ALICE ROHRWACHER ( FIESOLE, 1981 ), MA HA VISSUTO L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA A CASTEL GIORGIO IN PROVINCIA DI TERNI. MANDA UN APPELLO AI PRESIDENTI DI UMBRIA, TOSCANA E LAZIO AFFINCHE’ SPIEGHINO A LEI E ” A TANTI ALTRI ATTONITI DI QUESTI RAPIDI CAMBIAMENTI DEL TERRITORIO”, SE LA TRASFORMAZIONE DELLE COLTIVAZIONI A MONOCULTURA E’ STATO BEN PONDERATO IN TUTTE LE SUE VARIE VALENZE // REPUBBLICA, 31 GENNAIO 2019 /pag. 24

 

REPUBBLICA DEL 31 GENNAIO 2019 pag. 24

https://quotidiano.repubblica.it/edizionerepubblica/pw/flipperweb/flipperweb.html?testata=REP&issue=20190131&edizione=nazionale&startpage=1&displaypages=2

 

 

Immagine correlata

Alice Rohrwacher è una regista e sceneggiatrice italiana. Tra i tanti riconoscimenti, nel 2018 ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura per “Lazzaro felice”. E’ nata a Fiesole nel 1981–Nel 2014 vince il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes per Le meraviglie, suo secondo film da regista dopo Corpo celeste ( Festival di Cannes 2011, che le vale il conferimento del Nastro d’argento al miglior regista esordiente

 Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Castel Giorgio, in provincia di Terni, terra di origine della madre e luogo di lavoro del padre Reinhard, apicoltore.

 

 

Cartina dell'Umbria

qui si vede Castel Giorgio–sembra più  vicino al Lazio che a Terni…

 

L’appello

IL PAESAGGIO TRASFORMATO

Alice Rohrwacher

 

Caro direttore, voglio lanciare sul suo giornale un appello alla presidentessa della Regione Umbria, Katiuscia Marini, al presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e al presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi. Scrivo nella speranza di trovare sia un’istituzione che abbia a cuore il proprio territorio e chi lo abita, sia una politica desiderosa e capace di pensare uno sviluppo vero e comunitario, sostenibile per tutti.

Vivo e lavoro nell’altopiano dell’Alfina, tra Orvieto e il lago di Bolsena, là dove il confine tra Umbria, Lazio e Toscana è quasi invisibile, e per questo mi rivolgo ai tre governatori. Qui ho realizzato due film, Le Meraviglie nel 2014 e Lazzaro felice nel 2018. È un territorio con cui ho un legame molto intenso, un paesaggio che porto con me come una spada fatata, come un talismano. Eppure oggi, ad appena pochi anni – o addirittura mesi – di distanza, mi sarebbe difficile immaginare tali film in questo luogo. Non qui. Che cosa è successo? Ebbene, nell’ultimo anno sono stata spesso lontana da casa per motivi legati al mio lavoro, e al mio ritorno ho assistito a quello che, senza esagerare, definirei come uno dei più drastici cambiamenti del territorio da quando sono nata: un paesaggio nuovo, del tutto trasfigurato, dove campi, siepi, alberi scompaiono per lasciar posto a impianti di nocciole a perdita d’occhio. Niente, sia chiaro, contro le nocciole: non credo che di per sé questa sia peggiore di altre monocolture. Ma sono sgomenta di fronte alla vastità e alla pervicacia di un fenomeno che tutto ha invaso, dal bacino del lago di Bolsena all’Alfina e alla Maremma.

