ETTORE LIVINI, REP. 16-05-2018 pag. 7 ::: GLI INTERESSI DEL CAV CONVITATO DI PIETRA AL TAVOLO GIALLOVERDE

 

 

Gli interessi del Cav convitati di pietra al tavolo gialloverde

Le strategie del leader di Forza Italia da Mediaset al riassetto di Mediobanca

ETTORE LIVINI,

 MILANO

Il convitato di pietra delle trattative di governo, il neo-candidabile Silvio Berlusconi, assiste al travagliato parto dell’esecutivo gialloverde con due certezze. La prima è che comunque vada a finire tra Lega e 5Stelle — intesa o elezioni anticipate — lui ne uscirà bene: Matteo Salvini è al tavolo dei negoziati con il chiaro mandato di tutelare anche la Arcore Spa e non ha rotto l’alleanza di centrodestra, favorita in un eventuale voto-bis.

Non solo. La realpolitik ha finito per addolcire le posizioni dei grillini, arrivati ormai a un passo dalla riabilitazione dell’ex “male assoluto” (copyright Alessandro Di Battista): «La norma sul conflitto d’interessi non sarà contro Berlusconi — ha garantito la senatrice M5S Barbara Lezzi.

Mediaset è un’azienda importante del Paese».

La seconda certezza è che questo inatteso sabbatico, figlio della scoppola di Forza Italia nelle urne, consente al Cavaliere di tornare a occuparsi a tempo quasi pieno dell’impero di famiglia. Gestendo dal fortino di Villa San Martino il rilancio di Mediaset, sfuggita grazie all’accordo con Sky all’assedio di Vivendi, la partita giudiziario-finanziaria di Mediolanum e il riassetto dei poteri forti nazionali che il Biscione monitora dal palco privilegiato di Mediobanca.

Un risiko dove la sua riabilitazione politica potrebbe alla fine tornargli molto utile.

Il dossier più delicato, come sempre, è quello delle televisioni. Il rischio di un monocolore 5 Stelle («Spero non vinca alle elezioni chi ci vuole distruggere», aveva detto il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri) pare esorcizzato.

Le tv di Cologno sono però strategicamente in mezzo al guado. Vincent Bolloré ha ancora in portafoglio il 29% del capitale, anche se il 19% è sterilizzato in un trust su richiesta dell’Agcom.

L’intesa con Sky ha eliminato la zavorra della pay-tv, costata 850 milioni di perdite in 13 anni e i conti sono in sicurezza.

L’incertezza politica ha però soffocato la ripresa della pubblicità (a marzo è calata del 3%). E Silvio, saltata l’alleanza con Vivendi, deve rivedere da zero le sue strategie, decidendo nei prossimi mesi come riposizionare Mediaset nel processo di convergenza tra media e tlc. Il sogno proibito, come sempre, è quello di un asse con Telecom. Un fronte dove la politica, come dimostra l’entrata a gamba tesa della Cdp a fianco del fondo Elliott in chiave anti-Bolloré, conta molto. E se il buongiorno si vede dal mattino — la Tim targata Elliott ha firmato subito un accordo sui contenuti che garantirà a Mediaset 40 milioni in tre anni — il barometro delle relazioni tra le due aziende è salito all’improvviso verso il “bel tempo fisso”. Un disgelo che potrebbe per assurdo facilitare un domani la pace con i francesi. Il capitolo del futuro di Mediolanum è più in mano ai giudici che ai palazzi romani.

L’azienda di Ennio Doris è da sempre la gallina dalle uova d’oro di casa Fininvest. Ha garantito dividendi (89 milioni quest’anno) anche quando le tv perdevano milioni e la quota del Biscione nella banca vale — tanto per dire — 1,4 miliardi, quasi quanto quella in Mediaset. Unico problema: la Banca d’Italia e la Bce hanno obbligato Berlusconi a far scendere dal 30% al 9,9% la sua partecipazione a causa della perdita dei requisiti di onorabilità bancaria dopo la condanna definitiva del 2013 per frode fiscale. Arcore ha lottato in tutte le sedi giudiziarie e con tutti i mezzi (un faro l’ha appena acceso la magistratura di Roma) per ritardare e disinnescare la cessione delle azioni entro ottobre 2018. E finora ha vinto, visto che il Tar, in attesa di una pronunciamento della corte Ue, ha congelato la dismissione. La politica potrebbe invece aiutare Mediolanum a sciogliere un altro nodo: il verbale di contestazione da 544 milioni per imposte non pagate appena presentato dalla Gdf alla filiale irlandese del gruppo. Accuse respinte dalla banca che ha già patteggiato con un versamento di 120 milioni all’Agenzia delle Entrate il contenzioso sulle controllate di Dublino.

Il ruolo della Fininvest e di Berlusconi rischia di essere decisivo anche su un altro fronte destinato prima o poi a mandare in fibrillazione la politica e l’economia italiana: il futuro dell’antico salotto buono tricolore che veglia in equilibrio precario su Mediobanca e Generali. La situazione tra Trieste e Piazzetta Cuccia, in apparenza, è tranquilla. Il management ha appena portato la banca d’affari a risultati record e assieme a un manipolo di soci italiani (Caltagirone, Benetton, Del Vecchio e De Agostini in primis) controlla il cda del Leone. Sottotraccia però si inizia a percepire qualche scossa. Il patto di Mediobanca — dove convivono obtorto collo Fininvest, Mediolanum, Unicredit e Bollorè — scadrà a fine 2019. Il tam-tam di Borsa parla da sempre di interessi esteri (guarda caso soprattutto francesi) sulle Generali. E il nocciolo duro di azionisti tricolori a Trieste ha iniziato ad arrotondare le partecipazioni nelle assicurazioni. Queste piccole-grandi manovre sono monitorate con grande attenzione a Roma. Il Leone ha in portafoglio quasi 65 miliardi di titoli di Stato italiani. Unicredit — guidata dal francese Jean-Pierre Mustier — è stata travolta dalle polemiche politiche quando ha ceduto Pioneer (che in pancia aveva un altro bel malloppo di Btp) al gruppo transalpino Amundi.

Banche, assicurazioni e gestori patrimoniali nazionali hanno giocato un ruolo decisivo nel tamponare lo spread a fine 2011.

Berlusconi, ovviamente, lo ricorda bene e in futuro, chissà, potrà giocare da protagonista su due fronti — la politica e la finanza — la partita per salvaguardare l’italianità di un pivot dell’operazione “salva debito-pubblico” come Generali.

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