LA.RI INTERVISTA ROBERTO D’ALIMONTE, ORDINARIO DI SISTEMA POLITICO ALLA LUISS, SULLA RIDUZIONE DELLA PARTECIPAZIONE ALLE URNE, repubblica 26 febbraio 2019, pag. 6

 

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Roberto D’Alimonte (Guglionesi, Campobasso, CB, 1947) è un politologo italiano, esperto di sistemi elettorali.  Dal 2005 dirige il Centro Italiano Studi Elettorali (CISE). Collabora con il quotidiano economico Il Sole 24 ORE.– Nel luglio 2014, infine, diviene direttore del dipartimento di Scienze Politiche della LUISS “Guido Carli”.

 

repubblica.it del 26 febbraio 2019–pag. 6

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Intervista

Roberto D’Alimonte,  ordinario di Sistema Politico Italiano alla Luiss::: 

“Le cause? Sfiducia e invecchiamento ma è un fenomeno intermittente”

ROMA

«La tendenza resta quella di una riduzione della partecipazione, ma dobbiamo abituarci ad un astensionismo differenziato, intermittente. Insieme ad elettori che abbandonano per sempre le urne, altri entrano e escono dalla platea dei votanti». Roberto D’Alimonte, politologo e professore universitario, legge così i risultati delle ultime tornate elettorali, a partire dalle regionali in Abruzzo e Sardegna.

Professore, in entrambe le regioni l’affluenza è stata di poco superiore al 50 per cento ma con notevoli differenze: in Sardegna c’è stato un timido segnale di crescita, l’1,5 % in più, in Abruzzo invece un calo di ben otto punti. Come si spiegano questi dati?

«Nell’isola c’erano sette candidati e 24 liste, in Abruzzo quattro candidati e 15 liste. Da soli questi numeri spiegano perché in Sardegna la partecipazione cresce. Il numero dei candidati, delle liste e di coloro che sono a caccia di preferenze trainano l’affluenza alle urne».

Ciò non toglie che è andato a votare solo un elettore su due. Perché questa sfiducia?

«Il trend in Italia come negli altri Paesi occidentali è di riduzione. I motivi sono diversi. Da una parte c’è una crescente disaffezione verso una classe politica che non riesce a risolvere i problemi dei cittadini, i quali a loro volta hanno anche aspettative molto più alte di quel che realisticamente si può fare. Ma ci sono anche fattori demografici, come l’invecchiamento della popolazione. Gli anziani tendono a votare meno, e si tratta di generazioni che avevano vissuto le urne come un dovere. Mentre i giovani non hanno la stessa idea di partecipazione alla politica».

Quanto conta la crisi dei partiti?

«Conta. Un tempo si andava a votare anche perché si faceva parte di una comunità, ma oggi l’indebolimento dei partiti e il crollo delle ideologie hanno assottigliato questo tipo di motivazione».

È accaduto questo in Emilia Romagna nel 2014 quando alle regionali andò a votare appena il 37,7 %?

«Lì ha contato soprattutto la scarsa qualità dei candidati. Infatti poi alle politiche l’affluenza è risalita».

Emergono invece timidi segnali di ritorno alle urne in aree del Paese dove l’astensionismo è sempre stato forte. Come mai?

«Ci sono altri fattori che possono influire, come l’utilità di scambio del voto, cioè il voto clientelare lecito e illecito. E conta anche il valore della posta in gioco naturalmente. Ormai c’è un astensionismo differenziato, che varia a seconda delle arene».

– la.ri.

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