–grazie a Donatella ! — TOMASO MONTANARI, IL FATTO QUOTIDIANO 12-03-2019, pag. 13 : — MUTI ( E INCOMPETENTI ) SUL CARAVAGGIO ++ REPUBBLICA, 11 MARZO 2019, FRANCESCO ERBANI, CHI E’ GINO FAMIGLIETTI, DIRETTORE GENERALE DEI BENI CULTURALI, DETTO ANCHE ” SIGNOR NO “

 

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Tomaso Montanari (Firenze1971) è uno storico dell’arteaccademico ed editorialista italiano.

 

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 12 MARZO 2019 –pag. 13

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/03/12/muti-e-incompetenti-sul-caravaggio/5030277/

 

martedì 12/03/2019

Muti (e incompetenti) sul Caravaggio

 

La religione del fare, il culto del sì alla qualunque, il sipuotismo a prescindere, la retorica dello “sbloccare l’Italia” ha un altro illustrissimo sacerdote: Riccardo Muti, che ieri ha tuonato dalla prima pagina di Repubblica (con lo spazio e l’evidenza che gli competono, e col fragore di una intera sezione di fiati) contro il “danno all’Italia” che sarebbe stato inferto dalla decisione del ministero per i Beni culturali di non consentire il prestito di una pala d’altare di Caravaggio conservata in una chiesa napoletana a una mostra altrettanto napoletana.

Tutto lascia credere che tra breve vedremo il Maestro dirigere una oceanica manifestazione di madamine Sì-Tav: perché identico è il furore ideologico. In entrambi i casi non si entra nel merito, non ci si fanno domande, non si esercita il diritto-dovere del pensiero critico.

Esattamente come in politica la parola “cambiamento” è ormai sinonimo (assai spesso, ahimé, a torto) di “miglioramento”, così nel senso comune di un discorso pubblico senza forma né decenza il Sì – dal referendum costituzionale allo “sblocco dei cantieri” (tutti: come fosse una questione ontologica) – è sempre buono, positivo, virtuoso, generoso, ottimista, aperto al futuro. Laddove il No è sempre cattivo, negativo, ignavo, gretto, pessimista, passatista.

E invece: quanto sarebbe migliore questo Paese se la sua classe dirigente non avesse sempre strisciato sul ventre, sibilando un “sì” a ogni capo, a ogni potente, a ogni corruttore? Quanto più sano l’ambiente e bello il paesaggio se sindaci e assessori avessero saputo dire più “no” al cemento, e alla speculazione che lo ha fatto piovere su terra e mare? Quanto più sana e credibile la politica, se i deputati e i senatori della Repubblica avessero saputo dire “no” ai capibastone dei partiti?

Nulla da fare, in nessun Paese come in Italia è straniero lo scrivano Bartleby, che trovava il coraggio di dire “preferirei di no”. Il conformismo, il servilismo, l’inchino al potere sono i sacramenti della vera religione del bel paese dove il Sì suona a prescindere, osannato dal coro dei tromboni.

Riccardo Muti, naturalmente, non ci spiega perché sarebbe stato vitale prestare quel benedetto Caravaggio, e perché questo mostruoso “no” metterebbe in ginocchio Napoli e l’Italia. Non lo fa, dichiarando: “Non scendo nel merito delle decisioni politiche”. Come si osservò al tempo della “discesa in campo” del B.uonanima, nell’immaginario dell’élite italiana la politica è sempre in basso, qualcosa in cui si “scende”. Come faceva il babbo di Benigni, quando usciva di casa con la carta igienica notificando che “scendeva in campo”, non possedendo un bagno.

In questo caso, oltre al verbo nemmeno l’aggettivo funziona.

Perché forse i solerti amici del suo amico, il direttore di Capodimonte, non hanno avuto modo di spiegare al Maestro che la decisione di non prestare il Caravaggio non è “politica”, ma rigorosamente “tecnico-scientifica”. Una decisione presa in scienza e coscienza, applicando la legge e facendo una valutazione: che naturalmente può essere giusta o sbagliata. Ma che è giusta o sbagliata in base a criteri, elementi oggettivi, saperi di cui Muti non parla, e che anzi egli, del tutto legittimamente, ignora in radice.

E dunque, nonostante l’illusione ottica (anzi, giornalistica) dell’uomo di cultura che parla di cultura, Muti che parla del prestito o non prestito di un Caravaggio vale quanto un fiorista, un fisico nucleare, un formaggiaio.

