE E’ ” DI SINISTRA NEL CUORE “

 

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CECILIA MANGINI NASCE A MOLA DI BARI NEL 1927, FOTOGRAFA E REGISTA

 

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L’intervista

Cecilia Mangini, documentarista e fotografa

“Sembriamo tutti reduci ora per sperare di nuovo difendiamo la conoscenza”

CONCITA DE GREGORIO

 

Ogni volta che ci vediamo le chiedo di raccontarmelo, sperando che non si ricordi di averlo già fatto. Quindi: eri una ragazza, volevi che Pier Paolo Pasolini vedesse il tuo documentario e l’hai chiamato. «Sì». Come facevi ad avere il suo numero? «Ho cercato sull’elenco del telefono alla lettera P». C’era, cognome e nome? «Certo». E allora? «Ho chiamato, ha risposto lui. Mi sono presentata, ho detto quello che dovevo. Lui ha chiesto: dove posso venire? Ha preso l’autobus ed è arrivato». Dove? «In moviola. Il documentario era ancora coi segnacci, le giunte, muto. Ci stavo lavorando. Lui ha detto, alla fine: lo posso rivedere? Poi è andato via». E dopo? «Dopo due o tre giorni ha richiamato. Ha detto il testo è pronto, te lo posso portare in moviola? Ma te l’ho già raccontato: come mai non ti ricordi?».

Cecilia Mangini, la più grande documentarista e fotografa italiana, ha 91 anni, un’energia misteriosa, un sorriso costante.

Arriva all’appuntamento guidando la sua utilitaria blu elettrico. «Che fastidio dover usare l’auto, non poter camminare veloce. Da ragazza, sulle colline di Firenze, camminavo come un’arrabbiata, per ore».

Parliamo di politica?

«Sì, sì. Di cinema, di fatti del mondo, di teatro. Di quello che vuoi: tutto è politica».

Sei stata comunista?

«Mai iscritta al Pci. Sono di sinistra, ma nel cuore. Ho un animo anarchico. Refrattaria al potere: il potere è escludente».

Cosa vuol dire essere di sinistra, nel cuore?

«Un tempo ti avrei risposto: stare dalla parte della classe operaia, istruirla, darle il potere della conoscenza. Il fatto è che oggi la classe operaia non è più in un posto solo, è dappertutto. Il proletariato è economico, esistenziale, culturale. Bisogna riconoscerlo, capirlo. Basterebbe ripartire da Gramsci, rileggere le sue lezioni ai carcerati di Turi. Ma Gramsci a un certo punto si è voluto occultare, anche a sinistra.

Dava fastidio».

Dove si è spezzato il filo?

«Molte volte, si è spezzato spesso ed è stato sempre riannodato male. Ora, da ultimo, con Matteo Renzi che prima ha proclamato la rottamazione, la cosa più ostile alla natura di un popolo che vuole conservare le cose, un popolo conservatore, letteralmente. Poi ha rottamato la rottamazione e ci ha consegnato la corte del Re Sole, coi cortigiani a frugare nella parrucca per togliere i pidocchi».

Dov’è oggi la sinistra?

«Non c’è più. Dobbiamo ritrovarla. È rissosa e confusa. E dove sono le donne? Dove sono? Io credo che dovremmo ripartire dalle intrepide, andarle a cercare. Le giovani donne che possano ispirarsi all’esempio di Alexandra Kollontaj, Rosa Luxemburg, della nostra Argentina Altobelli. Ah, la storia di Argentina… la conosci?

Una sindacalista negli anni 20, si è rifiutata di riconoscere il fascismo, è rimasta esclusa da qualsiasi provvidenza. Non ha mai, anche a costo della vita, mai fatto un passo indietro».

Una volta mi hai detto che il neorealismo ti ha salvato la vita. Cosa intendevi?

«Il cinema ha svolto una funzione fondamentale nella politica del nostro Paese. Alla mia generazione Zavattini, Rossellini, Elio Petri, De Sica hanno mostrato quello che eravamo senza colpevolizzarci.

