+++ PIERFRANCESCO CURZI, HERAT, ” LA CITTA’ ITALIANA ” STA MORENDO DI OPPIO —IL FATTO QUOTIDIANO DEL 31-12-2018

 

 

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CARTA GEOGRAFICA DELL’AFGANISTAN CON LE CITTA’ PRINCIPALI

 

 

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 31-12-2018

https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/herat-la-citta-italiana-sta-morendo-di-oppio/

 

Herat, la città “italiana” sta morendo di oppio

La necessità di drogarsi: “Per farci ogni giorno abbiamo dovuto vendere anche nostro figlio”. L’intervento occidentale è nel complesso un fallimento

 

Soldati italiani impegnati in un sequestro di oppio e per le strade di Herat

 

 

Sotto i teli – Gli stracci non servono ai tossici per nascondersi ma per non disperdere i fumi

 

Anche giovanissimi – Purtroppo tra le 70 mila vittime della dipendenza anche ragazzini – Pfc

“Per comprare oppio ogni giorno abbiamo dovuto vendere uno dei nostri figli”. Arif è impegnato nel creare un piccolo fuoco alimentato con pezzi di carta e qualche legnetto raccattato qua e là. Una fiamma sufficiente per scaldare la dose da consumare in mezzo alla strada; la sostanza infilata in una specie di piccola cannula e fumata. A Herat, capoluogo dell’omonima provincia occidentale dell’Afghanistan, come nel resto del Paese, l’oppio viene aspirato. Siringhe e lacci emostatici, cucchiaini e bilancini sono rarità, ma il risultato alla fine è lo stesso: perdersi nei meandri di un effetto che si spera il più duraturo possibile. Assieme ad altri uomini di età diverse, Arif siede lungo l’aiuola spartitraffico che divide in due la carreggiata di Shahre Naw, una delle strade-chiave nel centro di Herat a due passi dalla splendida Cittadella e dai Minareti di Musallah. Tutti attendono la preparazione in silenzio. La dose è pronta, i tossici si coprono con teli simili a tuniche. La fumata è lenta e cadenzata, non parla nessuno, la nuvola trattenuta.

 

“Tutto va in pezzi, è l’unico rifugio”

Il rito si rinnova, pochi minuti e dai teli emergono uomini diversi, obnubilati dall’effetto calmante in arrivo. Arif, come gli altri, si adagia supino sul fianco dell’aiuola sfruttando l’ombra di un arbusto, un braccio dietro la testa, l’altro sulla fronte. Il suo sembra un riposo mortale, il volto tirato in un smorfia di dolore. In realtà è il momento migliore della giornata. Passano diversi minuti e Arif si ridesta, è calmo e quasi sorridente: “È dura andare avanti in Afghanistan – racconta l’uomo di etnia hazara –. Oltre alla guerra è difficile trovare lavoro e quando le cose vanno a pezzi molti, come me, si rifugiano nella droga. Anche mia moglie è dipendente dall’oppio, viviamo in una capanna e non sappiamo come tirare avanti, per questo abbiamo dovuto dare via uno dei nostri figli, per poterci pagare la droga”.

È molto frequente incontrare nelle zone centrali della città gruppi di tossici nascosti sotto dei teli. Una scelta, quella di coprirsi, non dettata dal desiderio di privacy, ma dalla necessità di non disperdere il fumo. Herat è tra le città e le province meno colpite dall’influenza talebana e dalla guerra, ma non è immune da attacchi e violenza. La minaccia incombe.

