SALVO PALAZZOLO, REP. 11 SETTEMBRE 2018, pag. 18 +++ IL FATTO QUOTIDIANO 11-09-2018 ::: PEPPINO IMPASTATO:::GIUSTIZIA NEGATA PER I DEPISTAGGI DI STATO// IL GENERALE SUBRANNI PRESCRITTO PER FAVOREGGIAMENTO

 

 

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Quarant’anni fa l’omicidio di Cosa nostra

Peppino Impastato giustizia negata per i depistaggi di Stato

Prescrizione per il generale Subranni Il gip: ” Gravi omissioni” Il fratello: “Ridateci l’archivio scomparso”

SALVO PALAZZOLO (notizie in fondo),

 

PALERMO

Cercarono di farlo passare per un terrorista suicida. Scrissero pure che era pazzo: «Un suo prozio era affetto da malattie mentali » . Le prime indagini dei carabinieri sull’omicidio di Peppino Impastato furono caratterizzate da un « contesto di gravi omissioni ed evidenti anomalie investigative», accusa il gip di Palermo Walter Turturici. La pista mafiosa che portava a don Tano Badalamenti non fu neanche presa in considerazione nonostante le denunce del giovane militante antimafia di Cinisi dai microfoni di Radio Aut, « che erano un fatto eccezionale ascrivibile al suo coraggio civile ».

FELICIA IMPASTATO

Eccolo, il capitolo finale di una storia che ha segnato per sempre la lotta alla mafia. Il generale dei carabinieri in pensione Antonio Subranni è ritenuto oggi responsabile di aver depistato le indagini sulla morte di Peppino Impastato — come accusavano i pm Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene — ma la prescrizione lo salverà da un processo per favoreggiamento. Un’archiviazione per prescrizione è arrivata pure per i tre sottufficiali che la notte del delitto fecero delle perquisizioni a Cinisi, erano accusati di concorso in falso: Carmelo Canale, Francesco Abramo e Francesco Di Bono. A casa di Peppino fecero un « sequestro informale » di documenti, « così emerge da un atto ufficiale dell’Arma », scrive il giudice. «E ciò è grave » . Perché nel nostro codice di procedura penale non esiste il «sequestro informale».

Da allora è scomparso l’archivio di Peppino, un tesoro unico che conteneva chissà quanti appunti e quanti progetti per la lotta alla mafia. Spariti per sempre, forse sono ancora custoditi in qualche archivio di Stato. « Ora, quelle carte devono essere restituite alla famiglia e a tutti gli italiani», dice Giovanni, il fratello di Peppino. « La prescrizione non può cancellare la memoria di uno straordinario impegno contro la mafia».

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Ma perché quel depistaggio su Impastato? «La pista mafiosa venne aprioristicamente, incomprensibilmente, ingiustificatamente e frettolosamente esclusa » , accusa il gip. Prove furono cancellate, testimoni mai ascoltati. «Vistose, se non macroscopiche anomalie delle attività investigative » . Perché un tale comportamento messo in atto da un esperto investigatore come l’allora maggiore Subranni, comandante del Reparto Operativo? Se l’è chiesto anche la commissione antimafia. Ma oggi questa domanda è ancora più pesante, perché di recente l’ufficiale è stato condannato a 12 anni nel processo ” Trattativa Stato- mafia”. E non perché ritenuto colluso con le cosche, gli è stato contestato di aver dialogato — al fianco dei suoi collaboratori del Ros Mori e De Donno — con un pezzo della mafia, dopo la strage Falcone, per fermare la stagione delle bombe. Quel dialogo, accusa la sentenza, avrebbe indotto il capo di Cosa nostra Totò Riina ad accelerare la morte di Paolo Borsellino, per alzare il prezzo della trattativa.

