DONATELLA D’IMPORZANO HA VISTO IL FILM ::: ” IO SONO TEMPESTA ” DI DANIELE LUCCHETTI (2018)

 

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daniele lucchetti, roma 1960,  è un registasceneggiatore e attore cinematografico italiano.

 

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Ho visto il film di Daniele Lucchetti, ” Io sono Tempesta”, uscito da poco in sala. Il film sta a metà strada tra realismo e favola. Un imprenditore- finanziere, Numa Tempesta, è costretto, da una sentenza per evasione fiscale, a trascorrere un anno di pena ai servizi sociali in un centro di accoglienza. Si parte quindi da un episodio concreto e il richiamo alla vicenda giudiziaria di Berlusconi è chiarissimo. Da qui poi la vicenda si sviluppa in un clima da realismo magico : l’imprenditore, con qualche difficoltà iniziale, si inserisce bene nel gruppo di emarginati, conquistandoli con una munificenza che a volte sembra sconfinare nella generosità.

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Li porta nella sua residenza, un grande e lussuoso albergo di sua proprietà adibito a dimora, li riveste, li trasforma in finti imprenditori che porta perfino in Kazakistan, dove ha appena stipulato un contratto miliardario per l’estrazione di gas. Tra i miracolati c’è un giovane disoccupato, interpretato da Elio Germano, che vive in modo precario col figlio ragazzino.

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Costui, da critico inesorabile dell’imprenditore, diventa piano piano un suo discepolo, attento alle spiegazioni che Tempesta gli fa sui trucchi dell’alta finanza. Tempesta, come lui stesso racconta, aveva avuto un’infanzia difficile, con un padre che lo aveva sempre trattato da ” coglione”. Il ragazzino figlio del povero impersonato da Germano, capisce che ci può essere un punto debole nella corazza di Tempesta: il non sapere dove sia finito il padre. Il ricatto si compie e alla fine del film vediamo l’imprenditore, felicemente finito in carcere, dove finalmente può rivedere il padre, che è stato il cruccio di tutta la sua vita e che, affettuosamente questa volta, gli ribadisce che è ” un coglione”. Tempesta non sembra più essere ferito da questa definizione, ma felice di potere dividere col padre, in una cella, una ricca e succulenta cena. Gli ex-poveri intanto hanno appreso la lezione e tra speranza e gioia, stanno dirigendo una sala-bingo, cedutagli da Tempesta grazie all’astuzia del ragazzino, trasformati anche loro in imprenditori e felici di esserlo.

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Mentre il film ” Miracolo a Milano”, che sempre di poveri parlava, finiva con la fuga in cielo a cavallo di scope verso un mondo migliore, qui i “poveri” stanno bene a terra, dove riescono ad inserirsi molto bene.

Una favola agrodolce che sembra dirci che la realtà è sempre differente e molto più complicata da come la immaginiamo: il bene e il male si mescolano e non ci sono categorie fisse. L’attore Marco Giallini, come del resto Elio Germano, è perfettamente calato nella sua parte: tutti e due questi interpreti mescolano benissimo la duplicità dell’essere umano, senza voli verso utopie di un’altra epoca.

2 risposte a DONATELLA D’IMPORZANO HA VISTO IL FILM ::: ” IO SONO TEMPESTA ” DI DANIELE LUCCHETTI (2018)

  1. Donatella scrive:

    Da ” Il Fatto Quotidiano” del 19 aprile 2018 pag.14, ” Per rifare la sinistra serve la solidarietà”, di Salvatore Cannavò:
    L’articolo è scritto in occasione dell’uscita del libro “Mutualismo”, di Salvatore Cannavò, editore Alegre. Si mette in risalto l’importanza, per la sinistra, il ” fare da se’ “, come faceva a partire da metà Ottocento, con le cooperative, le società di mutuo soccorso, le federazioni operaie.
    “Fare da se’ significa soprattutto ridare senso pratico a una parola confinata nei sentieri della carità cristiana: solidarietà…Dopo le rivoluzioni o i cambiamenti epocali, il movimento operaio costruisce la propria continuità su strati e strati di solidarietà che resistono agli urti, impediscono il riflusso della marea di movimento, rispondono alla repressione. Anche la storia del Partito comunista italiano, del ” partito nuovo” da Togliatti in poi, non si spiega senza l’organizzazione di ” società nella società”… Scrive Karl Marx nei ” Manoscritti economico-filosofici”: ” Quando gli operai comunisti si riuniscono essi hanno come primo scopo la dottrina, la propaganda,ecc. Ma con ciò si appropriano insieme di un nuovo bisogno, del bisogno della società e ciò che sembra un mezzo è diventato uno scopo”.

  2. Donatella scrive:

    Sono sempre affascinata da chi, nonostante ci siano i cattivi, si ostinano a mettere in risalto i buoni. Una cosa del genere la fa Nando Dalla Chiesa, scovando nella brutta Italia che abbiamo sotto gli occhi, i buoni che si danno da fare silenziosamente per un mondo migliore. Un altro ” cacciatore” di giusti è Gabriele Nissim, giornalista, storico, saggista. Convinto che siano più di 36 a generazione ( come afferma il Talmud), Ha cominciato, nel volume ” L’uomo che fermò Hitler” a raccontare Dimitar Pesev, che salvò gli ebrei della Bulgaria filonazista, convincendo re Boris III e il governo bulgaro a ordinare che i treni per Auschwitz non partissero. Nel libro ” La lettera a Hitler” narra invece la storia di Armin T. Wegner, che nel 1933, da Roma, manda al Furer e a centinaia di indirizzi in Germania una lunga lettera in difesa degli ebrei e contro le leggi antisemite. Da giovane, Wegner, come ufficiale medico tedesco, aveva assistito allo sterminio degli Armeni. Nel libro “Il tribunale del bene” Nissim racconta la storia di Moshe Bejski, l’uomo salvato grazie alla lista di Schindler e creatore a Gerusalemme de “Il Giardino dei Giusti”. Nel suo ultimo libro, “Il bene possibile” (Utet), Nissim racconta alcune storie dei nuovi Giusti, alternate con le parole di Socrate, Marco Aurelio, Hannah Arendt, Hetty Hillesum, William Shakespeare, Baruch Spinoza. Il bivio che taglia le vite non è quello tra abiezione ed eroismo, ma quello tra indifferenza e piccole scelte ” normali” che rendono possibile salvare non il mondo, ma almeno una vita, anche una sola.
    L’articolo è stato preso quasi per intero da ” Il cacciatore del bene che scopre i Giusti nel mondo” di Gianni Barbacetto, “Il Fatto Quotidiano”, pag.13, 20 aprile 2018.

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