LUCIO CARACCIOLO, LIMES 16 DICEMBRE 2008::: UN RICORDO DI CARLO CARACCIOLO —che non e’ parente…+ CARLO CARACCIOLO, CHI ? + UN ARTICOLO DI REPUBBLICA CHE LO RICORDA…

 

LIMESONLINE — 16 DICEMBRE 2008

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Un ricordo di Carlo Caracciolo

Un ricordo di Carlo Caracciolo

di Lucio Caracciolo

Il mio primo incontro con Carlo fu al torneo di scacchi interno di Repubblica, verso la fine degli anni Settanta. Ero allora un ragazzotto della tribù di principianti ammessa da Eugenio Scalfari a partecipare all’avventura di Repubblica. Del mio omonimo avevo un sacro rispetto e un po’ di timore, che si sciolse subito. La sua cordialità e il suo sorriso apparentemente distante, ma aperto e curioso, mi misero subito a mio agio. Non ricordo come finì la partita, ma conoscendo le mie qualità scacchistiche direi che avrà senz’altro vinto lui.

Da allora e per i miei anni di Repubblica, il mio rapporto con Carlo fu indiretto ma intenso. Grazie a lui ho avuto offerta una rispettabile quantità di caffè al baretto aziendale, da colleghi convinti che fossi suo figlio. “Salutami tanto papà”, era la frasetta lasciata cadere prima di passare alla cassa. Io compitamente ringraziavo e trasmettevo i saluti al mio papà, Alberto.

A convincere molti che fossi un rampollo dell’editore era il cognome, e poi, mi dicono, una vaga rassomiglianza fisica, gestuale. La cosa non mi dispiaceva affatto, e non solo per i caffè. Quando più avanti nel tempo ebbi modo di frequentare Carlo da vicino, ne sorridemmo spesso insieme.

Sì perché, conclusa la parabola di Repubblica e nel pieno della mia partecipazione a MicroMega, potei finalmente conoscere il mio editore. Diventammo a nostro modo amici, e finimmo per scherzare sulla nostra non parentela, fin quando lui non me la concesse per simpatia, credo, e non solo per il cognome (“facciamo che sono tuo zio, o qualcosa del genere”).

Mi ero deciso a disturbarlo quando, su impulso di Michel Korinman, storico della Germania e collaboratore della rivista francese di geopolitica Hérodote, gli sottoposi l’idea di Limes. L’immaginavo come un diversivo, perché a me dopo un po’ piace provare nuove avventure. Ma pensavo che se fossi stato al posto di Carlo mi sarei forse mandato a fare una passeggiata. Invece disse subito di sì. Con un cenno della testa e una frase convinta.

Penso che abbia assentito un po’ perché anche a lui piacevano sempre nuove imprese editoriali – lo ha dimostrato fino all’ultimo giorno, con Libération – e soprattutto per farmi piacere, considerando che il probabile autoaffondamento della rivistina di geopolitica non avrebbe intaccato il conto economico del Gruppo. Poi le cose sono andate meglio del previsto, e so che lui ne fu altrettanto contento di me.

Negli anni di Limes andavo ogni tanto a fargli rapporto. Sempre con la paura di distoglierlo da imprese maggiori – cosa può rappresentare la nostra rivistina in una grande impresa editoriale? – e sempre con la gioia di una conversazione interessante, curiosa, anche se all’inizio frenata dalle reciproche timidezze.

In genere ci vedevamo nel suo salottino/stanza da pranzo, di fronte all’Isola Tiberina, dove il matrimonio apparentemente casuale di piatti e libri raffinati mi scaldava l’anima. “Apparentemente casuale”: ecco, in due parole, il segno di tutto quello che Carlo diceva e faceva, nella più aristocratica nonchalance, che poteva sembrare snobismo a chi non conoscesse la sua passione per la vita.

