MICHELE SERRA, L’AMACA DEL 08-01-2019 — pag. 33 di REPUBBLICA (link sotto) — ILLUSTRAZIONI DI GUIDO SCARABOTTOLO +++ L’AMACA DEL 09-01-2019

 

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MICHELE SERRA ( Roma, 1954 )

 

 

 

REPUBBLICA DEL 08-01-2019—PAG.  33

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L’AMACA

Michele Serra

Si fa un gran parlare di “epurazioni”, ovvero dell’abitudine (antica) di chi ha il potere di circondarsi di amici e fare fuori i nemici.

Alcuni episodi (Freccero/Luca e Paolo) sono discutibili ma legittime scelte editoriali che gli stessi presunti epurati, molto signorilmente, non hanno voluto trasformare in martirio politico, a differenza della claque di onorevoli (in questo caso del Pd) che vivono la Rai come il loro ring privato.

Altri episodi, per esempio la schedatura politica dei membri del Consiglio superiore della Sanità su richiesta della ministra Grillo, sono invece, nei modi e nelle intenzioni, gravissimi, per la cultura inquisitrice che rivelano nonché — e questo è uno specifico grillino — per la insulsaggine degli “spioni” incaricati, che hanno stilato i loro rapportini con il solito sciatto copia e incolla da Internet, unica fonte conosciuta.

Diffuso in una chat per soli deputati grillini, poi caduto nelle mani di qualche giornalista (lo vedi che qualche volta servono), il dossier, la cui maternità è attribuita alla capogruppo della commissione Sanità, signora Celeste D’Arrando, è penoso nella forma e nella sostanza. Fossi dipendente o consulente pubblico (e non sapete con quanta gioia, specie in questi ultimi tempi, constato di non esserlo) chiederei alla ministra Grillo e ai suoi omologhi, come ultimo desiderio del condannato, di essere epurato in buon italiano.

Mi direi disposto a correggere personalmente il dossier a mio carico prima di bere la cicuta.

 

 

 

 

L’Amaca di Michele Serra (09/01/2018)

 

Già lo si sapeva da prima, che il salvataggio di una banca con denari pubblici, se lo faccio io, è una misura a sostegno dei risparmiatori. Se lo fai tu, è un vergognoso cedimento al Capitale.

Già lo si sapeva da prima perché la politica italiana è nella sua fase pavloviana, se suona il campanello dei miei amici applaudo, se suona il campanello dei miei nemici fischio. Ogni gesto e ogni parola sono il riflesso meccanico del gesto e della parola che l’hanno preceduto. Tutto è leggibile in anticipo, prima ancora che le cose vengano dette, ed è per questo che le parole sembrano così vuote, così poco interessanti.

Che cosa volete che dica, Di Maio, facendo più o meno l’identica cosa che fece Renzi: che ringrazia «i governi precedenti» per avergli dato una buona idea? Manco morto.

E che cosa volete che dicano, «i governi precedenti», che Di Maio ha fatto la cosa giusta, ovvero più o meno la stessa cosa fatta da loro? Ma figuriamoci. L’epoca delle tifoserie è una specie di caricatura al ribasso, molto al ribasso, dell’epoca delle ideologie. Non deve meravigliare che il ministro dell’ Interno, nonché il politico più popolare d’Italia, abbia i modi e il linguaggio di un capobranco: è la conseguenza logica della riduzione della politica a una faida tra branchi rivali. Noi sessantenni cresciuti nella rigidità ideologica si sperava, perduta la partita, di assistere al trionfo delle sfumature. Errore. I quarantenni che ci hanno (giustamente) spodestato sono molto più rigidi di noi. Se vedono una sfumatura, mettono mano alla pistola.

 

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