Subito a sud, le città di Shindand (stessa provincia) e soprattutto di Farah sono autentiche polveriere, con gli “studenti coranici” a contendere i territori al governo afghano appoggiato dalla Nato. Più volte Farah ha rischiato di uscire dal controllo delle autorità di Kabul e la conta degli attacchi e delle vittime va aggiornata di continuo. Se Herat resta, militarmente parlando, un centro a bassa intensità conflittuale, in parte lo si deve anche alla presenza del contingente italiano in Afghanistan all’interno della missione Nato. Da Isaf (la prima fase dell’operazione, terminata nel 2014) a Resolute Support, ossia formazione agli apparati di polizia e dell’esercito afghani. Insomma, boots on the ground ( ” stivali a terra “, in genere si usa per dire che ci vuole un intervento terrestre che gli attacchi aerei non bastano…, il blog), ma solo per insegnare agli sprovveduti afghani l’arte del combattimento e della difesa.

Il quadro generale della missione iniziata nel lontano ottobre 2001, dopo l’11 settembre, è cambiato radicalmente e si sta tuttora modificando. Il tempo del We’ll sneak them out, li staneremo, riferito ai nemici barbuti menti dell’attacco al cuore degli Stati Uniti, è passato. In oltre diciassette anni di campagna militare, la forza multinazionale è notevolmente dimagrita. Ad oggi restano sul territorio afghano circa 14mila unità americane (oltre 20 mila nel complesso) e proprio nei giorni scorsi il presidente Donald Trump ha annunciato un ulteriore taglio del contingente a stelle e strisce del 50%. Quello italiano, al contrario, per ora, resta fisso attorno alle mille unità, compreso il personale di stanza a Kabul.

Il grosso, tuttavia, rimane in servizio a Camp Arena, pochi chilometri dal centro di Herat (nell’area dell’aeroporto), per il controllo della zona Taac (Train advise and assist command) West. L’Italia, storicamente uno degli alleati più fedeli agli Stati Uniti, mantiene il contingente più numeroso rispetto agli altri Paesi Nato impegnati nella fallimentare campagna afghana. Gli attentati si susseguono, l’ultimo di spessore alla vigilia di Natale a Kabul con 45 vittime, mentre i negoziati con i vertici talebani vanno avanti a rilento. Con il prossimo smantellamento americano, al tavolo dei negoziati si stanno sedendo altri attori regionali, come l’Iran. I talebani ad oggi controllano almeno un terzo del Paese e ne contendono altrettanto al presidente Ashraf Ghani che, vista la situazione attuale, ha deciso di spostare le elezioni presidenziali, fissate ad aprile 2019, ad altra data. Senza dimenticare la minaccia strisciante dei miliziani del fronte Khorasan, la cellula afghana dell’Isis.

 

I motivi della missione post 11 settembre

Tre erano i motivi principali dell’invasione post 9/11: sconfiggere il terrorismo, dunque talebani e Osama bin Laden, ripristinare i costumi e la civiltà più vicina ai canoni occidentali e, infine, azzerare la coltivazione del papavero da oppio. Nessuno dei tre obiettivi è stato raggiunto, anzi le cose sono nettamente peggiorate.

L’invasione occidentale ha prodotto un aumento dei terreni adibiti alla coltivazione del papavero e ha trasformato gli afghani in un popolo di tossici. Herat, più di altre città afghane, paga un prezzo drammatico: “Soltanto i consumatori di oppio ufficiali, ossia registrati dalle autorità sanitarie della provincia, sono oltre 70mila”. A parlare è Jailani Rahgozar, a capo di una ong di Herat che ha collaborato e collabora sia con ong italiane che con la stessa Aics, l’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo. Jailani va in strada ad incontrare i tossici per cercare di aiutarli: “Purtroppo ce ne sono tantissimi non registrati, ormai ridotti all’ultimo stadio – racconta –. Un esercito di cadaveri e disperati il cui unico obiettivo giornaliero è reperire una dose per allontanare per un po’ la paura di morire.

La maggioranza sono uomini, ma in strada troviamo anche donne e, purtroppo, bambini piccoli. Costretti a fumare oppio, anche a 6-7 anni, per lenire l’impatto della fame e delle privazioni. Non è difficile trovare i gruppi di oppiomani, si fanno in pieno giorno e in pieno centro e lì restano a smaltire. Altri stanno in periferia, ai margini delle strade, dentro baracche fatiscenti, sotto i ponti. Vedere certe scene è terribile.