Il cuore del paesaggio italiano si sta trasformando in una monocoltura perenne, che sta cancellando ogni cosa. Non sto parlando della somma di tanti piccoli ettari dove economie familiari investono per integrare i propri redditi agricoli ma di grandi multinazionali che plasmano e trasformano interi territori. Addirittura, molti piccoli contadini e allevatori con cui mi sono confrontata durante le riprese hanno sempre più difficoltà ad accedere alla terra per svolgere le loro attività, perché tutto il suolo fertile viene venduto a caro prezzo per questa unica grande monocoltura. Loro stessi vengono corteggiati su più fronti ad entrare a fare parte di questo processo di trasformazione con il miraggio di lauti guadagni. Sono preoccupata. Non è la preoccupazione estetica del cittadino che vuole la bella campagna per rilassarsi la domenica. Fenomeni di tale vastità non possono non avere un impatto sull’ambiente e sull’assetto socio-economico di un territorio. Mi rendo conto che è una preoccupazione difficile da condividere perché non ha l’evidenza di un ecomostro su una spiaggia, ma si tratta di una trasformazione subdola che aggredisce un equilibrio complesso e che non si può cancellare con un po’ di dinamite. Gli esempi del degrado esistono: l’impatto di queste monocolture si è già palesato proprio nella Tuscia e nei Cimini, dove tra tanti tragici eventi l’eutrofizzazione del lago di Vico ha compromesso l’intera vita delle sue acque. Mi sembra chiaro che siamo davanti a un fenomeno che trasforma il bene di pochi nella maledizione di tanti. Quali saranno i contraccolpi di un cambiamento così radicale del paesaggio, quali saranno le conseguenze dei trattamenti, dei fertilizzanti, dei diserbanti di una coltura così intensiva? Sono state fatte le dovute valutazioni di impatto ambientale, sulla salute pubblica, sulle preziose falde acquifere, sulle relazioni socio- economiche, sul turismo, per trasformazioni di tali vastità? Sono state coinvolte le istituzioni competenti, le Università, i comitati, la società civile per valutare se questa trasformazione sia davvero positiva per il territorio nel suo insieme? Se ritengono positivi tali cambiamenti, invito i tre presidenti a spiegarli a me e alle tante persone come me che assistono attonite a questa trasformazione. Se invece condividono le nostre preoccupazioni, agiscano quanto prima nel riprogettare le politiche di sviluppo di un territorio che appartiene a tutti noi.

Condividi

One Response to ALICE ROHRWACHER ( FIESOLE, 1981 ), MA HA VISSUTO L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA A CASTEL GIORGIO IN PROVINCIA DI TERNI. MANDA UN APPELLO AI PRESIDENTI DI UMBRIA, TOSCANA E LAZIO AFFINCHE’ SPIEGHINO A LEI E ” A TANTI ALTRI ATTONITI DI QUESTI RAPIDI CAMBIAMENTI DEL TERRITORIO”, SE LA TRASFORMAZIONE DELLE COLTIVAZIONI A MONOCULTURA E’ STATO BEN PONDERATO IN TUTTE LE SUE VARIE VALENZE // REPUBBLICA, 31 GENNAIO 2019 /pag. 24

  1. Donatella scrive:

    Siamo abituati ad indignarci davanti ad ecomostri, spiagge rovinate dalla speculazione, centri storici lasciati al degrado o irrimediabilmente deturpati. Bene ha fatto la regista Rohrwacher a segnalare quest’altro sfregio al paesaggio, forse ancora peggiore di tanti altri: certi paesaggi ( pensiamo alla Toscana, all’Umbria, al Lazio, ma un po’ a tutte le regioni italiane) sono anche quelli che hanno esportato l’immagine dell’Italia e forse, più dell’opera d’arte singola, riescono a dare l’idea di una nazione, formatasi molto prima dello Stato. L’armonia che si è creata in secoli e secoli di lavoro, dovuta un po’ al caso e un po’ ad una naturale predisposizione del territorio e della sua gente, non può e non deve essere spezzata in ciò che di più faticoso e di bello è stato realizzato ( di più popolare direi, nel senso nobile della parola). Attendiamo la risposta della politica, che finora,nel suo complesso, ha raramente intuito l’importanza della cultura, sia materiale che spirituale, nella nostra nazione.

Rispondi a Donatella Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *