LUCA SOMMI,IL FATTO DEL 9 GIUGNO 2018 ::: ” Anthony Bourdain la fame di vita non gli è bastata “

 

Al sangue

 

DESCRIZIONE

“In cucina non è possibile mentire. e non c’è neanche Dio. non potrebbe comunque aiutarvi. Una omelette o la sai fare o non la sai fare. Tagliare una cipolla, usare un tegame, tenere il passo con gli altri cuochi, rifare in continuazione, alla perfezione, i piatti che devono essere fatti, sono tutte cose che o sai fare o non sai fare. Nessuna credenziale, nessuna cazzata, nessuna bella frase o nessuna supplica cambierà le cose. La cucina è l’ultimo baluardo della meritocrazia, un mondo di assoluti.”

Ecco l’atteso seguito di Kitchen Confidential. Dieci anni dopo la pubblicazione del libro in cui venivano rimarcate le idiosincrasie e i pericoli che si nascondevano nell’andare a cena fuori, molte cose sono cambiate nella sottocultura degli chef.
Con il suo stile sempre graffiante, Bourdain ci mostra quello che si cela nelle cucine, racconta l’attuale pessimo stato della ristorazione, e infine descrive alcuni dei grandi nomi del mondo culinario: David Chang, la giovane superstar che ha radicalizzato in questi ultimi anni il paesaggio della cucina (unendo a quello europeo il gusto asiatico), e la tanto venerata Alice Waters, la cuoca californiana che è riuscita a far seminare un orto nella Casa Bianca a Michelle Obama.
Il riflesso della crisi economica sul mercato e sugli obiettivi dei grandi cuochi diventa occasione per una valutazione attenta dell’industria culinaria, tra cui l’hamburger e la cultura alimentare che lo sostiene, la pessima qualità della carne e le sue conseguenze sulla salute umana. La conclusione a cui giunge Bourdain è pertanto “meno carne ma carne migliore”, ma pur sempre condita dal suo inarrivabile sarcasmo acido.

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 9 GIUGNO 2018

https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/anthony-bourdain-la-fame-di-vita-non-gli-e-bastata

 

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BRASSERIE LES HALLES A MANHATTAN, NEW YORK

 

Anthony Bourdain la fame di vita non gli è bastata

Strasburgo – Lo chef scrittore, autore di tanti programmi tv di successo si è ucciso in una stanza d’albergo. Era il compagno di Asia Argento

Anthony Bourdain la fame di vita non gli è bastata

Aveva una faccia alla Leonard Cohen, bella e vissuta. Dava l’impressione di mangiarsela la vita, in un sol boccone, interessato a tutto, basta che fosse creato dalle mani dell’uomo. E invece ieri Anthony Bourdain – famoso cuoco americano, scrittore e star televisiva – la vita se l’è tolta in un albergo di Strasburgo. Era nella città francese per registrare una puntata del suo ultimo programma televisivo, Parts Unknown, in onda sulla CNN. Sessantadue anni da compiere a giugno, Bourdain era un personaggio diverso dai soliti celebrity chef: scorretto, anarchico, spesso rude ma sempre dalla parte “della strada” e mai da quella delle stelle, capace persino di portare a pranzo Barack Obama in un bugigattolo, un piccolo ristorante familiare vietnamita.

Aveva deciso di raccontare il mondo attraverso il cibo, i suoi programmi, così come i suoi libri, erano distillati antropologici più che guide gourmet. Controverso, contraddittorio – “perché sono vasto, contengo moltitudini” diceva Whitman – detestava sia chi mangiava troppa carne sia chi si professava vegano ortodosso, soprattutto in Occidente. Uno chef – questo era, prima di ogni altra cosa – graduato al Culinary Institute of America nel 1978, poi via a lavorare per i più prestigiosi ristoranti newyorkesi, fino a diventare executive chef della Brasserie Les Halles di Manhattan. Scriveva per il gotha del giornalismo internazionale: New York Times, New Yorker, The Independent, Gourmet, Rolling Stone. Il libro che lo ha reso celebre, Kitchen Confidential, raccontava gli orrori che accadono nelle cucine dei ristoranti americani, tra ideali traditi e rischi per la salute.

