FURIO COLOMBO, IL FATTO QUOTIDIANO DEL 20 AGOSTO 2018, ESSERCI E SCOMPARIRE CON LA MILENA DI KAFKA+++ SCRITTI DI MILENA DAL BLOG DI CLAUDIO CANAL

 

Traduttore: D. Frediani
Curatore: D. Rein
Collana: Letteratura
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 3 maggio 2018
Pagine: 252 p. euro: 24

IL FATTO QUOTDIANO DEL 20 AGOSTO 2018

https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/esserci-e-scomparire-con-la-milena-di-kafka/

 

Esserci e scomparire con la Milena di Kafka

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MILENA JESENSKA’

Qui non può trovarmi nessuno (editore Giometti&Antonello) è la trovata geniale nel contenuto e molto bella nel disegno della forma libro con cui un giovane editore marchigiano esordisce e si fa conoscere. Se fosse una occasione mondana si potrebbe dire: “Molto lieto”. Poiché è una inaugurazione, bisogna osservare subito che si tratta di una buona idea.

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MILENA NEL 1917

 

La voce è quella di Milena Jesenská, la Milena di Frank Kafka. Chi ha curato con estrema attenzione i dettagli grafici e quelli di sequenza del materiale del volume ha voluto contrapporre alla voce di Kafka che scrive a Milena, la voce di una Milena giovane e colta, che scrive con un timbro preciso a un suo pubblico per parlare di eventi, di personaggi, di cultura, di idee in discussione, efficace cronista di un mondo borghese che sa molte cose e vuole discuterle in pubblico e confrontarle con altre voci.

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MILENA A 13 ANNI

A volte c’è in questi testi la sfida deliberata del corsivista che vuole provocare opinioni e confrontarsi con visioni diverse. Oppure l’impegno a passare in rassegna cose appena accadute per collocarle in un suo posto giusto con una sicurezza simpatica, perché sempre ricca di citazioni e argomenti. Belle le pagine in cui affronta il tema del kitsch in tempo reale (quando l’identificazione del kitsch diventava argomento di discussione colta) e offre in anteprima tutte le motivazioni e le prove che diventeranno subito materiale d’obbligo della conversazione letteraria e di costume.

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MILENA

Le pagine formano un quadro che a momenti è salotto, in un tempo in cui i salotti erano luoghi veri e non argomento di diffamazione, e in momenti diversi è strada, conversazione in pubblico con toni di arringa o, nel modo cordiale e disinvolto di questa Milena, la cadenza di una lezione.

Il risultato è un breve romanzo o diario che svela molto del tempo ma anche della vita di Kafka e intorno a Kafka (una cultura moderna e d’avanguardia ben conscia del passato e della storia) e ricorda certi quadri di interni borghesi di Gustav Klimt e di Egon Schiele. Insomma cose belle e di valore, non ancora riconosciute (non tutte) e per cui una nuova redattrice di cultura come Milena Jesenská, sentiva che valeva la pena battersi.

 

 

 CLAUDIOCANAL.BLOGSPOT.COM/ 07/2010

http://claudiocanal.blogspot.com/2010/07/milena-jesenska-antenata-di-chi-si.html

 

MILENA

Noi conosciamo perfettamente il passato e ce ne curiamo inutilmente giacché non possiamo cambiarlo; conosciamo perfettamente anche l’avvenire e ce ne curiamo non meno inutilmente giacché non siamo in grado di indovinarlo né di plasmarlo a nostro piacere. L’unica cosa di cui non sappiamo niente è il presente, questo pomeriggio, l’ora stessa che stiamo vivendo. Custodiamo il passato come un tesoro e speculiamo sull’avvenire, ma sprechiamo irrimediabilmente il presente. Siamo a malapena coscienti del fatto che la vita è proprio il presente, “unicamente” il presente. Così, prepariamo del tè e ci diciamo che ciò non è che un intermezzo tra quello che è stato e quello che sarà. Ma in realtà non è così, in realtà questa è la vita. La vita non è altro che questo. Senza glorie, banale, piena di delusioni, per meglio dire: un’unica grande delusione, un eterno stare seduti in sala d’attesa, un eterno aspettare un treno diretto che non viene.Ma questa radura sabbiosa piena di erica e di esili pinastri dalle chiome filtra la luce del sole, è stupenda, e tu, stupido cuore, non pensare adesso all’uomo che ti ama troppo o troppo poco, non pensare al mantello nuovo con la fodera vecchia o alla lettera che devi spedire all’ufficio delle imposte, non pensare ad altro che a ciò che vedi. Pensa esclusivamente a questo, coglilo nella sua pienezza, dimentica tutto il resto, senza essere triste o allegro, felice o pieno di desideri, perché tutto ciò è assurdo; sii presente e cerca, Dio mio, cerca di vedere soltanto quest’ora e di gustare tutto ciò che essa ti offre” [Národní Listy, 22 agosto 1926]

 

CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI RAVENSBRUCK DOVE MILENA MORI’ NEL MAGGIO DEL 1944

 

 “La leggerezza è un dono di Dio. Nella leggerezza c’è più verità, più morale, più spirito. Le persone più leggere sono al tempo stesso le più pesanti e, giacché stanno alla sommità, sono sole” [Tribuna, 28 luglio 1928] anche se “Il lavoro del reporter assomiglia spesso a quello di una jena. Egli se ne va in giro col suo taccuino e si appunta le disgrazie altrui per riferirne sui giornali. Se lo facesse senza nutrire almeno un poco di speranza nell’utilità delle sue parole stampate, non meriterebbe neppure una stretta di mano” [Přitomnost, 27 ottobre 1937].