Fin dal suo sorgere (alla metà degli anni Settanta) il ministero per i Beni culturali ha visto la difficile convivenza di saperi tecnico-scientifici, che erano lì per essere autonomi dalla politica, e di quest’ultima, che contrastava quella vitale autonomia. Negli ultimi anni, la dittatura di un sistema delle mostre puramente fondato sui ricavi economici (di pochi operatori privati, spesso fortemente connessi al sottobosco della politica) ha costretto gli uffici tecnici del Mibac a dire sempre e solo sì alle domande di prestito più folli, sia per i rischi conservativi sia per la nullità culturale delle iniziative.

L’attuale ministro, invece, ha incredibilmente permesso che a rivestire il vertice del potere tecnico ministeriale fosse Gino Famiglietti, noto per obbedire solo alle ragioni della tutela: quelle che lo hanno portato a non consentire che un’opera delicata lasciasse il suo vivo contesto per andare a una mostra uguale ad altre mille, e pensata solo per moltiplicare i biglietti.

La serietà e la responsabilità: ecco il terribile “danno all’Italia” denunciato dal maestro Riccardo Muti.

 

 

REPUBBLICA DELL’ 11 MARZO 2019

https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2019/03/11/news/gino_famiglietti_il_signor_no_vero_uomo_forte_del_ministero-221286546/

 

 

Approfondimento  Beni Culturali

Gino Famiglietti, il “signor no” vero uomo forte del ministero

Il ritratto del direttore generale che decide la politica dei Beni culturali

 

Eccolo il “signor no”: Gino Famiglietti, originario di Frigento, in Irpinia, classe 1952, siede sulla poltrona di direttore generale di Belle arti, archeologia e paesaggio da ottobre. Prima di raggiungere il vertice amministrativo del ministero è stato direttore generale dell’archeologia e poi degli archivi. La sua è una formazione giuridica, specializzazione in diritto romano, che riemerge continuamente anche nella conversazione privata.

Un “signor no” che, gradino dopo gradino ha percorso la scalinata del Collegio Romano, sede del ministero, fino al suo apice. Da dove sta emettendo una raffica di provvedimenti che a memoria non si vedevano da tempo e che risaltano nel confronto con la conduzione politica assai prudente del ministro Alberto Bonisoli. Sono provvedimenti frutto di una rigorosa concezione della tutela di beni culturali e paesaggio, secondo chi plaude; provvedimenti che invece bloccano, imbavagliano, immiseriscono la cultura, secondo chi li osteggia. Intorno al suo nome e alla decisione di non consentire alle Sette opere di Misericordia di Caravaggio di spostarsi, a Napoli, dal Pio Monte della Misericordia a Capodimonte si è accesa una violenta rissa. Non solo. Si è anche spalancata la faglia che divide chi denigra da chi apprezza la riforma varata da Dario Franceschini (anche se, pubblicamente, Famiglietti non prende posizione né pro né contro).

Tra i suoi sostenitori spicca, da sempre, Salvatore Settis, di cui è stato consulente quando lo storico dell’arte antica era a capo della commissione che scrisse il Codice dei beni culturali e del paesaggio. E Settis è sempre stato assai critico verso la riforma. Dalla parte di Famiglietti militano anche le principali associazioni di tutela, Italia Nostra fra queste. Tra i suoi avversari dichiarati, invece, c’è Giuliano Volpe, archeologo, ex presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, fautore e poi difensore della riforma Franceschini. E, anche se non figurano nelle cronache di questi giorni, critici verso il direttore generale sono Andrea Carandini e Daniele Manacorda.

Prima della decisione su Caravaggio, presa, si fa notare al ministero, dopo la relazione di due funzionari dell’Istituto superiore di conservazione e restauro, Famiglietti ha fatto partire diversi atti d’indirizzo generali e una serie di ukase. Uno riguarda ancora Napoli e una griglia in piazza del Plebiscito di servizio alla metropolitana (in questo caso, come in quello di Caravaggio, andando contro il parere della locale soprintendenza). Un altro blocca l’ampliamento di Palazzo dei Diamanti a Ferrara, progettato alla fine del Quattrocento da Biagio Rossetti, nel cui giardino sarebbero sorti nuovi volumi. Con un altro ancora ha chiesto di annullare i permessi a costruire a Vicenza, nei pressi della Rotonda di Palladio dove è sorto il terribile insediamento di Borgo Berga. Famiglietti ha poi imposto delle prescrizioni per il Giardino dei Giusti sul Monte Stella, a Milano.