Non ti dimenticare che eravamo stati figli della Lupa. Nel 1933 i bambini come me giuravano fedeltà al fascismo: una formula che non ho mai dimenticato.

“Giuro, con tutte le mie forze e col mio sangue…”. A sei anni dovevo difendere la rivoluzione! Le bambine allora appartenevano alla madre. Stavano a casa, imparavano il pianoforte e l’uncinetto, non uscivano. Tutto a un tratto mia madre dovette comprarmi la divisa, e fui per strada. Coi balilla!

Dietro, certo: dietro. Ma si marciava con loro. Non avrei mai più potuto essere l’angelo del focolare. Trentacinque anni dopo quelle bambine sono diventate le giovani donne del ’68».

E il neorealismo?

«Ci ha obbligati a pensare. Fellini era allergico al neorealismo ma non osava dirlo. Non si è mai pronunciato per non insultare sua maestà. Cioè, Zavattini: noi ragazzi andavamo da lui ogni giovedì, era la nostra divinità. Poi gli americani decretarono il successo di Rossellini e De Sica, coniarono il termine neorealismo e ce li rimandarono colmi di fama e di onore. Ma al principio c’era Zavattini. Da lì nasce un cinema che passa anche per la commedia all’italiana, Monicelli e Damiano Damiani, Ettore Scola e se arriviamo a oggi: Virzì, che conserva traccia di quella passione politica e civile ammantata di ironia.

Fellini invece era un affabulatore, gli piacevano le fiabe. Voleva ammaliare lo spettatore. Non renderlo partecipe della realtà, non indurlo a prendersi la responsabilità delle decisioni. Oggi mi pare che prevalga il fellinismo: il cerchiobottismo dei suoi epigoni.

Quelli che sembra che dicano qualcosa ma se ci pensi meglio vedi che vogliono solo piacere.

Ambigui, anfibi. Fanno scena ma non lasciano traccia».

C’è una grande domanda di evasione, non solo al cinema.

«Come sempre nei momenti di crisi. Era già successo nel fascismo.

I telefoni bianchi erano questo: film stupidissimi che furoreggiavano. Io credo che oggi ci sia tanto bisogno di tornare al cinema politico. Ho visto questo bellissimo documentario di Francesco Cordio su Ignazio Marino, per esempio. Avevo già visto il suo documentario precedente, Lo stato della follia, sui letti di contenzione, importante come quello di Costanza Quatriglio. È lì, lavorando sugli ospedali psichiatrici, che Cordio ha conosciuto Marino».

Parli di “Roma Golpe Capitale”?

«Sì, l’ho visto e rivisto. È un lavoro importante, segna un punto. La storia di cosa è successo a Roma non si comprende se non si mostra quello che è stato taciuto. Questo fa il cinema politico: t’impegna a essere responsabile delle tue scelte. A difenderle anche se sei in minoranza, non importa. Oggi, invece, se sei un combattente ti guardano con sospetto, come fossi un fanatico. Se sei un intellettuale addirittura ti insultano. Anche Scelba diceva: culturame. Sento di nuovo quel tipo di disprezzo. Ora dicono radical chic, e ridono. La gente ripete le cose a orecchio, per sentito dire. La cultura, tutti coloro che comandano lo sanno, è pericolosa. Va combattuta. La mia generazione (De Seta, Mengozzi, Del Fra, Vancini prima di fare film) ha fatto documentari per questo: non ci si può esentare dal capire».

Il tuo primo film fu censurato.

«Era Ignoti alla città. Lo avevo fatto ispirata da Ragazzi di Vita: un libro così potente e vero, privo di piagnisteo. Per quello cercai Pasolini. Non ci siamo più persi.

Anche per La canta delle marane abbiamo lavorato insieme. Lui era molto influenzato da Franco Fortini in quel periodo. Forse bisognerebbe ricordare che tempi erano. 1958, avevo 31 anni.

Tambroni ministro dell’Interno.

