+++ TOMMASO NICOLETTI, ROMA ::: ” NOTTE DI GUARDIA IN OSPEDALE :: la linea del tempo ” — –INVECE CONCITA, REPUBBLICA 27-12-2018 pag. 29

 

 

 

Invece Concita Notte di guardia in ospedale

Concita De Gregorio

 

 Risultati immagini per la linea del tempo immagine?

” Il Signor Tempo ” di M. Elisa, la bellissima…

 

Grazie a Tommaso Nicoletti, Roma

«Quando dalle finestre dell’ospedale vedo il tramonto prima della notte di guardia, mi sembra di stare in una nave prima di attraversare alcuni chilometri di mare. Dal settimo piano si vedono, verso Sud-Est, la cupola di San Pietro e le luci di Roma. Verso Ovest, tra le case basse, il tramonto. Ho paura della notte. Stringendomi il camice intorno come una coperta comincio la veglia. Nella stanza accanto c’è un signore anziano che è stato tre giorni in pronto soccorso su una barella prima di venire in reparto. ” Lei non sa cosa vuol dire essere abbandonato”, mi dice piano. È messo storto nel letto. Dovrei avvicinarmi e dirgli qualche parola che rassicuri, ma non ci riesco. Non trovo ancora le parole per contenere il senso di abbandono. Cosa so del suo dolore? “Cercheremo di rendere il suo ricovero più breve possibile”, dico. Guarda con gli occhi opachi. ” Mi mandi a casa ora, altrimenti non uscirò più da qui”. In un momento è come se mi volesse ricordare una legge antica e nobile. Di notte vige la legge del mare: non si abbandona. Vorrei confortarlo e penso a come parlavano i miei genitori, per essere paterno e materno come loro che non hanno mai abbandonato.

Mi avvicino al letto numero sei. Distesa c’è una ragazza magra, porta un collare alto con un buco per la tracheostomia. È stata investita da un’auto qualche giorno fa, mentre correva a Monte Mario. Ha riportato fratture multiple del massiccio facciale e del bacino. È confusa, agitata. Si chiama Francesca. “Dove sono le mie bambine?”, dice. Cerca di alzarsi dal letto, ma i mezzi di contenzione la bloccano. Accendo la luce. “Paolo, dove sei? Paolo vieni qui”. Mi guarda negli occhi, ma è come se guardasse nello spazio, dove non c’è la gravità e non si vede la profondità delle cose. “Ciao, Paolo”, dice più forte. Fuori dalla stanza ci sono due bambine. È quasi mezzanotte. Entrano in silenzio e si avvicinano al letto. Francesca guarda le figlie, ma non le riconosce. Lì, nello spazio dentro di lei dove si uniscono le stelle con linee immaginarie per dare un nome alle costellazioni, c’è una raccolta di sangue. Nella parte del cervello dove si riconoscono i volti c’è un buco nero. La nonna le riaccompagna fuori dalla stanza. “Paolo — continua — se sto per morire, di’ alle mie figlie di ricordarsi della Terra. Prima che vadano a vivere nello spazio, dentro bolle su altri pianeti, sii gentile, ricorda loro della Terra”.

Mentre guardavo nel vuoto della stanza la vidi: la linea del tempo. Univa tutti i punti, suturava le ferite. Dove era una lacerazione, lì i lembi, appianati, si riaccostavano. Dove era una frattura nel suolo, lì si costituiva un callo. La mattina presto l’ospedale è avvolto in una sottile nebbia insieme ai vapori delle caldaie e delle cucine, è come una nave che di notte si sposta e durante il giorno rimane nei porti per permettere alle persone di andare e venire. La nebbia lambisce tutte le finestre e sembra alzarsi e abbassarsi come un respiro. Penso che dopo qualche ora di sonno a casa vorrei andare a Ostia per osservare il ritrarsi e l’espandersi del mare, lo stesso movimento lento che rimanda alla vita».

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