DONATELLA D’IMPORZANO ::: GERMANIA ANNO ZERO, ROBERTO ROSSELLINI-1948 +++ WIKIPEDIA SUL FILM ++ DUE RECENSIONI SU MYMOVIES

 

2 FILMATI, UNO DI 5 MINUTI E L’ALTRO DI 7 MINUTI E 36 SECONDI—POI CAMBIA CON UN ALTRO FILM DI ROSSELLINI

IL FILM INTERO, 59 MINUTI, IN ITALIANO

 

WIKIPEDIA:::

 

Germania anno zero
GermaniaAnnoZero.jpg

Il titolo di testa del film

Paese di produzione ItaliaGermaniaFrancia
Anno 1948
Durata 75 min
Dati tecnici b/n
rapporto: 1,33:1
Genere drammatico
Regia Roberto Rossellini
Soggetto Roberto Rossellini, da un’idea di Basilio Franchina (non accreditato)
Sceneggiatura Roberto RosselliniMax ColpetCarlo LizzaniSergio Amidei
Produttore Roberto RosselliniSalvo D’Angelo
Produttore esecutivo Alfredo Guarini
Casa di produzione Tevere Film, Salvo D’Angelo Produzione
Distribuzione(Italia) G.D.B. Film
Fotografia Robert Julliard
Montaggio Eraldo Da Roma
Musiche Renzo Rossellini
Scenografia Piero Filippone
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Premi

Germania anno zero è un film del 1948 diretto da Roberto Rossellini. È il terzo film della cosiddetta trilogia della guerra antifascista di Roberto Rossellini dopo Roma città aperta del (1945) e Paisà, realizzato nel (1946): è considerato una delle vette del neorealismo.

Come indicato nei titoli di testa, il film è dedicato alla memoria di Romano Rossellini, figlio del regista, prematuramente scomparso a 9 anni nel 1946.

 

Trama

« Quando le ideologie si discostano dalle leggi eterne della morale e della pietà cristiana, che sono alla base della vita degli uomini, finiscono per diventare criminale follia. Persino la prudenza dell’infanzia ne viene contaminata e trascinata da un orrendo delitto ad un altro non meno grave, nel quale, con la ingenuità propria dell’innocenza, crede di trovare una liberazione dalla colpa. »
(Cartello introduttivo del film)

La Berlino del 1946, nell’immediato secondo dopoguerra, è ancora un desolante cumulo di macerie. Qui vive il giovane Edmund, di appena 12 anni, trascorrendo le sue giornate vagando per la città. Egli cerca di racimolare qualche soldo per sostentare la sua famiglia, finita in miseria. Sfollata a causa delle distruzioni belliche, è alloggiata malvolentieri in un palazzo con altra gente. Inoltre, il padre di Edmund è immobilizzato a letto, gravemente malato di cuore; la madre è morta e la sorella Eva accudisce il genitore infermo. Per ottenere le sigarette, Eva esce con i soldati alleati, resistendo al consiglio dei suoi amici di prostituirsi. Suo fratello, Karl-Heinz, è un ex soldato della Wehrmacht, che ha combattuto in Russia e la battaglia di Berlino, e non esce di casa perché privo di documenti, temendo di finire in un campo di concentramento. Tra furtarelli, baratti, i giochi con gli amici e la ricerca di un qualsiasi lavoro, Edmund non si perde d’animo.

 

Il giovane Edmund per le strade di Berlino.

Un giorno, Edmund incontra il signor Enning, già suo maestro a scuola, un nazista privo ormai dell’abilitazione all’insegnamento, che lo porta nella casa dove abita. All’inizio egli gli affida il compito di vendere dei discorsi di Hitler, incisi su dischi, a soldati alleati, recandosi al palazzo, ora in rovina, della cancelleria di Hitler. Il viscido docente, probabilmente un pedofilo, come alcuni suoi amici, lo soggioga con le sue teorie irrazionali, secondo le quali «i deboli devono soccombere e i forti sopravvivere». Il padre malato, dopo una crisi, finisce all’ospedale per alcuni giorni ma, tornato, ritrova la stessa miseria. Il giovane, dopo aver prelevato una boccetta all’ospedale, di nascosto avvelena suo padre uccidendolo mentre sorseggia del tè.

Nel frattempo, sopraggiunge la polizia per perquisire la casa e Karl-Heinz, che si presenta senza documenti, viene portato via. Eva avverte gli altri inquilini della morte del padre. Il giorno successivo, Karl-Heinz torna libero a casa e la sorella Eva gli rivela che il padre è morto. Edmund, dopo una discussione coi fratelli, vaga ramingo giorno e notte tra le rovine della città, finendo per tornare il giorno dopo dall’ex maestro al quale confessa il parricidio. Ma Enning, terrorizzato e temendo di esser coinvolto, tenta di abusarlo, dandogli del pazzo e del mostro. Edmund fugge ancora, senza meta.

