ALBERTO CATTANEO, EMINENTE LOBBISTA ITALIANO, PUBBLICA DA LATERZA (2018):: IL MESTIERE DEL POTERE, DAL TACCUINO DI UN LOBBISTA–+ DUE RECENSIONI INTERESSANTI ENTRAMBE CHE ILLUMINANO UN PO’ LA NOSTRA IGNORANZA SUL POTERE E SULLE LEGGI—Alberto Cattaneo, è il fondatore della Cattaneo Zanetto & Co., società leader del lobbismo italiano che ha rappresentato molte grandi aziende comprese quelle della Silicon Valley, da Uber ad Airbnb.

 

 

 

Risultati immagini per alberto cattaneo memorie di un lobbista, laterza?

Alberto Cattaneo

Il mestiere del potere

Dal taccuino di un lobbista

versione digitale in formato ePub con DRM – richiede Adobe Digital Editions – disponibile anche nella versione a stampa
Edizione: 2018
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788858132746
Argomenti: Attualità politica ed economica
  • 9,99 Euro

In breve

«I lobbisti, lo si è detto, non sono il potere. Ma al potere sono vicini. Se c’è una camera dove il potere abita, il lobbista sicuramente abiterà la stanza antistante quella camera: l’anticamera del potere. Ma non siamo i maghi dell’emendamento notturno, né vogliamo essere i vassalli di un potere debole incapace di decidere.»

Un lobbista di successo ci racconta cosa avviene in quella stanza, come funzionano i meccanismi del potere e perché oggi sono così deboli e fragili.

Di potere e di lobby di questi tempi si parla e si scrive molto. Molti – in Italia e nel mondo – sono convinti che potere politico e lobby operino in modo poco trasparente, quasi mai controllabile, spesso ai confini della legalità. Per avere risposte, la cosa migliore è dare la parola a qualcuno che, dall’interno di questo mondo tanto chiacchierato quanto poco conosciuto, racconti il ruolo dei lobbisti e le motivazioni dei loro clienti – aziende tradizionali, imprese della new economy, distretti produttivi, grandi aggregazioni professionali, conosciute associazioni no profit. Così Alberto Cattaneo, socio fondatore di una delle più note società di lobbying in Italia, racconta dall’interno gli aspetti fondamentali, le modalità, i momenti quotidiani e gli snodi cruciali di questa attività. Emergono finalmente i contorni esatti, i chiaroscuri, i nodi ancora da sciogliere di una professione impegnativa e cruciale: i dossier affrontati, le battaglie vinte e perse, il misurarsi quotidiano con una classe dirigente scorta da un osservatorio privilegiato. Un libro che racconta come e dove molte decisioni cruciali maturano e vengono prese. In altre parole: un libro necessario per guardare all’interno del rapporto tra potere e democrazia.

 

 

 

UNA RECENSIONE DI MARCO PANARA DEL LIBRO DI ALBERTO CATTANEO, IL MESTIERE DEL POTERE, LATERZA 2018

repubblica.it   del 12 maggio 2018  affari e finanza

https://rep.repubblica.it/pwa/anteprima/2018/05/12/news/parlamento_la_fabbrica_delle_leggi_mancate-196175361/

 

AnteprimaAffari E Finanza

Parlamento, la fabbrica delle leggi mancate

Su 100 proposte solo una vede la luce. Un “leggificio” a bassissima produttività: tra commissioni, doppie letture, il concerto tra più ministeri, il varo di nuove norme è un iter infinito. E poi c’è l’ultimo scoglio: i decreti attuativi. Dovevano essere una scorciatoia che però non ha funzionato

Non hanno perso tempo. Con l’entusiasmo dei neofiti i 950 parlamentari che abbiamo eletto il 4 marzo scorso hanno dato una partenza sprint a questa XVIII Legislatura che invece a Palazzo Chigi non riesce ancora a decollare. A due mesi dall’insediamento hanno già depositato 841 disegni di legge (527 alla Camera e 314 al Senato), forse non sapendo – d’altra parte il 60 per cento di loro non aveva mai messo piede a Montecitorio o a Palazzo Madama – che nella legislatura appena finita sui 7.434 disegni di legge presentati da onorevoli e senatori solo 77 sono finiti sulla Gazzetta Ufficiale. L’1 per cento di quelli presentati e meno di un quinto delle 400 leggi varate.

Le altre 323 sono di iniziativa del governo (salvo cinque di iniziativa mista o regionale). Quindi pochissime speranze che quei disegni di legge presentati con ingenuo entusiasmo possano mai superare lo stadio delle buone intenzioni. O forse l’ingenuità non c’entra, è più probabile che i parlamentari, vecchi o neofiti che siano, abbiano semplicemente adottato la teoria ormai consolidata secondo la quale ciò che conta non è la sostanza ma lo storytelling, non è importante che le cose avvengano, basta dire che sono avvenute.