Tanti programmi tv, tanti articoli, tanti libri, tra questi, uscito in Italia per Feltrinelli, Al sangue, dove sosteneva che in cucina non si può mentire: “Una omelette o la sai fare o non la sai fare”, perché in cucina non c’è neanche Dio che ti può aiutare. E ancora: “Nessuna credenziale, nessuna cazzata, nessuna bella frase o nessuna supplica cambierà le cose. La cucina è l’ultimo baluardo della meritocrazia, un mondo di assoluti”. Quanta ignoranza, quanti luoghi comuni ha sbaragliato questo cuoco anticonformista: pane al pane, vino al vino, lui era così.

Un uomo famelico di vita, amava i tatuaggi, le moto, i viaggi, bere e mangiare, conoscere nuovi risvolti dell’umanesimo contemporaneo. Appariva attratto dalle storie sottaciute, dimenticate, minori. Corpo allampanato, sguardo da rockstar, quando nel 2016 venne a Roma per girare una puntata di un suo programma ecco l’incontro fatale con Asia Argento: subito innamorati, un grande amore, insieme per il mondo, con lo stesso sguardo rivelatore – solo qualche giorno fa lei ha firmato la regia della puntata di Part Unknown girata a Hong Kong. Quando Asia ha denunciato lo stupro subito da Harvey Weinstein lui ha alzato la voce, vicino alla donna che amava. Con le donne, contro i predatori, poche balle.

Sempre in direzione ostinata e contraria – sarebbe piaciuto a Erri De Luca – elogiava la risorsa che rappresentano gli immigrati clandestini in America, messicani, ecuadoriani, caraibici, che portano idee e braccia alla ristorazione yankee “più degli studenti bianchi e freschi di scuola professionale”.

Bourdain era uno dei pochi critici a non essere solo gourmant, ossia ad avere lo sguardo ristretto solo al piatto. Per questo lui parlava di “pasto” e non di “cibo”, perché l’esperienza del mangiare deve essere omnicomprensiva, dalle tovaglie alle persone intorno, non solo palato. Era un bon vivant, anche quando parlava di persone o di città la descrizione era molto simile alla grammatica gastronomica: sostantivi solidi, descrizioni visive, elenchi, linguaggio spiccio, a volte vernacolare. Le sue pagine correvano via veloci, ogni riga restituiva colore, odore e sapore, come un piatto.

“Mi uccido per non morire” lasciò scritto Gilles Deleuze prima di buttarsi dalla finestra. Bourdain non ha lasciato biglietti. Solo i muri di quella stanza d’albergo conserveranno la verità. E resteranno l’ultimo racconto non scritto di Anthony.

 

 

Luca Sommi

Luca Sommi

LUCA SOMMI è nato a Parma nel 1972. È laureato in Legge. Giornalista e autore, si occupa di letteratura, arte e televisione. Ha collaborato con alcuni quotidiani, come «l’Unità» e la «Gazzetta di Parma», scrivendo prevalentemente di politica e cultura. Ha scritto anche per il piccolo schermo dando segnali di televisione innovativa. Con il critico d’arte Vittorio Sgarbi ha realizzato molti progetti, tra questi il documentario Parmigianino, vincitore del Pieve di Cadore film festival. Ha ideato e curato mostre d’arte di successo, compresa quella nel 2008 dedicata ad Antonio Allegri detto il Correggio. È stato assessore alla Cultura del Comune di Parma. Con Aliberti editore ha pubblicato, insieme a Paolo Villaggio, Non mi fido dei santi (2011), e insieme a Enrico Vaime A sinistra nella foto (2011).

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Moriremo Eleganti – Libro

Conversazione con Luca Sommi

Oliviero ToscaniLuca Sommi


 

 

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