Carlo faceva l’editore perché gli piaceva. Si divertiva moltissimo a praticare ogni aspetto del mestiere. Aveva naso e lo sapeva. Nel negoziare – lo vidi una volta con Antoine Gallimard, quando tentammo un improbabile sbarco di Limes in Francia – si mostrava curioso del suo interlocutore quanto dell’affare. E siccome faceva l’editore soprattutto per passione – non solo per la passione del successo, e anche per questo poté mietere tanti successi – non si fermava all’analisi finanziaria, ma teneva in alta considerazione la funzione politico-pedagogica dell’impresa.

Perché la politica l’aveva nel sangue. Da ex partigiano e da uomo di sinistra, per quanto può esserlo una persona della sua nascita. Ma senza odi e senza moralismi. Con un senso molto laico dei limiti della politica e della pari dignità di ognuno, anche dei fascisti che avevano rischiato di ammazzarlo che manco aveva vent’anni. Con alcuni dei quali volle poi tessere amabili relazioni.

Negli ultimi tempi ci siamo visti meno. Colpa mia. Un po’ non volevo stancarlo, sapendo che non stava bene. L’ultima volta mi invitò con mia moglie alla “Rosetta” a conoscere il direttore di Libération. Non faceva più molta conversazione. O meglio, non parlava tanto. Ma con gli sguardi e i cenni del capo diceva tutto, anche quello che taceva. Era come se volesse trasmettermi, sempre sorridendo, il messaggio della sua vita: “Caro mio, sapessi quanto mi sono divertito, e quanto mi diverto ancora!”

Così ti ricordo, Carlo.

 

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Carlo Caracciolo (  a destra ) con Eugenio Scalfari

 

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Carlo Caracciolo ( a destra ) con Piero Ottone

 

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Carlo Caracciolo di Castagneto9º Principe di Castagneto4º Duca di Melito, conosciuto solo come Carlo Caracciolo (Firenze1925 – Roma2008), è stato un editoreimprenditore e nobile italiano.

Nel 1951 fondò a Milano la casa editrice Etas Kompass, dedita alla pubblicazione di riviste tecniche e di annuari industriali, di cui restò Amministratore Delegato fino al 1975. Nel 1955 partecipò alla costituzione della società editrice N.E.R. (Nuove Edizioni Romane), il cui principale azionista era Adriano Olivetti: il 2 ottobre dello stesso anno prendono il via le pubblicazioni del settimanale L’espresso sotto la direzione di Arrigo Benedetti; nel 1956 Olivetti cede le sue azioni, a titolo gratuito, a Carlo Caracciolo, fino a quel momento coinvolto solo nella gestione pubblicitaria della rivista. Nel 1964 contribuì inoltre, con una campagna promozionale apposita sulla Guida Kompass, all’avvio di Editrice Industriale, casa editrice industriale specializzata nell’informazione edilizia.

Caracciolo diventò così azionista di maggioranza della società e nella compagine azionaria entrano anche Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari, che nel 1966assume la direzione della rivista. Nel 1976, da una joint venture tra Editoriale L’Espresso e Arnoldo Mondadori Editore, nacque la “Società Editoriale La Repubblica“, della quale Caracciolo era presidente e amministratore delegato: il 14 gennaio 1976 iniziò la pubblicazione dell’omonimo quotidiano, diretto da Eugenio Scalfari. Nel 1984 la società venne ammessa in borsa.

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Caracciolo

 

 

 

REPUBBLICA DICEMBRE 2008
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CON LA SORELLA MARELLA AGNELLI CARACCIOLO E IL SENATORE GIOVANNI PIERACCINI

Editore puro e appassionato, fino all’ultimo impegnato sul campo
Liberation la sua ultima scommessa. Aveva 83 anni

Addio a Carlo Caracciolo
padre di Espresso e Repubblica

Il settimanale, il quotidiano: sempre in prima fila nell’innovazione
Dalla guerra per la Mondadori alla passione per i giornali locali

Di lui Giorgio Bocca diceva: “E’ una delle poche persone che abbia conservato il gusto del rischio”. E fino all’ultimo ha avuto un pensiero e un’idea per Repubblica e Liberation. Il nostro giornale, il mondo dell’editoria piangono Carlo Caracciolo, fondatore dell’Espresso e poi di Repubblica, editore puro e appassionato, che si è spento in serata a Roma.

Caracciolo era nato il 23 ottobre del ’25 ed era presidente onorario del Gruppo Espresso, dove ha lavorato per cinquant’anni della sua vita. E’ stato giovane partigiano in Val d’Ossola, si è laureato in legge a Roma, si è specializzato ad Harvard. Si è definito un “editore fortunato”. Fin da quando fondò nel ’51 la Etas Kompass. Poi animatore e promotore nel ’55 di un settimanale che fece la storia del giornalismo come l’Espresso, soprattutto da quando Adriano Olivetti gli girò il pacchetto di maggioranza.

“Quando, a fine anni Cinquanta, Olivetti decise di ritirarsi e mi offrì le sue quote, rimasi sconcertato” ha raccontato Caracciolo. “Ero senza una lira. Gestendo la pubblicità avevo un qualche accesso ai conti, che non erano straordinari. D’accordo con Arrigo Benedetti, il direttore ed Eugenio Scalfari, direttore amministrativo e editorialista di economia, decidemmo per prima cosa di raddoppiare il prezzo, da cinquanta a cento lire…”

Caracciolo non ha mai smesso di rischiare e di divertirsi. Ma anche a considerare questo mestiere un dovere civile, magari scommettendo su pubblicazioni di nicchia, apparentemente senza mercato, ma di sicuro successo. A metà degli anni ’70 decise, insieme ad Eugenio Scalfari, di puntare su un quotidiano. L’Espresso era appena uscito da una navigazione incerta: dopo aver chiuso per molti anni in pareggio, stava incominciando a guadagnare. Caracciolo poteva puntare a rendite più sicure – la pubblicità, i periodici, i settimanali di target facile, commerciale – lui invece decise di fare un quotidiano: scritto come un settimanale. Un secondo giornale che diventò molto presto il primo per centinaia di migliaia di cittadini.

Così Caracciolo descrisse la nascita di Repubblica. “Da soli, dicevo a Eugenio, non potremo mai farcela. Lui premeva, invogliato dal difficile momento del Corriere, dove Angelo Rizzoli era entrato con l’appoggio esplicito di Cefis, sottraendo a quella istituzione la sua storica olimpicità. Facevamo fra noi un gran parlare del “giardinetto”. Alludevamo a un certo numero di industriali che avremmo coinvolto nell’impresa, sotto forma di sottoscrizione di abbonamenti. Oltre a qualche grana, la cosa ci procurò l’incontro, positivo, con Carlo De Benedetti, che per quella via si accostò al nostro Gruppo. Fu Scalfari a pensare a Mondadori. Ci fu poi, nel tardo inverno del ’75, una riunione decisiva nella villa di Giorgio Mondadori, a Sommacampagna. Con Mondadori e Formenton, era arrivato Sergio Polillo, uomo di vertice della casa editrice. Minuto, cauto, interloquiva poco. A un tratto, sempre un po’ sovrappensiero, emise un giudizio del tipo: “Si può fare”. Diedi un calcio a Eugenio: la Sfinge si era pronunziata. Eravamo in porto”.

Che cosa sia stato un editore puro come lui, lo descrive proprio Giorgio Bocca nel suo “Vita da giornalista”. “Carlo Caracciolo, editore di Repubblica, del Tirreno e dell’Espresso – scrive Bocca – è conosciuto dal grande pubblico come il Principe, il cognato di Gianni Agnelli, un grande charmeur che si occupa di giornali e di libri quasi per hobby. Una volta sono andato con lui a fare un giro in Toscana, l’ho visto passare la giornata a discutere con i distributori: quante copie ha preso il Tirreno a Grosseto, quante ne ha perse a Follonica. Poi combinava con un rappresentante di macchine tipografiche un viaggio a una Fiera di Las Vegas, per vedere l’ultimo modello di una rotativa”.

