PAOLO DI PAOLO, REP. 28 MAGGIO 2018, pag. 22—” C’E’ TUTTO UN MONDO DENTRO QUELLA FOTO “

 

Ci siete anche voi?

Su Repubblica.it ::http://www.repubblica.it/cultura/2018/05/27/news/jodice-197508391 la foto navigabile di Jodice. Se vi riconoscete diteci dove eravate e cosa ricordate di quel giorno

 

 

SOLO VERSO LA FINE SI SENTE BERLINGUER E SI VEDE L’ENORMITA’ DELLA PIAZZA

DURATA: 18 MIN. 

 

"Io c'ero": la folla silenziosa di Mimmo Jodice e i ricordi dei lettori"Io c'ero": la folla silenziosa di Mimmo Jodice e i ricordi dei lettori
(foto Mimmo Jodice / Collezione privata – Courtesy Galleria Vistamare)

CRONACA

L ’ a l t r a p a g i n a

Il ritratto di una piazza usato ieri per la copertina di Robinson ha incuriosito molti lettori Migliaia di persone in silenzio: ecco chi ascoltavano

Lo scatto

Il romanzo di un’epoca

C’è tutto un mondo dentro quella foto

PAOLO DI PAOLO

 

Se in ogni fotografia c’è almeno una storia da scrivere, un romanzo nascosto, questa ne vale almeno un migliaio. Lo scatto di Mimmo Jodice scelto come copertina dell’ultimo numero di “Robinson” ha incantato (e incuriosito) parecchi lettori. Quella folla impressionante che cosa, quale voce sta ascoltando? Quei volti, quei corpi a perdita d’occhio perché sono lì? È la fine dell’estate del 1976: domenica 19 settembre, per l’esattezza. Dieci giorni prima è morto Mao; al governo, in Italia, c’è Andreotti, Cossiga è il ministro degli Interni. Tra qualche giorno, nelle sale cinematografiche, esce Novecento di Bernardo Bertolucci. La fotografia è scattata a Napoli, nella giornata conclusiva del Festival dell’Unità. Mimmo Jodice ricorda perfettamente l’occasione: «E ricordo più di tutto il silenzio assoluto» racconta. «Un silenzio quasi irreale: stava parlando il segretario del Partito comunista, Enrico Berlinguer. Le bandiere sventolavano piano, o erano abbassate, nessuno faceva un fiato. Fino al momento in cui si è scostato dal microfono: allora sono partiti gli applausi, le urla (“Enrico, Enrico!”), non finivano più». C’è chi dice che mai un comizio, dal dopoguerra, aveva richiamato tanta gente. Nel vasto spazio della Mostra d’Oltremare, stipato all’inverosimile, contare le persone sarebbe stata un’impresa impossibile. Sui giornali di allora si scrisse “sterminata”, “oceanica”, e per una volta non era un’iperbole. Cantarono gli Inti-Illimani («e noi con loro, a squarciagola. Indimenticabile»); Eduardo organizzò una replica speciale del suo “Natale in casa Cupiello”, applauditissimo.
“L’Unità”, l’indomani, titolò a tutta pagina: “Grazie, Napoli”. «Il Festival ha saputo esprimere, dare una voce a una Napoli in gran parte ignorata, al potenziale produttivo di questa città, alle sue risorse naturali, al suo patrimonio artistico, alle sue energie culturali…» scandiva Berlinguer dal palco, «in quella sua maniera calma e sicura di parlare» aggiunge Jodice. Su YouTube si trovano i filmati, ma il grande fotografo napoletano non ne ha bisogno. Ricorda tutto: «Non vorrei sembrarle romantico, o nostalgico, ma è difficile non usare la parola entusiasmo, e non usare il verbo credere. A essere lì si respirava un’energia straordinaria». Quel decennio, per Jodice, è legato a grandi inchieste sulle condizioni di vita nella città: gli ospedali, le fabbriche, gli uffici.
Il lavoro minorile. Uomini e donne pronti a partire per la Svizzera con vecchie valigie e scatole di cartone. «Mettevo il mio sguardo a servizio della stampa militante e del Partito. Una forma di volontariato politico, potrei chiamarlo così. Spesso, anche per timidezza, lasciavo alla portineria della sezione del Pci di via dei Fiorentini le mie fotografie. Era un contributo non richiesto, ma io ne sentivo la necessità, l’urgenza».
La fotografia del settembre ’76 ha qualcosa di ipnotico. Persone, soltanto persone. Diverse età, espressioni concentrate, in qualche caso sorridenti. Occhiali da sole, berretti che nei filmati tornano rossi. Fazzoletti al collo, cappelli di paglia. Gli operai dell’Italsider, dell’Alfa Sud e dei cantieri navali di Castellammare.
«E adesso andiamo a lavorare» disse Berlinguer chiudendo il discorso.
Chissà se c’è qualcuno in grado di ritrovarsi, qualcuno che possa dire: c’ero, ero quello con la camicia bianca e la cravatta; ero quello con i baffi a manubrio e gli occhiali con le lenti a goccia; ero quella con la borsa a tracolla, accanto c’è una mia amica che si morde le unghie. “Dove sono in questa storia”, per rubare il titolo a un libro. Ma forse lo splendore del bellissimo bianco e nero di Mimmo Jodice è nel come restituisce un insieme. Un’idea di comunità che non cancella i singoli, ma li proietta su un orizzonte più ampio. Se esiste un’immagine dell’altro secolo giusta per la parola “popolo”, forse è questa.