Un dialogo ci sarebbe stato anche nella Cinisi di Impastato, governata da Gaetano Badalamenti, fino al 1978 il mafioso più autorevole della Cupola, un anno dopo passò nella schiera dei ” perdenti”, scalzato da Riina. Oggi sappiamo che in quei mesi convulsi ( non è chiaro esattamente quando) Badalamenti diventò un confidente dei carabinieri, fu lui a soffiare le prime notizie su Riina e Provenzano, quest’ultimo si nascondeva proprio a Cinisi. È il motivo per cui Subranni proteggeva Badalamenti? C’è una sola certezza: il maresciallo che gestiva il confidente Badalamenti era Antonino Lombardo, il 4 marzo 1995 si sparò un colpo di pistola nell’atrio della caserma Bonsignore di Palermo. Quella notte, sparirono anche i suoi appunti, quelli che testimoniavano il lavoro riservato con i confidenti di mafia, un lavoro al confine fatto per conto dello Stato, un lavoro ” sporco” che Lombardo temeva potesse portarlo sotto inchiesta. È rimasta solo una lettera del maresciallo, in cui rivendicava il « grosso contributo dato alla cattura di Riina » . Sì, perché era stato Lombardo a portare la soffiata determinante per arrivare al capo dei capi. Misteri su misteri.

 

IL FATTO QUOTIDIANO DELL’11 SETTMBRE 2018

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/11/peppino-impastato-il-generale-subranni-prescritto-per-favoreggiamento-gravi-omissioni-e-anomalie-investigative/4618388/

 

Peppino Impastato, il generale Subranni prescritto per favoreggiamento: “Gravi omissioni e anomalie investigative”

 

Peppino Impastato, il generale Subranni prescritto per favoreggiamento: “Gravi omissioni e anomalie investigative”

Quarant’anni dopo arriva la parola fine sull’omicidio dell’attivista di Democrazia Proletaria. L’archiviazione per prescrizione è arrivata pure per i tre sottufficiali (rispondevano di concorso in falso) che la notte del delitto fecero perquisizioni nella casa di Impastato a Cinisi: Carmelo Canale, Francesco Abramo e Francesco Di Bono

Le indagini sull’omicidio di Peppino Impastato furono depistate. E non dagli uomini di don Tano Badalementi, il boss di Cinisiche Peppino denunciava dai microfoni di Radio Aut. L’inchiesta sull’omicidio dell’attivista siciliano fu deviata da quegli stessi uomini dei carabinieri che invece dovevan trovare i colpevoli. Quarant’anni e quattro mesi dopo arriva la parola fine sull’uccisione di quello che doveva essere fatto passare solo per un pazzo. A scriverla è il giudice per le indagini preliminari di Palermo, Walter Turturici, arciviando l’inchiesta sul generale del carabinieri, Antonio Subranni, indagato per favoreggiamento. “Un contesto di gravi omissioni ed evidenti anomalie investigative“, scrive il giudice descrivendo le indagini svolte nel 1978.

L’archiviazione per prescrizione – come racconta Salvo Palazzolo su Repubblica –  è arrivata pure per i tre sottufficiali (rispondevano diconcorso in falso) che la notte del delitto fecero perquisizioni nella casa di Impastato a Cinisi: Carmelo Canale, Francesco Abramo e Francesco Di Bono. La pista mafiosa non fu presa in considerazione dai carabinieri, che tentarono, piuttosto, di accreditare l’esponente di Democrazia Proletaria come una persona instabile sul piano psichico. I pm Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene avevano individuato in Subranni il responsabile principale del depistaggio. Il motivo? “Aprioristicamente, incomprensibilmente, ingiustificatamente e frettolosamente escluse la pista mafiosa”, scrive il gip, che parla di “vistose, se non macroscopiche anomalie delle attività investigative”. Ormai in pensione, Subranni è stato recentemente condannato a 12 anni nel processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra: è tra gli investigatori che avrebbe aperto un dialogo con i boss negli anni delle strage mafiose.

E un dialogo sarebbe stato aperto quarant’anni fa anche nella Cinisi di Impastato, dove nel 1978 Badalamenti era da poco diventato un confidente dei carabinieri. A gestire la sua collaborazione cooperata era il maresciallo Antonino Lombardo che il 4 marzo del 1995 si sparò un colpo di pistola nell’atrio della caserma Bonsignore di Palermo. Nella stessa notte sparirì il suo archivio.  La stessa fine fatta dai documenti sequestrati in casa Impastato.