No, una volta qui ad Herat non era così, le cose sono peggiorate negli ultimi anni e adesso la situazione è fuori controllo e soprattutto non c’è nessuno a cui rivolgersi per chiedere aiuto. La guerra ha portato morte e creato altri drammi, la droga è una piaga ormai, segno che l’Occidente ha fallito”. Solo pensare di risolvere i problemi di un Paese complesso come l’Afghanistan è un’impresa. Entrarci e voler cambiare le cose senza fare i conti con la storia è utopia pura. Una nazione senza pace da quasi mezzo secolo, passata attraverso conquiste ed interessi stranieri si ritrova a brandelli, senza un tessuto sociale, con violenze etniche e tribali acuite, un welfare inesistente e una povertà disarmante. Gli epiloghi possono essere drammatici, cadere nel gorgo dell’oppio appunto, ma non solo.

 

Le self-immolations: il fuoco per liberarsi

Nella provincia di Herat le donne, sottomesse, segregate e vittime di violenze domestiche continue, da tempo mettono in pratica una protesta allucinante. Si tratta del fenomeno delle self-immolations: darsi fuoco per liberarsi dal giogo. Spesso la tragedia è doppia perché di mezzo ci finiscono i bambini, a volte poco più che neonati. L’ospedale di Herat, l’unico di tutta la provincia, ha una sezione dedicata proprio alle grandi ustioni, centro finanziato grazie alla Cooperazione italiana: “L’aiuto di un tempo ce lo scordiamo – spiega il dottor Asem Ab Wasi, 28 anni, medico dell’unità operativa –, il reparto è sempre più in difficoltà, ma l’Italia ha fatto tanto per noi. Abbiamo bisogno di supporto economico per apparecchiature idonee, ma anche di formare il nostro personale con esperienze all’avanguardia. Ogni giorno qui operiamo da 3 a 5 pazienti per ustioni a volte non affrontabili, superiori al 60% del corpo e con profondità fino al terzo grado. Riusciamo anche a salvare vite, ma la mortalità è elevata purtroppo. Il reparto conta dieci medici, tutti sottopagati, 200-300 dollari al mese, stipendi non adeguati per il tipo di lavoro svolto”. Orrore allo stato puro, a partire dalle cause delle immolazioni: “Molte donne scelgono questa strada mortale per disperazione – aggiunge il dottor Ab Wasi –. Non avendo alternative si danno fuoco, sperando di riuscire a staccarsi da mariti violenti o famiglie oppressive; altre cercano di farla finita per interrompere una vita senza valore e spesso si immolano con i figli perché non tocchi pure a loro un’esistenza simile. Difficile da capire per gli occidentali, ma qui il peso di una vita è diverso rispetto al vostro”.

 

 

 

 

NOTIZIE SULL’AUTORE DELL’ARTICOLO

 

Pierfrancesco Curzi


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(ph: Bobo Antic)

 

Pierfrancesco Curzi (1968) è nato e vive ad Ancona. Giornalista, collabora con Il Resto del Carlino di Ancona e per Il Fatto Quotidiano ha realizzato numerosi reportage da Iraq, Siria, Libano, Turchia, Egitto, Tunisia, Bosnia, Cecenia, India, Siberia, Armenia.

Grande viaggiatore, in particolare nel continente africano, ha pubblicato i libri: Stanno tutti bene (Italic, 2014), dedicato al genocidio ruandese, In Bosnia (Infinito Edizioni, 2015), sul conflitto dei Balcani, e Nel Caucaso da Grozny a Beslan. Reportage dalla provincia dell’impero russo (Infinito Edizioni, 2016).

Nell’afa (Vydia Editore, 2016) è il suo primo romanzo.

 

 

 

 

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