 

La pesantezza dei tempi non l’avrebbe fatta ricredere. La sua appassionata partecipazione al comunismo creativo degli anni Venti si trasforma in critica radicale del mito sovietico appena ha sentore della fine che vi fanno gli esuli austriaci, i combattenti in Spagna, i comunisti tedeschi:

“ Molti di loro sono stati arrestati, altri inviati, detenuti, in Siberia o nelle grandi zone industriali. A questo punto viene da chiedersi: chi ha veramente realizzato le grandi opere in Unione Sovietica, le dighe, le chiuse, i canali?” [Přitomnost, 8 marzo 1939]. Il confronto con il nazismo è diretto. L’Europa è divorata da un cancro e le metastasi stanno per invadere Praga: “Dabbasso, nel seminterrato, vivono anche due emigrati, due socialisti tedeschi. Hanno soltanto un permesso di soggiorno provvisorio, nessun altro documento, sono senza lavoro, e tutti gli abitanti del palazzo -cechi, tedeschi ed ebrei- sono alquanto infastiditi della loro presenza. Perché un emigrato – è un negro e, per giunta, un negro in mezzo a bianchi, fuori posto qui, damned nigger! In questi quattro anni l’Europa è cambiata al punto che oggi è piena di negri…” [Přitomnost, 30 marzo 1938].

 

Vi è mai capitato di giacere in una stanza buia, di guardare, nell’oscurità, il soffitto, impietriti dal terrore e dalla sofferenza e, d’improvviso, da qualche parte sopra di voi, un bambino comincia a piangere “per voi”? Avete mai avuto la sensazione che a teatro degli uomini muoiano, lottino o cantino “per voi”? Non vi è mai capitato di vedere un uccello che vola “per voi”, le ali spiegate, tranquillo, felice, e che poi dispare in lontananza per non tornare più? Non vi siete mai imbattuti in una strada il cui selciato può sopportare soltanto il numero di passi che vi occorrono per liberarvi dal vostro dolore?
Io sono fermamente convinta che il mondo ci venga in aiuto. Non so come, né attraverso che cosa. Interviene improvvisamente, insperatamente, semplicemente, pietosamente. A volte, pero’, la salvezza è dolorosa quasi quanto il dolore stesso” [Tribuna, 25 febbraio 1921].

 

 Il suo inconscio “osserva da lontano”, disposto a vedere in forma di sogno scaglie di futuro più di vent’anni prima di finire in una baracca di Ravensbrűck:
Non so dove fossi , in un luogo infinitamente lontano da casa – in America? In Cina? Da qualche parte, all’altro capo della terra, mentre l’intero pianeta era sconvolto da una guerra o da una peste, o dal diluvio universale. Della catastrofe in atto io non sapevo niente di preciso. Ma una folle fretta, una folle agitazione mi trascinavano con gli altri nella fuga. Non sapevo dove stavamo fuggendo. Non chiesi neppure perché fuggivamo. Da una stazione partivano, uno dopo l’altro, treni interminabili alla volta del mondo, tutti strapieni. Gli impiegati delle ferrovie erano in preda al panico, nessuno voleva rimanere lì per ultimo. Gli uomini lottavano per un posto come per la loro vita. Fra me e i binari si frapponeva una folla immensa, non avevo alcuna speranza di farmi largo attraverso di essa. Ero disperata.

“Sono giovane, non posso morire!” gridai.

Ma davanti a me c’erano altre persone giovani. E i biglietti erano quasi esauriti. Il treno che stava partendo era l’ultimo. Alla luce del giorno, i semafori verdi e rossi lampeggiavano minacciosamente. Non avevo salvezza.

Fu allora che qualcuno mi toccò la spalla. Mi voltai e uno sconosciuto mi dette in mano un biglietto, dicendomi: “Con questo lei può andare in tutto il mondo. Può passare il confine e avere un posto sul treno. Non abbia paura e sia coraggiosa. Ma ora vada, si affretti, è tempo”…

…Nel momento stesso in cui il treno partì, avvenne la catastrofe. La terra sprofondò in un baratro, il mondo si trasformò in un’immensa rete ferroviaria lungo la quale viaggiavano uomini, uomini che non avevano più patria. I binari posavano sopra l’abisso e le locomotive sfrecciavano a velocità forsennata. Finalmente il treno si fermò al confine.

“Controllo! Tutti a terra!” gridò il conduttore.

La gente affluì al casotto dei doganieri, soltanto io rimasi indietro, senza passaporto, senza bagaglio. Nella mano stringevo convulsamente il biglietto. Brividi di freddo mi correvano lungo la schiena. Un doganiere mi si avvicinò e mi chiese i documenti. I secondi si trasformarono in un’eternità. Aprii il biglietto. Il doganiere, impaziente, si appoggiò ora su una gamba, ora sull’altra, tendendomi la mano. Sembrava deciso a non farmi passare. Io guardai il biglietto. Vi lessi, scritto in venti lingue diverse:

“Condannata a morte”

Un sudore freddo m’imperlò la fronte. Il mio cuore smise di battere. Un nodo di paura spasmodica, dolorosa mi strinse il petto. Un’angoscia mortale mi prese alla gola. Allora, aggrappandomi a una tenue speranza, già sul punto di morire, già all’ultimo respiro, dissi al doganiere con tono supplice:

“Che sia soltanto una parola d’ordine perché io possa arrivare più facilmente all’altro capo del mondo?

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