Grazie a personaggi come Caracciolo, il Gruppo è rimasto sempre in prima fila nell’innovazione. Il formato dell’Espresso e di Repubblica, il colore, i supplementi, gli allegati, le guide prestigiose come quella dei ristoranti e dei vini. Per ventuno anni, dal ’76 al ’97, Caracciolo è stato presidente e amministratore delegato di Repubblica. E Bocca ricorda giustamente l’altra sua grande passione: l’informazione locale. Non solo il Tirreno ma i tutti gli altri giornali che via via hanno fatto crescere il Gruppo Finegil: dal Piccolo di Trieste alla Città di Salerno. Era spesso Caracciolo ad accogliere in una città che fosse Padova o Livorno, il presidente della Repubblica o il premier in visita al giornale locale. Non molto tempo fa ha accompagnato i direttori dei giornali del Gruppo a Palazzo Chigi.

E i giornalisti di Repubblica non possono dimenticare il suo comportamento durante la cosiddetta guerra della Mondadori, ai tempi in cui Silvio Berlusconi diventò presidente della casa editrice. All’inizio degli anni ’90, Caracciolo si battè per l’autonomia – e in qualche modo la sopravvivenza – di Repubblica, fino alla famosa mediazione che portò alla divisione. Libri da una parte, con un Silvio Berlusconi che non era ancora entrato in politica. Giornali dall’altra con Caracciolo e De Benedetti, diventato azionista di maggioranza.

Nel libro a cura di Nello Ajello pubblicato da Laterza, Caracciolo racconta senza metafore il suo scontro con il Cavaliere. “Cominciarono a circolare voci che Berlusconi avesse acquistato le azioni della famiglia Formenton (e quindi il controllo di Mondadori ndr). La cosa non mi colse di sorpresa, era il dicembre dell”89. A un certo punto decisi di rivolgermi al diretto interessato. Ero a Milano e mi diressi a piedi proprio in via Rovani a casa di Silvio Berlusconi. Nei giorni precedenti ero stato invitato a cena proprio per quella sera. Venni introdotto in una stanza a pianterreno, piena di dipinti che a prima vita non mi parvero brillare per autenticità. Dopo qualche minuto apparvero Berlusconi e Fedele Confalonieri. Esauriti in breve i convenevoli, il Cavaliere mi disse: “Carlo, ti devo dare una notizia importante. Proprio oggi pomeriggio abbiamo concluso l’accordo. Abbiamo rilevato la quota dei Formenton”. Mi infuriai, fino a mezzora prima i Formenton mi avevano detto il contrario. Investii Berlusconi, dicendogli tutto ciò che mi dettava il cuore. “Tu sei un mascalzone” gli dissi”.

Fu l’inizio della guerra della Mondadori. Berlusconi da una parte, De Benedetti, Scalfari e Caracciolo dall’altra. In mezzo, un passaggio in tribunale,con un lodo arbitrale e un misterioso pronunciamento della Corte d’Appello di Roma, i cui retroscena vennero fuori solo anni dopo. Nel frattempo, grazie a Giuseppe Ciarrapico, era stata raggiunta un’intesa sulla divisione.

Poche, pochissime volte Caracciolo è entrato in redazione. Una delle ultime, per la festa dei trent’anni di Repubblica. Una presenza discreta, accanto a Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro. Ma una costante attenzione alla vita del nostro giornale, una curiosità per i retroscena legati a un’intervista, un’idea editoriale da sviluppare, una piazza da studiare.

La sua vita è stata paragonata a un grande romanzo borghese. Fu amico fraterno di Gianni Agnelli: sua sorella Marella sposò l’Avvocato nel ’53. “Gianni aveva una vitalità straripante, quasi pericolosa”.

Ma Carlo Caracciolo non era da meno. E proprio da quella voglia di rischiare, quella curiosità è nata l’ultima avventura. A quasi 82 anni ha acquistato una consistente quota del quotidiano francese “Liberation”, il 33% di un giornalestorico della gauche, in crisi profonda di finanze e di idee. Facendo spola fra Roma e Parigi, ha rianimato il quotidiano, ha rilanciato il sito web (“perché il futuro passa dalla multimedialità”). E soprattutto, fino all’ultimo, si è divertito.

Leggi il ricordo di Nello Ajello sull’Espresso

(15 dicembre 2008)

 

 

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