Papa Pio XII che girava in sedia gestatoria coi flabelli, i ventagli con le piume di struzzo. Non dettero il visto censura al film dicendo: è un incitamento a delinquere. Dissi al produttore: io non faccio ricorso.

Lucisano era disperato, aveva investito i suoi soldi: mi aveva cercata perché aveva visto le mie foto, credo quelle di Lipari e Panarea. Quelle sui lavoratori nelle cave di silicio. Ti posso raccontare un episodio bellissimo?».

Ma certo.

«Era il ‘54. Rimasi a Panarea perché avevo perso il vaporetto. Mi dette da dormire la moglie di un marinaio, in tre nel suo letto col bimbo piccolo. Fuori dalla porta di casa c’era il catino per lavarsi i piedi. Si entrava a piedi nudi.

L’ospitalità per me è rimasta quel gesto, per sempre. Quel catino fuori dalla porta. Quando sento Salvini che offre protezione contro gli invasori. Mah. Stare chiusi e non aprire la porta significa essere protetti? I nostri stessi invasori siamo noi. Bisogna tanto investire nella consapevolezza, partire dai bambini».

Dalla scuola, dici?

«Ma certo! C’è stata un’operazione sistematica di dissesto della scuola. Si sono susseguiti ministri e riforme che hanno dissanguato il concetto di studio. Mi rincresce sembrare una persona anziana. Ma io ho studiato con la legge Gentile.

Era una scuola elitaria, di destra. In terza elementare si leggevano l’Iliade, la Commedia, l’Orlando furioso. Ora si dice: i bimbi si stancano. Ma no: si stancano i genitori di sentire i loro lamenti. In seconda liceo si traduceva dal latino senza dizionario. Avevo in classe il figlio di un operaio, incideva sul banco la falce e il martello, fu espulso. Poi venne Bottai e fece una grandissima riforma: potevano andare all’università anche quelli che avevano fatto il professionale, non solo chi veniva dal liceo. Questo: la seria, rigorosa conoscenza diffusa è alla base della coscienza critica».

L’epica del sacrificio è molto fuori moda.

«Ma che altro si può fare, nella vita, se non pensare e combattere?».

Dicevi che chi combatte viene denigrato.

«È una tecnica che qualifica chi la usa. Ti derubricano a partigiano dell’una o dell’altra fazione, fingono di non sapere che esiste chi combatte perché si faccia luce.

È partigianeria, questa, o è amore della verità? Per esempio: parlare di migranti è diventato un atto di grande coraggio. Ma non c’entrano niente la pietà, la bontà – oggi impopolari a vantaggio della furbizia e della convenienza. Le migrazioni sono un fatto epocale, politico. Bisogna studiare il tempi in cui viviamo, capirli».

Ti sembra che sia una battaglia possibile?

«Più che altro indispensabile. Che altro deve fare la sinistra se non combattere per la diffusione massima della conoscenza? Una sinistra smarrita e divisa ecco che si ritroverebbe di colpo, unita: investire nel sapere, e pazienza se dà frutti quando chi investe non c’è più. Questa è la politica: essere capaci di pensare a destini che non sono il tuo».

Si è generata molta disillusione, su questo. Anche a sinistra.

«Lo so. È come se fossimo tutti stanchi, tutti reduci. Ma senza speranza la gente non può vivere. Bisogna restituire la speranza di una società più giusta, equa, migliore. Ricordatelo. Senza pane si può resistere qualche tempo, senza speranza nemmeno un minuto».

Dov’è finita la Sinistra 8

Una risposta a CONCITA DE GREGORIO, REP. 31-03-2018, INTERVISTA ALLA REGISTA E FOTOGRAFA CECILIA MANGINI ( MOLA DI BARI, 1927), UNA DONNA CHE E’ ” DI SINISTRA NEL CUORE “

  1. Donatella scrive:

    Dovremmo abbracciarla tutti, questa signora, con il nostro affetto riconoscente, con dolcezza, per non far fuggire la luce di speranza che la circonda.

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