Il ragazzo, sconvolto, non ha il coraggio di tornare a casa e, nel suo inquieto vagabondare, ascolta il suono di un organo uscire da una chiesa distrutta e se ne allontana. Infine, Edmund si arrampica sull’edificio in rovina di fronte alla loro abitazione, da dove vede trasportare via la bara del padre. I fratelli, arrivati in ritardo, cercano Edmund, chiamandolo, ma egli non risponde. Prostrato dal peso del rimorso, poco dopo si suicida gettandosi nel vuoto sotto lo sguardo attonito della sorella Eva.

Produzione

Il film è stato girato tra l’agosto del 1947 e il febbraio del 1948 in parte tra le macerie della Berlino dell’immediato dopoguerra (per quanto riguarda gli esterni) e in parte a Roma (per le scene di interni). Il film è stato girato in prima battuta in tedesco e poi doppiato in italiano a cura di Sergio Amidei.

Quando Roberto Rossellini si recò a Berlino per il film, organizzò i provini per trovare gli attori; ad uno di questi, come racconta nella sua autobiografia, partecipò anche un giovane Klaus Kinski. Dopo ore di attesa nella sala d’aspetto con altri aspiranti attori, le audizioni tardavano ad iniziare, mentre il regista si dilungava al telefono con Anna Magnani: in uno dei suoi tipici scatti di rabbia, Kinski si mise ad inveire contro Rossellini, che subito replicò: «Chi è quello? Mi interessa! Fategli un provino!».[senza fonte]

 

 

” Quello che Rossellini ci propone in questo film (in cui si distacca dal cinema resistenziale per offrirci un’indagine socio-psicologica di taglio diverso) è il ritratto di un bambino inesorabilmente e disperatamente cresciuto ma che vorrebbe tornare ciò che è stato, nonostante quello che ha visto e che fa. Cerca di giocare a palla con altri bambini ma viene respinto e allora salta da una chiazza di fango all’altra in un tentativo di gioco solitario e triste. Per un attimo ha come una folgorazione: la musica di un organo che esce da una chiesa lo costringe a fermarsi (finora lo abbiamo visto in costante movimento) ma, come se fosse incapace di credere ancora nella bellezza, riprende il suo cammino. In questa sequenza è condensato tutto il dolore e la pietà (nell’accezione più alta del termine) che Rossellini prova nei confronti del suo protagonista e che riesce a trasmettere allo spettatore. Sono sentimenti che vengono rafforzati da un contesto in cui le macerie non sono solo fatte di mattoni ma si trovano nell’intimo di un mondo adulto in cui tutti, dal perverso sedicente educatore alla donna che insinua in Edmund il sospetto che la sorella Eva si prostituisca, sono minati da quella malattia che l’ideologia nazista il conflitto hanno instillato in loro.
La macchina da presa li osserva ma non si sottrae al giudizio che ha una radice fondamentalmente cristiana: “Chiunque scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e venga gettato in mare”.(Marco 9,42)

GIANCARLO ZAPPOLI (MY MOVIES)

 

Francesco Rufo 
venerdì 10 luglio 2009

Nel neorealismo, a volte i bambini sono testimoni e depositari della memoria storica, i soli personaggi che possano raccontare e conservare la speranza, ricreare uno spazio umano nella distruzione apocalittica delle città della guerra e del dopoguerra; altre volte, come in Germania anno zero, sono lo specchio in cui si riflette la disillusione, la disperazione, la presa di coscienza dell’impossibilità di un reale cambiamento, di una vera salvezza. Il film presenta tre fattori pensati dal filosofo Gilles Deleuze per identificare il neorealismo e il cinema moderno: l’erranza, la veggenza, l’intollerabile. Edmund vaga (come padre e figlio in Ladri di biciclette) e, privato della capacità di agire, può solo subire e soprattutto vedere: è un veggente, l’occhio di una coscienza disperata, una coscienza vagante, innocente e al contempo mostruosa. Si crea una situazione ottica e sonora pura che si lega a qualcosa di intollerabile, che in Germania anno zero è un dolore troppo forte, lacerante. L’errare solitario di Edmund attraverso i detriti materiali e morali della Germania e dell’umanità postbellici costituisce una via crucis dell’innocenza, dell’infanzia. Le colpe degli adulti ricadono sui bambini, che diventano le vittime sacrificali di un mondo in rovina. Rossellini unisce la Storia e le storie; la società, il collettivo e il privato, l’intimo; la materia e lo spirito; la realtà rappresentata dal punto di vista sociale e materialistico, in modo oggettivo, e la realtà quale si rivela agli occhi del soggetto che la guarda. Il problema è nella polarità soggettivo-oggettivo. Il soggettivo è il punto di vista del personaggio, l’oggettivo è il punto di vista del regista. L’immagine di Rossellini supera la distinzione tra soggettivo e oggettivo, instaura tra personaggio e regista una pratica e un rapporto di intercessione. Questa immagine non si confonde-identifica con il personaggio e non è al di fuori del personaggio: è con lui, e unisce due dimensioni del soggetto, quella empirica e quella trascendentale. Da tutto ciò nasce un’opera straziante, essenziale, moralmente necessaria, che rispetta e restituisce la radice umanistica del cinema.

https://www.mymovies.it/film/1948/germaniaannozero/

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