FERRUCCIO SANSA, IL FATTO 14 GIUGNO 2018, — NON TUTTE LE COLPE SONO DEI CANDIDATI… SULLE AMMINISTRATIVE IN LIGURIA

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 14 GIUGNO 2018

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2008, tratta della colata di cemento sull’Italia a partire dalla Liguria, con la spartizione delle zone di influenza tra PD e Forza Italia

 

 

Non tutte le colpe sono dei candidati

 

Facile dare la colpa alla politica. Ma quando tocca a loro, gli elettori scelgono come sindaci quelli che consideravano responsabili dei loro mali. Diciamolo, la responsabilità è anche dei cittadini. In Liguria torna il partito del cemento. Tra dieci giorni sulla scheda del ballottaggio a Imperia si sceglierà il sindaco tra Claudio Scajola e Luca Lanteri, suo ex delfino e assessore all’Urbanistica negli anni del mattone.

Sì, proprio due tra i responsabili – politicamente, non penalmente – della catastrofica operazione del porto di Imperia. I resti sono lì, sotto gli occhi degli imperiesi: moli infiniti e mezzi vuoti, opere a terra da fare (magari a spese pubbliche), silos per auto trasformati in palude sotterranea. Ai piedi del centro storico, del gioiello che è il Parasio, scheletri di palazzi mai ultimati.

Ma chi ha sostenuto il progetto sarà sindaco della città.

Non è colpa dei candidati. Fanno il loro mestiere di politici di lunghissimo corso. Si può puntare il dito sui partiti: Scajola si è candidato da solo, ma Lanteri è stato sostenuto da Forza Italia, Lega (quella del cambiamento!) e Fratelli d’Italia. Una parabola simbolo: Lanteri scajoliano, poi passato al Pd di Raffaella Paita (avversaria di Giovanni Toti), poi ripresentato proprio da Toti. Uno schieramento che gli avversari chiamano ‘la betoniera’. Gli imperiesi potranno scegliere tra l’originale e la copia. Ma sono loro che li hanno portati al ballottaggio con 7.397 voti a Scajola e 6.012 a Lanteri.

Ad Alassio torna Marco Melgrati, architetto e sindaco quando le alture erano una selva di gru. “Sono stato indagato 29 volte, per fesserie legate a questioni urbanistiche. Sempre archiviato”, taglia corto Melgrati. Che è stato eletto al primo turno con il 33.2%.

Oggi come quindici anni fa. Quando nel 2003 Scajola e Lanteri volarono in elicottero accompagnando l’imprenditore Francesco Bellavista Caltagirone e il furbetto del quartierino Gianpiero Fiorani (recentemente avvistato con Toti) in un sopralluogo dal cielo per individuare aree dove investire i proventi di chissà quali affari.

Erano anni in cui il pm antimafia Anna Canepa diceva: “La colata di cemento che, con la benedizione di tutte le forze politiche, sta per abbattersi sulla Liguria deve essere oggetto di grande preoccupazione, per non dire di allarme”. Era in gioco l’ambiente, cioè qualità di vita e bellezza. Con turismo (20% del Pil ligure) e occupazione: i turisti scappano da costiere che ricordano le periferie di Milano, come disse Maurizio Maggiani.

In quegli anni la Liguria – secondo l’Istituto Centrale di Statistica – era prima in Italia per consumo di territorio: -45,5% di superficie libera da costruzioni tra 1990 e 2005. Poi arrivò il piano porticcioli, caro al centrosinistra dell’allora governatore Claudio Burlando: si realizzarono diecimila nuovi posti barca, uno ogni 47 abitanti.

Non c’era rosso o nero, in quella Liguria, il grigio del cemento univa. Così la banca rossa del Monte dei Paschi si lanciava nel progetto di un mega-porticciolo da mille posti alle foci del Magra, che un anno sì e l’altro pure provoca disastri. Dietro le Cinque Terre nasceva un outlet in una zona alluvionabile secondo lo stesso assessore regionale all’Ambiente, all’epoca di centrosinistra. A La Spezia volti noti di destra e sinistra lanciavano il colossale progetto di waterfront miliardario a base di grattacieli. Poi sembrò arrivare una primavera: nascevano comitati, i liguri dicevano ‘no’ alla svendita della propria terra. I responsabili politici di quelle scelte furono puniti alle elezioni: il centrosinistra quasi sparì – ha perso la Regione e oggi tutti i capoluoghi – ma anche i signori del centrodestra, come Scajola, Lanteri, Melgrati uscirono di scena. Liguria 2018: eccoli di nuovo tutti. Un pregio queste elezioni lo hanno avuto, hanno chiarito chi sono i mandanti del cemento: gli elettori.

 

 

Ferruccio Sansa

Ferruccio Sansa

Giornalista

Sono nato nel 1968. Ho sempre avuto difficoltà a parlare di me. O raccontavo un sacco di palle oppure me la cavavo con due parole. E poi se soltanto provo a descrivermi ai lettori, mi accorgo di avere le idee piuttosto confuse su me stesso. Se dovessi scrivere il mio curriculum, spenderei più tempo a raccontare quella volta che ho visto i delfini al largo della Corsica piuttosto che i giornali dove ho lavorato. Gli studi che ho fatto. Ogni giorno scriverei una biografia diversa. Dubito che a qualcuno interessi conoscere il mio passato al MessaggeroRepubblicaIl Secolo XIX e La Stampa, prima di approdare al Fatto. Se provassi a descrivere chi sono, tacerei i difetti o li pettinerei da pregi come fanno gli ospiti di Marzullo: tipo “sono troppo leale”. Forse l’unica cosa che ha un senso dire è… perché faccio questo lavoro. Non ho mai desiderato fare altro che il cronista, perché questo lavoro ti costringe a capire gli altri. Si alimenta di meraviglia e di curiosità. E’, in sostanza, una forma di passione per la vita. Oggi ho quarant’anni – anzi 41 – e sono arrivato al punto in cui devi decidere se rassegnarti perché intanto non cambierai niente o se provarci ancora. Per questo scrivo.

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