ALESSANDRO OPPES, REP. 04-12-2018 pag. 8 IL FONDATORE DI VOX, SANTIAGO ABASCAL, E IL 12% VINTO IN ANDALUSIA, IL PARTITO SOCIALISTA, DOPO 36 ANNI DI GOVERNO DELLA REGIONE, PASSA DA 47 A 33 SEGGI

 

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SUSANA DIAZ è attuale presidente dell’Andalusia e membro del PSOE

 

Il personaggio

Il fondatore di Vox e il boom in Andalusia

Abascal, il leader machista della Spagna lancia l’ultradestra “senza complessi”

ALESSANDRO OPPES

 

 I 12 seggi conquistati nella regione aprono la strada a un patto con il Pp e Ciudadanos Il suo partito vuole migranti deportati e moschee chiuse

 foto da Twitter di Abascal

Risultati immagini per SANTIAGOABASCALSANTIAGO ABASCAL (Bilbao, 1976), ex Partito Popolare, è un sociologo e politico, presidente e fobdatore del partito di estrema destra VOX–va in giro armato abitualmente

In uno spot passato quasi inosservato di una campagna elettorale costata appena 150mila euro si vede Santiago Abascal, in sella a un cavallo, che annuncia fiducioso: «La nostra reconquista parte dall’Andalusia». Alla cintura la sua immancabile Smith&Wesson («prima per proteggere mio padre, ora mio figlio»), il leader dell’ultradestra di Vox si propone di rilanciare l’opera portata a compimento nel 1492 dai Re Cattolici con l’espulsione dei musulmani dalle terre di al-Andalus. Nel suo programma c’è la chiusura delle frontiere, la costruzione di muri a Ceuta e Melilla (ci sono già, ma evidentemente li vuole più alti e più sicuri), la deportazione dei migranti irregolari e anche di quelli che risiedono legalmente in territorio spagnolo, se hanno commesso reati gravi. E vuole pure la chiusura di tutte le moschee finanziate dal fondamentalismo. Ma quello dell’immigrazione è solo uno dei punti del piano d’azione xenofobo, razzista e anti-islamico di un movimento nato per sdoganare vecchi slogan franchisti come “Dio, Patria e famiglia” o con il progetto di ricostruire “una Spagna grande e unita”. Per il momento, il suo primo grande successo l’ha ottenuto con l’exploit in parte inatteso alle regionali andaluse, che grazie alla conquista di 12 seggi fa diventare Vox l’elemento cardine di una maggioranza di destra insieme al Pp e Ciudadanos. Un inedito assoluto visto che, con il loro tracollo (sono passati da 47 a 33 seggi) i socialisti di Susana Díaz sono sospinti all’opposizione dopo 36 anni di governo della Regione.

Il carburante per alimentare la crescita di Vox è venuto dalla sfida indipendentista catalana, che ha consentito al partito di fare le prove generali portando in piazza un mare di bandiere rojigualdas, simbolo della nazione spagnola. Prima del trauma del referendum di un anno fa, la piccola formazione nata da un litigio interno al Partito Popolare (Abascal, dirigente regionale basco, se ne andò sbattendo la porta dopo 20 anni di militanza perché era stato emarginato) poteva contare su ben magre performance: dallo 0,45% delle europee del 2014 – anno di nascita della formazione – allo 0,2 delle politiche di giugno 2016. In quell’occasione, i media si occuparono di Abascal solo il giorno in cui venne arrestato a Gibilterra per aver manifestato sventolando una bandiera spagnola.

Chi aveva letto il suo libro “Non mi arrendo” sapeva però che, nonostante le sconfitte umilianti, l’intraprendente politico basco avrebbe atteso paziente il momento propizio per vendicarsi della derechita cobarde, la “viltà” dei suoi ex compagni di cordata del Pp, a suo dire incapaci di applicare una politica conservatrice «senza complessi». La destra autentica, e anche nostalgica, Santiago Abascal – oggi 42enne l’ha conosciuta da vicino sin da piccolo. Nonno sindaco franchista ad Amurrio, provincia di Álava, padre dirigente nel Paese Basco di Alianza Popular, la formazione creata in piena Transizione da Manuel Fraga, ex ministro della dittatura, che poi passò a chiamarsi Partido Popular. La tessera del Pp, così, Abascal se la ritrovò in tasca in modo quasi automatico, iscritto “d’ufficio” dal padre al compimento dei 18 anni d’età. E le cose andarono relativamente bene finché al timone della formazione c’era un “vero” conservatore come José María Aznar, mentre a Madrid comandava Esperanza Aguirre, la “lady di ferro” spagnola, che lo prese sotto la sua ala protettrice, assegnandogli dubbie prebende con la nomina alla guida di una fondazione senza dipendenti e senza attività ma con una sovvenzione di 183mila euro.

Il giorno in cui, incompreso, decise di lasciare il partito (era il novembre del 2013) rinfacciò in una dura lettera a Rajoy di aver «tradito le idee e i valori» del Pp.

Idee che ha poi rielaborato in chiave patriottica, ultracattolica e machista per dare corpo al programma di Vox: si oppone all’aborto, alla legge sulla memoria storica e a quella sulla violenza di genere. Tralascia solo il tema del divorzio, perché lui stesso ha divorziato dalla prima moglie. Progetti che, con la crisi catalana ancora rovente e di fronte alla prospettiva dell’esumazione dei resti di Franco dal Valle de los Caídos, hanno mandato in visibilio due mesi fa i 10mila sostenitori accorsi al suo primo bagno di folla. Non a caso, organizzato nel palazzo di Vistalegre a Madrid, da sempre terreno inviolato della sinistra. Così è partita la sfida. Abascal la affronta con fiducia, ancor più da quando ha visto il suo figlioletto, durante una manifestazione a favore dei terroristi dell’Eta incarcerati, urlare: “Viva España!”. Senza complessi.

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