Una risposta a PAOLO DI PAOLO, REP. 28 MAGGIO 2018, pag. 22—” C’E’ TUTTO UN MONDO DENTRO QUELLA FOTO “

  1. Donatella scrive:

    Chissà dove sono finite le aspettative di tutte quelle persone? E’ vero che dobbiamo abituarci al continuo cambiamento del mondo, ma c’è un po’ di affanno e di tristezza in questo movimento senza pietà e apparentemente senza regole

    Voglio segnalarvi un film, che ho visto ieri su TV 2000, quella del Vaticano: ” L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza”,Brasile 2006, Regista Cao Hamburger, attori:Michel Joelsas, Germano Haiut. Titolo originale: O ano em Que Meus Pais Sairam de Férias.
    Anni ’70: mauro, 12 anni, vive a San Paulo con i genitori, che sono costretti a fuggire per motivi politici ( sono gli anni della dittatura). Lasciano il ragazzino, come d’accordo, al nonno, dicendo al figlio che si prendono una vacanza ma che torneranno per vedere insieme le partite della Coppa del Mondo, che si tiene in Messico. La realtà intanto è cambiata: il nonno che doveva accogliere il nipote muore per infarto mentre è al lavoro e il ragazzo rimane per ore davanti all’appartamento dove ormai il nonn0 non potrà più tornare. Tra incomprensioni e malumori vari, un vicino, ebreo come il nonno, si accorge di Mauro e comincia a prendersi cura di lui. Il posto è un quartiere multietnico, che ospita una comunità ebraica numerosa e vivace. Ci si stupisce che il ragazzo non sia stato circonciso, ma si fa a gara nell’ospitarlo a pranzo. Mauro aspetta con ansia i suoi genitori, sperando che tornino per vedere insieme le partite del Brasile. Nonostante questo pensiero fisso, si amalgama con la spensieratezza dell’età alla banda di ragazzini suoi vicini. La nota dominante è il tifo per la magnifica squadra brasiliana, che unisce in un abbraccio gioioso tutte le diverse etnie che compongono San Paolo. Perfino i severi anziani ebrei, con il loro rabbino, danzano festosi ad ogni gol di Pelé. Mauro trascorre così un’estate memorabile ( il Brasile campione del mondo per la terza volta a Città del Messico contro l’Italia), si apre ad una realtà dolorosa ( l’assenza dei genitori, la polizia che reprime con violenza ogni manifestazione di dissenso, gli studenti dell’Università Cattolica di San Paolo catturati e picchiati, la paura di non potere mai più rivedere i suoi cari). L’altra faccia del reale è anche la freschezza della gioventù, che si apre ai primi misteri della vita: la sessualità, la voglia di stare con i compagni di gioco, il bisogno di indipendenza dagli adulti ma allo stesso tempo la richiesta muta di protezione. Il film è tutto giocato su questi due piani: la tragedia e l’ironia, la storia dei generali e la storia dei giovani che si affacciano alla realtà. Anche la fine del film, quando Mauro apprende dalla madre, fortunatamente scampata alla brutalità dei militari, che il padre è stato ucciso, il racconto non prende mai una piega fortemente drammatica: il dramma è nella vita stessa, che continua a scorrere con i suoi momenti di spensieratezza e di tragica follia. Interpreti del film, oltre al sensibile e vivace ragazzo: il signore coetaneo del nonno che si occupa di lui come se fosse un nipote e il vicinato, fatto di ebrei, italiani, arabi diventati tutti brasiliani nel nome della splendida Nazionale di calcio.

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