Per molti anni Famiglietti è stato il vice capo dell’ufficio legislativo del ministero. Ed è mentre ricopre questo incarico che si forma la sua fama di osso duro, di inflessibile oppositore di iniziative a suo avviso lesive dei principi della tutela (o, al contrario, di rigido sacerdote di un’ortodossia conservativa). Nel 2009 Famiglietti s’imbatte in una preziosa commode settecentesca, opera dell’ebanista Antoine-Robert Gaudreaus. La commode sta per essere esportata, il vincolo che la tutelava viene rimosso. Famiglietti si oppone. E da allora comincia un lungo, tortuoso iter fra tribunali amministrativi e penali (la commode ha poi preso la destinazione della Reggia di Versailles evitando di finire sul mercato antiquario).

Nel frattempo Famiglietti viene punito: nel 2010 lo spediscono alla Direzione regionale del Molise. Dove però si distingue per un’altra tostissima battaglia, quella contro l’insediamento di un complesso di pale eoliche che avrebbe gravato sull’area archeologica di Sepino.

Gli anni passano, molti dirigenti vanno in pensione e Famiglietti nel settembre 2014 rientra a Roma, dove in seguito a un carosello di direttori, assume la guida dell’archeologia. In questa veste, oltre a una serie di provvedimenti, seguiti da plausi e reprimende, promuove l’accordo con la Fondazione Torlonia per restaurare e portare alla luce in una mostra una parte della collezione di statue antiche chiuse dalla metà degli anni Settanta in due stanzoni del palazzo Torlonia in via della Lungara a Roma (la mostra sarà aperta in autunno, curata da Settis e da Carlo Gasparri).

Dopo un passaggio alla direzione generale degli archivi, nel 2016, dove mette sotto tutela le carte di Giorgio Vasari e di Baldassarre Castiglione, ecco l’approdo alla direzione generale più importante del ministero, quella che somma beni storico-artistici, archeologia e paesaggio, alla quale si era candidato già qualche anno prima con l’appoggio di Settis.

L’ultimo passo verso la vetta del ministero Famiglietti l’ha compiuto ministro Alberto Bonisoli, che gli avrebbe chiesto di spostare il pendolo verso la tutela, dopo che aveva oscillato troppo verso la valorizzazione. Saranno i prossimi mesi a dire se l’obiettivo verrà colto: il primo agosto Gino Famiglietti lascerà l’incarico e andrà in pensione.

Francesco Erbani

Francesco Erbani—foto di Rino Bianchi

È nato a Napoli nel 1957, vive a Roma, trascorre molto tempo a Venezia.
È giornalista di “Repubblica”, dove lavora nelle pagine culturali.
Si occupa di inchieste sul degrado urbanistico e ambientale del territorio italiano.
Nel 2003 ha vinto il premio di Giornalismo civile e nel 2006 il premio Antonio Cederna. È stato il curatore del Città territorio festival di Ferrara e di Leggere la città di Pistoia.
Ha pubblicato L’Italia maltrattata (Laterza 2003), il libro-intervista con Tullio De Mauro La cultura degli italiani (Laterza 2004), Il disastro. L’Aquila dopo il terremoto: le scelte e le colpe (Laterza 2010), il libro-intervista con Leonardo Benevolo La fine della città(Laterza 2011), Roma. Il tramonto della città pubblica (Laterza 2013), Pompei, Italia(Feltrinelli 2015), Roma disfatta (con Vezio De Lucia, Castelvecchi 2016).

 

 

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Francesco Erbani passeggia per calli e campielli e poi al Lido in sella a una bicicletta, osserva l’Hotel. des Bains attraverso le grate del cancello, guarda le navi da crociera seduto su una panchina alle Zattere… E ricostruisce la trama intima di una delle città più celebrate al mondo: le architetture, l’assetto urbano, le facciate dei palazzi che si specchiano nei canali, i campi dove si realizza un ideale di spazio pubblico; e poi il Mose, colossale, costosissimo progetto che non si è certi se funzionerà e che è stato oggetto di un’inchiesta giudiziaria; la Laguna maltrattata e snaturata; la dimensione civica minacciata da un turismo incontrollato e pervasivo, dallo spopolamento, e che tuttavia resiste, rivendica la propria specificità, una storia di saperi e di manualità, e si sente inclusiva e accogliente, a misura dei soggetti più deboli. Venezia rischia di diventare il non luogo per antonomasia, quello ricostruito a Disney World, a Las Vegas o a Macao, ed è invece profondamente autentica, città più di altre città, un territorio unico e al tempo stesso esemplare che può costituire un modello di inclusione sociale e di progettazione urbana. Dietro i mille sistemi complessi e affascinanti che Venezia ha trovato per vivere con la sua inedita morfologia, Erbani mette sempre al centro l’uomo. Un libro per capire che cosa si perde se si perde Venezia.

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