ALESSANDRO ROBECCHI, IL FATTO DEL 16-05-018, I MORTI SUL LAVORO NON SONO UN TEMA DEL CONTRATTO DI GOVERNO

 

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IL FATTO QUOTIDIANO DEL 16-05-2018

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Di certo i morti sul lavoro non sono un tema del contratto di governo

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Quindici stragi di Piazza Fontana, tre stragi di Ustica, tre stragi di Bologna. Contateli come volete, in soli quattro mesi e mezzo i morti sul lavoro in Italia sono stati più di 250. Alla fine dell’anno si supererà di molto quota mille, cifre da guerra, da bombardamento a tappeto. La colata incandescente, la lastra d’acciaio, il gas venefico, il muletto che si ribalta. Il più giovane: 19 anni, il più vecchio: 59. Se fosse un popolo, quello dei lavoratori italiani, avremmo le risoluzioni dell’Onu, le diplomazie in fibrillazione, i grandi leader che lanciano appelli per, come si dice in questi casi, “fermare il massacro”.

E invece sulle vittime da lavoro in Italia si dice poco e niente: i titoli di cronaca, il balletto dei numeri, qualche riflessione ad ampio raggio che lascia il tempo che trova. Ed è un tempo di merda.

Statistiche: il più dodici per cento rispetto all’anno passato si spiega quasi sempre con la sospirata ripresa: si moriva un po’ meno perché si lavorava un po’ meno, ora sì che si ragiona, finalmente! Italia riparte!

Poi si passa ai perché: i controlli sono pochi, pochissimi, spesso inconcludenti (e nonostante questo il 60 per cento delle aziende controllate nell’edilizia risulta non in regola), il lavoro è più lungo e più scomodo, lo straordinario, quando non il cottimo, è la norma. La ricattabilità dei lavoratori – avendo il Jobs act legalizzato il demansionamento e facilitato i licenziamenti – è aumentata a dismisura: dire di no al padrone è diventato più difficile. Il caleidoscopio di appalti e subappalti ha fatto quasi scomparire del tutto i corsi sulla sicurezza. Poi ci sono i motivi, per così dire culturali della questione.

La retorica modernista per cui “gli operai non ci sono più” (anche se ne muoiono tre al giorno), le loro parole sono risibili e antiche: “lotta”, e giù a ridere; “sciopero”, e giù a pontificare col ditino alzato che non siamo più nel Novecento. Il sindacato come un sempiterno ostacolo alle sorti luminose e progressive del mercato, che meno lo regoli e meglio è, la costante mortificazione del lavoro operaio (ma anche contadino: si muore parecchio anche lì), considerato démodé e residuale, anche se siamo la seconda manifattura d’Europa.

Mischiate bene e avrete il cocktail micidiale che produce così tante vittime, aggiungete molte parti di ideologia liberista, quella storiella furba che se aiuti l’impresa (sussidi, sconti sui contributi, agevolazioni fiscali) aiuti anche i suoi lavoratori, cosa millemila volte smentita dai fatti, eppure ancora narrazione dominante.

Vista da quest’Italia dei cantieri e delle fabbriche, dall’Italia che va ai funerali dei suoi padri, mariti e fratelli caduti sul lavoro, l’Italia in primo piano in questi giorni – quella dei tavoli, delle trattative, del Pirellone, del balletto dei nomi, dei corazzieri davanti alla porta – sembra un luogo surreale. Di più, uno schiaffo, uno sberleffo.

Anni di ottundimento, di derisione delle lotte dei lavoratori (quelli che mettono il gettone del telefono nell’iPhone, questa non la scorderemo mai), di criminalizzazione dello sciopero (“Ecco! Scioperano al venerdì!”), di anarchia di mercato (“Troppi diritti! Mano libera!”) ci hanno portato qui: poco lavoro, cattivo lavoro, e puoi anche lasciarci la pelle.

Mentre osserviamo il soave balletto della politica da prima pagina, una cosa è chiara: non verrà da lì il cambiamento. Non verrà dalle riforme scritte e bilanciate con il manuale Cencelli delle convenienze. Se cambierà qualcosa sarà perché il conflitto riprende il suo posto nella dialettica politica del Paese. In soldoni (lo dico male): sarà perché la gente si incazza e il tappo della pentola salta per troppa pressione. Speriamo presto, speriamo subito: è una cosa più urgente del nome del prossimo esimio professore che guiderà il governo.

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