È lo stile politico del tempo. “Una deviazione che rende il potere politico un esercizio di narrazioni più o meno seduttive e sempre meno un’azione capace di produrre effetti incisivi e reali. Quasi che bastasse ‘narrare’ una decisione per renderla concreta”, come scrive nel suoIl mestiere del potere (Laterza) il principe dei lobbisti Alberto Cattaneo.

In realtà nel labirintico sistema italiano anche una legge approvata dal Parlamento è poco più che un annuncio, perché il suo cammino per arrivare a diventare ‘realtà’ è ancora lungo e pieno di insidie. Il primo problema è rappresentato dal fatto che più o meno soltanto una legge su due è “autoapplicativa”, ovvero non ha bisogno di provvedimenti ulteriori per diventare ‘reale’. La media è di 8 provvedimenti attuativi per ogni disposizione legislativa, un numero stupefacente, anche se in calo rispetto ai 13,6 di inizio legislatura.

Dettagli e tecnicismi
C’è una ragione legittima a questo proliferare, ed è che molti argomenti richiedono un dettaglio e un tecnicismo che non trovano nella legge lo strumento adatto. Ma c’è anche una perversione, ed è che i provvedimenti di attuazione non finiscono mai. I tre governi della passata legislatura (Letta, Renzi e Gentiloni), che ne avevano ereditati 889 dai governi precedenti, nonostante gli sforzi di questi anni ne lasciano in eredità ben 753, dei quali 58 risalgono addirittura al governo Monti e 41 al governo Letta. Archeologia.

Andando a vedere tra i provvedimenti mancanti di cosa si tratta, e cogliendo fior da fiore, si scopre che ne mancano 2 su sei di una legge del 2014 sull’Emergenza abitativa, che quindi o emergenza non era o emergenza è rimasta; 7 su 31 dello Sblocca Italia del 2014; 1 su 4 delle Misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti, che evidentemente così urgenti non erano; 1 su due delle Disposizioni in materia fallimentare del 2015 (e qui si vede il lavoro intenso delle lobby); 20 su 30 del Nuovo codice dei contratti pubblici del 2016 (qui invece si capisce perché le opere pubbliche siano al palo); 3 su 3 dell’Integrazione del Codice per l’amministrazione digitale (ottimo risultato della resistenza degli apparati pubblici). La lista potrebbe continuare.

Non è più necessario ricorrere al classico “fatta la legge trovato l’inganno”. Non ce n’è bisogno, la legge si ferma, si insabbia, si adatta. Le leggi prevedono dei termini per l’attuazione, ma non sono perentori e quindi di fatto irrilevanti. E le ragioni per le quali i tempi si allungano sono numerose.

La prima è, talvolta la complessità dell’argomento (come nel caso dell’Ape Sociale e dell’Ape Volontaria). La seconda è la bassa qualità delle leggi stesse, più o meno volutamente ambigue, incomplete, frettolose: “Se le norme fossero più chiare e più complete le cose andrebbero diversamente – dice un funzionario di esperienza – il Parlamento lavora troppo in fretta, non c’è il tempo di approfondire, di studiare a fondo le implicazioni dei provvedimenti”. E quindi il lavoro degli applicatori è più difficile. Ma qui finiscono le ragioni lineari ed entriamo nel labirinto, là dove il “potere della forma” entra in azione.

Il primo angolo è il famoso e famigerato “concerto”: i vari ministri e ministeri vogliono avere voce in capitolo quindi non è solo un’amministrazione ad occuparsene ma due o tre, spesso non in sintonia tra loro, e le lentezze si moltiplicano.

Poi ci sono il confronto con il Consiglio di Stato, che esamina i provvedimenti e fa le sue osservazioni, per cui il provvedimento viene rivisto e inviato di nuovo al Consiglio di Stato. E i mesi passano. Poi c’è l’Anac, alla quale molte amministrazioni si rivolgono in via preventiva per tutelarsi; c’è il concerto Stato-Regioni, con il Veneto per esempio che impugna tutto.

Valutazioni del momento
E, naturalmente, c’è la politica. Che in base alle valutazioni del momento a volte decide di frenare, rinviare, cancellare come, per fare un esempio importante, nel caso della Riforma del Catasto che era prevista dalla Delega Fiscale e che il primo ministro Renzi ha voluto bloccare.