L’archvizione per prescrizione lascia inevasi una serie di interrogativi. A cominciare dal foglio su cui i carabinieri avevano scritto subito dopo l’omicidio: “Elenco del materiale sequestrato informalmente a casa di Impastato Giuseppe”. A casa di Peppino ci fu un sequestro informale dunque, cioè un sequestro non autorizzato da nessuno. Quel foglio è un dettaglio importante perché si affianca a un altro elenco, questa volta formale, in cui i carabinieri avevano appuntato di avere portato via da casa Impastato solo sei fogli tra lettere e volantini, con scritti d’ispirazione politica e propositi di suicidio. “Voglio abbandonare la politica e la vita“, è il testo di un appunto che per gli inquirenti doveva essere la prova del suicidio. Nei documenti sequestrati, però, c’era anche altro. Lo ha raccontato Giovanni Impastato, fratello di Peppino:  “Ricordo che mio fratello poco prima di morire si stava interessando attivamente alla strage della casermetta di Alcamo Marina, che nel 1976 costò la vita a due giovani carabinieri. In seguito a quel fatto, gli uomini dell’Arma vennero a perquisire casa nostra dato che mio fratello era considerato un estremista. Da lì Peppino iniziò a raccogliere informazioni sulla questione, notizie che accumulava in una specie di dossier: una cartelletta che fu sequestrata e mai più restituita”. Oggi, dopo l’archiviazione, Giovanni Impastato chiede che sia restituito l’archivio sottratto dai militari in quel sequestro informale. “Nel nostro Codice – dice – non esiste questo genere di perquisizione”. E aggiunge: “Scompare un’altra verità. Subranni ha avuto responsabilità nella Trattativa e nella strage della casermetta di Alcamo del ’76”.

 

 

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Salvo Palazzolo (Palermo, 1970) è un giornalista e saggista italiano.

 

Dopo la laurea in Giurisprudenza ha iniziato l’attività giornalistica nel 1992, al quotidiano L’Ora di Palermo. Ha poi collaborato con i quotidiani il manifestoLa Sicilia e Il Mediterraneo, occupandosi di cronaca giudiziaria. In collaborazione con Video On Line ha realizzato il primo sito internet italiano su un processo penale.

Dal 1999 è redattore di giudiziaria del quotidiano La Repubblica. Nel 2004 ha intervistato in carcere il capomafia Pietro Aglieri, ha poi rivelato la trattativa segreta fra i boss e un gruppo di sacerdoti, che dopo le stragi che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avrebbe dovuto portare alla dissociazione di alcuni mafiosi da Cosa nostra.

Ha collaborato con la società di produzione Magnolia e con la RAI come coautore di programmi televisivi di inchiesta su Cosa nostra, curati da Claudio Canepari e trasmessi da Rai 3Scacco al re, la cattura di ProvenzanoDoppio gioco, le talpe dell’antimafiaLe mani su Palermo. Quest’ultimo programma nel 2009 ha ricevuto il premio della critica alla XV edizione del premio giornalistico televisivo “Ilaria Alpi”.

Pubblicazioni

  • Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Falcone Borsellino. Mistero di Stato, 2002, Edizioni della Battaglia
  • Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Voglia di mafia. La metamorfosi di Cosa Nostra da Capaci ad oggi, 2005, Carocci editore
  • Ernesto Oliva e Salvo Palazzolo, 2006, Bernando Provenzano. Il ragioniere di Cosa Nostra, Rubbettino editore
  • Salvo Palazzolo e Michele Prestipino, Il codice Provenzano, 2007, Editori Laterza
  • Claudio Canepari, Piergiorgio Di Cara, Salvo Palazzolo, Scacco al re. La cattura di Provenzano, 2008, Einaudi editore
  • Salvo Palazzolo, I pezzi mancanti. Viaggio nei misteri della mafia, 2010, Editori Laterza
  • Alessio Cordaro e Salvo Palazzolo, Se muoio, sopravvivimi. La storia di mia madre che non voleva essere più la figlia di un mafioso, 2012, Melampo Editore
  • Agnese Borsellino con Salvo Palazzolo Ti racconterò tutte le storie che potrò, 2013, Feltrinelli Editore
  • Nino Di Matteo e Salvo Palazzolo Collusi. Perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia, 2015, Bur Rizzoli

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