PAOLA PINTUS, ” Tria, la letterina che scippa 285 milioni alla Sardegna– La Consulta: “Troppi soldi a Roma dall’Isola”, ma col trucco il governo rinvia il confronto “. IL FATTO QUOTIDIANO DEL 14 -02-2019

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 14 FEBBRAIO 2019

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Tria, la letterina che scippa 285 milioni alla Sardegna

La Consulta: “Troppi soldi a Roma dall’Isola”, ma col trucco il governo rinvia il confronto

Nessun chiarimento – L’11 febbraio Conte ha incontrato il governatore sardo – Ansa

 

 

È mistero su una lettera firmata dal ministro dell’Economia Giovanni Tria il 22 gennaio, spedita con posta ordinaria e arrivata fuori tempo massimo negli uffici della Regione Sardegna per consentire la riapertura del dialogo sulla vertenza “accantonamenti”, ossia le quote di risorse regionali dovute annualmente allo Stato come contributo alla finanza pubblica: la scadenza era il 31 gennaio, ma la lettera del ministero, recapitata per posta anziché per via telematica, è arrivata solo il 5 febbraio. “Cosa è successo? Bisognerebbe chiederlo a Tria. Noi da luglio gli abbiamo inviato 8 lettere via Pec, come si usa normalmente fra le pubbliche amministrazioni, e non abbiamo mai ricevuto risposta”, dice stupito l’assessore al Bilancio della Regione Sardegna Raffaele Paci, che insieme al presidente Pigliaru attendeva almeno qualche chiarimento in più dal premier Conte, ieri in Sardegna per discutere di un nuovo “piano di investimenti per l’isola”. Chiarimento che però non è arrivato, se non sotto forma di un generico impegno a “convocare un tavolo”.

Un paradosso, dato che da oltre un anno, dalla scadenza dell’ultimo Accordo triennale sulla finanza pubblica nel 2017, l’isola chiede la rinegoziazione dei contributi trattenuti da Roma, ritenuti troppo onerosi persino da una recentissima sentenza della Corte costituzionale che l’11 gennaio ha invitato lo Stato a restituire alla Regione quasi 300 milioni di euro di accantonamenti “non dovuti”. Diversamente dalle Regioni ordinarie, infatti, quelle autonome come la Sardegna non sono tenute a versare automaticamente il loro contributo, ma lo stabiliscono di volta in volta mediante uno specifico accordo che determina il livello di compartecipazione e la sua durata, secondo il principio della “leale collaborazione” tra amministrazione centrale e locale. Questo almeno sulla carta, nella realtà le cose sono andate molto diversamente.

Davanti all’iscrizione unilaterale degli accantonamenti sardi nelle ultime finanziarie nazionali l’isola ha impugnato dapprima le manovre 2016-17 del governo Renzi e poi quella Gentiloni nel 2018. La Suprema Corte accoglie in toto il ricorso della Regione Sardegna dichiarando illegittimo il passaggio della legge di Bilancio 2018 che chiedeva 285 milioni all’isola: una cifra “non equa” in ragione delle proporzioni della finanza regionale rispetto a quella pubblica e delle condizioni di “svantaggio strutturale e permanente” dovuti all’insularità. Lo Stato, insomma, ha preteso troppo dalla Sardegna che in questo modo non sarebbe nemmeno in grado di garantire i livelli essenziali dei servizi sociali, e dovrebbe ora trovare un’intesa per la restituzione delle somme non dovute.

“Noi però non abbiamo ricevuto nessun segnale in questo senso da Roma – dice l’assessore Paci –. La lettera del ministro Tria non indica alcuna proposta conciliatoria e incredibilmente non fa alcun riferimento alla sentenza dell’11 gennaio, che dice chiaramente allo Stato che non può fare quello che vuole, esercitando un potere “tiranno”. La Regione non arretra e ha già dato mandato ai suoi uffici legali di chiedere al giudice ordinario un’ingiunzione di pagamento sul credito illegittimamente trattenuto da Roma. “Oltre a questo chiederemo un giudizio di ottemperanza alla Corte costituzionale affinché di fronte all’inerzia statale nomini un commissario ad acta”, spiega Paci. Intanto è già stata convocata la seduta straordinaria della commissione regionale di bilancio per approvare il disegno di legge che inserisce nella finanziaria sarda 2019 i 285 milioni “scippati” dallo Stato. “Roma può continuare a far finta di nulla”.

 

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