Ma il problema non è solo il tempo, perché i mesi non passano invano. Questo interregno è il secondo tempo degli interessi, che si sono dati un gran daffare nella fase di scrittura della norma e che dopo l’intervallo tornano in campo più agguerriti che mai. Cambiano i luoghi, lasciate le anticamere del Parlamento si spostano in quelle dei ministeri, ma la partita è la stessa. Ed è spesso più grossa di quella che si svolgerà dopo in quelle stesse stanze per avere autorizzazioni, permessi, appalti. Nella fase che precede l’attuazione a muoversi sono soprattutto le associazioni di categoria delle imprese e dei professionisti. Dopo l’attuazione il loro posto nelle anticamere sarà preso dalle singole imprese che saranno l’una contro l’altra armate.
Ma la lobby delle lobby non è nelle anticamere, è dentro i gabinetti e gli uffici legislativi dei ministeri, nelle direzioni generali delle amministrazioni. È in quelle stanze il potere vero di fermare, accelerare, trasformare. Nell’interesse generale a volte, subendo la pressione di gruppi di interesse in alcuni casi, sempre nell’interesse di tutelare il potere dell’amministrazione e dei suoi mandarini. Un interesse protetto dalla complessità delle norme, dei regolamenti e delle procedure, che diventa un potere dominante quando la politica è instabile o è tecnicamente debole.
È accaduto alla nascita della Seconda Repubblica, quando le aule del Parlamento e le sale dei Ministeri furono riempite dai nuovi arrivati di Forza Italia e della Lega, pochi dei quali avevano esperienza amministrativa, parlamentare o governativa. I mandarini e la burocrazia si ersero a tutori dello Stato e di fatto lo occuparono, conquistando ancora più potere di quanto non ne avessero prima. Una storia che, forse, rivedremo.

Il monitoraggio
I governi della passata legislatura hanno fatto uno sforzo per domare “l’idra”. A Palazzo Chigi, l’Ufficio per il programma di governo si è dotato di un sistema di monitoraggio per tenere sotto controllo i termini per il varo dei provvedimenti, sono state esercitate pressioni sistematiche sulle amministrazioni ritardatarie o latitanti, nel Documento di Economia e Finanza è stato inserito un apposito cronoprogramma. È stato costruito un metodo di lavoro. Il problema, non risolto, è farlo rispettare.

 

 

ALTRA RECENSIONE, DA LETTURA DE IL CORRIERE DI MASSIMO GAGGI

 

 

Sono un lobbista, affosso le leggi

Un rappresentante dei gruppi d’interesse ammette che in Italia il suo compito consiste soprattutto nell’ostacolare le decisioni. Ma rivendica la legittimità di un’azione che è fisiologica in una democrazia pluralista

La politica in balia dei gruppi di pressione: decisioni che incidono sulla vita di tutti promosse da poteri nascosti dietro le quinte. La perdita di fiducia nei meccanismi della rappresentanza politica e il fascino esercitato su molti elettori da progetti di democrazia diretta (via la mediazione dei delegati e anche l’intervento degli esperti, considerati camerieri della casta al potere), passano per una condanna senza appello delle lobby.

Organismi spesso associati a ogni nefandezza, le società che interagiscono col potere legislativo e con l’esecutivo preferiscono muoversi sott’acqua. Le lobby non si espongono in pubblico: evitano di rispondere alle critiche, anche quando le ritengono infondate. Una rara eccezione è Alberto Cattaneo, il fondatore della Cattaneo Zanetto & Co., società leader del lobbismo italiano che ha rappresentato molte grandi aziende comprese quelle della Silicon Valley, da Uber ad Airbnb.

Milanese sbarcato a Roma nel 2004 e da allora abituale frequentatore dei corridoi del potere, Cattaneo esce ora allo scoperto per raccontare il mondo del lobbismo e le sue regole, sfidando lo scetticismo dei cittadini e della stampa. Le lobby, sostiene nel libro Il mestiere del potere (Laterza), sono un elemento essenziale del processo democratico. Il loro effetto sul sistema dipende da come sono costruite (alcune puntano solo a creare reti di relazioni personali per condizionare i politici, altre cercano di cambiare la sostanza delle cose attraverso le leggi) e dalla consistenza dei poteri in campo.

Finita l’era dei poteri economici forti, e con la politica spesso paralizzata dai veti incrociati, il rischio che la lobby promuova svolte rispondenti all’interesse di pochi, anziché a quello generale, diventa trascurabile. Il pericolo vero è quello di una politica che, non essendo in grado di adottare misure efficaci, si riduca a pura narrazione, mentre l’attività legislativa si polverizza in mille microinterventi, esposti a improvvisi colpi di mano notturni nelle aule parlamentari.

Certo, seguendo Cattaneo nei suoi riferimenti storici e culturali, da Carl Schmitt a Karl Popper, leggendo la sua dichiarazione d’amore per «un mestiere che nella sua essenza riguarda la capacità di leggere il contesto sociale, politico e istituzionale per provare a trasformarlo a beneficio di un interesse specifico», si fa fatica ad accostare questa immagine quasi da ufficio studi a quella del lobbista animale da sottobosco che molti hanno in mente. Ma Cattaneo chiede al lettore di liberarsi dei pregiudizi e, per convincerlo, chiama in suo aiuto David Foster Wallace: «Se siete automaticamente certi di cosa sia la realtà, allora anche voi, come me, trascurerete tutte le eventualità. Ma se avrete imparato a prestare attenzione, allora saprete che le alternative non mancano».

Così, seguendo Cattaneo, scopriremo che abbiamo un’idea un po’ datata delle dinamiche dei sistemi economici: quelli del XIX e di gran parte del XX secolo, dominati da industrie nazionali che avevano bisogno di un forte rapporto coi poteri politici locali per ottenere autorizzazioni, concessioni, leggi. Nel Terzo millennio delle democrazie occidentali in crisi tutto cambia, soprattutto perché il potere economico, ridimensionata l’industria manifatturiera, si è trasferito nella finanza apolide e nei giganti tecnologici dell’economia virtuale, privi di radicamento territoriale e quindi poco interessati a costruire rapporti organici con specifici centri di potere politico.

Per questi gruppi, racconta Cattaneo, evitare che la loro attività venga intralciata da vincoli, leggi e regolamenti conta più che promuovere una legislazione a loro favorevole.

Ed è così, tra cambiamento del quadro economico e indebolimento di una politica sempre meno capace di prendere decisioni efficaci che, confessa l’autore, si deteriora anche il ruolo dei consulenti: il lobbista vorrebbe essere parte del processo riformatore, ma in questo contesto si adegua. Così diventa ostruzionista: «La lobby — spiega Cattaneo — è chiamata a difendere un interesse. Non è suo compito modificare né il contesto, né il sistema con cui si fanno le leggi. Una lobby efficace è, quindi, costretta a lavorare con chi può bloccare l’azione degli altri: in un contesto politico che vive di veti, non può che lavorare sulle debolezze».

E la politica? Incapace di fare, si rifugia nello storytelling. Ma la narrazione crea negli elettori aspettative che nessuna azione parlamentare o di governo riesce a soddisfare. A questi motivi di crisi, diffusi in tutto l’Occidente, se ne aggiungono poi altri, peculiari del sistema italiano: la mancanza di quello che gli americani chiamano enforcement, il controllo sull’effettiva applicazione di una legge, la verifica dei suoi risultati. E poi, stante l’incapacità di varare poche leggi organiche, solide e durature, la produzione di una miriade di leggine, spesso inefficaci perché emendate in continuazione o prive dei decreti attuativi.

Il viaggio di Cattaneo è affascinante: dai dittatori che hanno realizzato grandi opere pubbliche — efficienza pagata con la cancellazione di ogni garanzia democratica — alle storie dei lobbisti più spregiudicati (e condannati) della storia italiana, come Francesco Pazienza. Passando per un racconto minuzioso del lavoro svolto nelle anticamere del potere, fuori dalla porta di un Consiglio dei ministri o di un’aula parlamentare: lavoro solitamente disprezzato dall’opinione pubblica e che Cattaneo presenta, invece, come un momento essenziale della democrazia intesa come rappresentanza di interessi diversi, tutti legittimi, in competizione tra loro.

Abolire le lobby, come propongono i sostenitori della democrazia diretta, secondo Cattaneo non risolverebbe i problemi. Anzi li aggraverebbe, perché il politico avrà sempre bisogno di qualcuno che gli rappresenti lo scenario dei diversi interessi: anche un dittatore con poteri assoluti si affida a dei consiglieri per le sue decisioni. Meglio, allora, la competizione tra rappresentanti di interessi diversi, della decisione inappellabile presa da un consigliere senza volto.

Quanto alle terapie da proporre, Cattaneo crede poco alla trasparenza assoluta: ne serve di più, ma il gioco politico richiede comunque un certo grado di riservatezza. Meglio concentrarsi sui meccanismi legislativi: «Oggi assistiamo alla barbarie di leggi che, appena varate, vengono modificate, spesso depotenziate, con un emendamento inserito a sorpresa in un provvedimento di tutt’altra natura. Inaccettabile. Servirebbe, invece, una verifica dei risultati conseguiti da una legge, effettuata a uno o due anni di distanza dalla sua entrata in vigore. Solo dopo dovrebbero essere ipotizzabili provvedimenti correttivi».

Possono sembrare semplici tecnicalità giuridiche a chi oggi vuole spazzare via in blocco un sistema di potere che considera corrotto. Ma, seguendo simili logiche, si scivola verso le celebri conclusioni del messicano subcomandante Marcos che 25 anni fa, in piena ribellione zapatista, confessò: «Noi non vogliamo conquistare il potere perché sappiamo che, se lo prendessimo, saremmo presi da lui».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *