JEAN CLAIR ( PARIGI, 1940 )— CHI E’ QUESTO GRANDE PERSONAGGIO DELL’ ARTE CONTEMPORANEA ? — un primissimo approccio + alcuni libri suoi tradotti +++ un’intervista A JEAN CLAIR di ARIANNA TESTINO PER ARTRIBUNE DEL 11 OTTOBRE 2017 — per chi ha voglia di leggere…

 

Hybris. La fabbrica del mostro nell’arte moderna. Omuncoli, giganti e acefali. Ediz. illustrata Copertina flessibile – 14 mag 2015

di Jean Clair (Autore), R. Rizzo (Traduttore)

 

 

Jean Clair, 2013–Claude Truong-Ngoc

 

Jean Clair (Parigi1940) è uno scrittorestorico dell’arte e curatore francese.

È anche conservatore generale del Patrimonio francese, saggista spesso polemico

membro dell’Accademia di Francia dal 2008.

 

 

Figlio di agricoltori, Jean Clair studiò al liceo Jacques Decour e Carnot a Parigi, ed entrò nella classe preparatoria letteraria del liceo Enrico IV a Parigi. Fece in seguito un dottorato in Lettere alla Facoltà di lettere e scienze moderne alla Sorbona, dove fu allievo dello storico dell’arte André Chastel e del filosofo Jean Grenier, poi un dottorato di filosofia in Arte al Fogg Art Museum dell’Università Harvard. Per un periodo fece parte dell’Union des étudiants communistes.

Fu assistente e poi conservatore in vari musei finché nel 1989 divenne conservatore generale del Patrimonio. È stato anche commissario per molte esposizioni delle opere di Duchamp, e ha diretto la Biennale di Venezia del Centenario.

Direttore di Chroniques de l’Art vivant dal 1970 al 1975, fu professore di storia dell’arte alla Scuola del Louvre tra il 1977 e il 1980, ha fondato e poi diretto i Cahiers du Musée d’Art Moderne dal 1978 al 1986. In Francia prende regolarmente parte ai dibattiti sull’arte contemporanea e sulla diffusione dell’arte.

Jean Clair è stato eletto all’Accademia francese successore alla poltrona che fu di Bertrand Poirot – Delpech il 22 maggio 2008 al posto di Pierre Bergé.

 

 

ALTRE OPERE IN ITALIANO::

 

Critica della modernità. Considerazioni sullo stato delle belle arti. Ediz. illustrata (Francese) Copertina rigida – 31 dic 1992

 

Breve trattato delle sensazioni Copertina flessibile – 5 feb 2007

 

 

De immundo Copertina flessibile – 11 mag 2010

” Lontano è il tempo in cui san Bonaventura predicava la delectatio. Docere et delectare: a lungo l’arte ha avuto come fine di arricchire lo spirito e di deliziare i sensi. L’arte contemporanea sembra aver cambiato completamente registro. L’età del disgusto è subentrata all’età del gusto: esibizione e desacralizzazione del corpo, svilimento delle sue funzioni e delle sue forme visibili, mutilazioni e automutilazioni, fascinazione per il sangue, gli umori corporali e gli escrementi, coprofilia, coprofagia… Da Lucio Fontana a Louise Bourgeois, da Orlan a Serrano, da Otto Muehl a David Nebreda l’arte si è impegnata in una strana cerimonia dove il sordido e l’abiezione scrivono un inatteso capitolo della storia dei sensi.” (Jean Clair)

 

 

Breve storia dell’arte moderna Copertina flessibile – 20 apr 2011

 

“Se un osservatore, come sono io, tenta di trovare un denominatore comune nella produzione contemporanea, a tutta prima si trova in grave imbarazzo di fronte alla sua diversità. Ma se poi, tenendo a mente l’orinatoio di Duchamp e la merda d’artista di Manzoni, considera le grandi manifestazioni – a Kassel, al Whitney Museum, o la mostra ‘Sensation’ a Londra e a Brooklyn – coglie un punto in comune che ne emerge prepotente: non più ‘vedere’, neppure ‘pensare’, ma ‘sentire’.”

 

 

Risultati immagini per jean clair medusa

Medusa

Jean Clair

Traduttore:V. La Via G. Ricci

Editore:Abscondita

Collana:Aesthetica

Anno edizione: 2015

In commercio dal: 7 luglio 2015

Pagine: 243 p., ill. , Brossura

23 EURO–PREZZO PIENO

“La sua figura ci perseguita: donna e mostro, attraente e repellente, Medusa attira lo sguardo e paralizza gli uomini. Un segreto legame unisce la bellezza al tremendo. La sua ambigua presenza la troviamo nelle opere di grandi artisti come Caravaggio, Rubens, Füssli, Klimt, Van Gogh, fino a Giacometti, De Chirico, Magritte, Pollock. In origine, verso l’VIII secolo a.C, Medusa incarna l’orrore. Dopo tre secoli si trasforma in creatura seducente e come gli angeli partecipa a due ordini e a due sessi. Simbolo del potere mortifero dello sguardo, Medusa, secondo Jean Clair, è un emblema della modernità, mostra l’altra faccia dell’era delle immagini, ci conduce dietro l’apparenza dove il mondo diventa immondo. L’approccio iconologico e psicoanalitico dell’autore attraversa il tema dell’orrido e del sublime nell’arte, fino a unire in accostamenti inediti i bestiari medioevali e D’Annunzio, il sesso delle statue greche e i parrucchieri della Rivoluzione francese, Freud e Mantegna, Bataille e l’invenzione della prospettiva, l’estetica contemporanea e il gesto dell’artista oggi.” (Giancarlo Ricci)

 

La responsabilità dell’artista. Le avanguardie tra terrore e ragioneCopertina flessibile – 2 dic 2014

 

PRESENTAZIONE:: 

Dopo “Critica della modernità”, Jean Clair ritorna con “La responsabilità dell’artista” a fustigare gli “eccessi” dell’arte contemporanea con una ricostruzione delle vicende delle avanguardie nel XX secolo al di fuori degli schemi della storiografia ufficiale. Quali inquietanti connessioni legano l’espressionismo e il nazismo? Perché l’astrattismo è diventato la lingua universale? E perché il sentimento del vuoto tipico di certa cultura americana, dalla pop art al minimalismo, è stato imposto come stile internazionale? Siamo certi che in movimenti come il neoespressionismo e la transavanguardia non si celino nostalgie nazionaliste? Jean Clair, rispondendo a questi interrogativi, sfata il mito dell’artista ribelle e dell’avanguardia come “arte all’opposizione” per rivelare inattese complicità, consce o inconsce, con i versanti più oscuri e minacciosi di un secolo tormentato.

 

 

 

Giganti della critica. Intervista a Jean Clair

Roger de Montebello, Punta della Dogana, 2016, olio su tela, 190x230 cm

 

Giganti della critica. Intervista a Jean Clair

 

Parola a Jean Clair, curatore della recentissima mostra veneziana dedicata alla pittura di Roger de Montebello. Con lui abbiamo parlato di musei, di arte contemporanea e della sua crisi, di progressisti e conservatori e di molto, molto altro.

 

wikipedia :: Roger de Montebello (né à Paris en 1964) est un peintre.

Lo abbiamo incontrato quest’estate a Venezia: Jean Clair (Parigi, 1940) era in Laguna in veste di curatore della prima mostra di Roger de Montebello in un’istituzione italiana, al Museo Correr. Da qui siamo partiti per una conversazione a 360 gradi sull’arte e la critica.

 

La pittura di Roger de Montebello affonda le radici in una tradizione ben definita, toccando temi “classici” come il paesaggio, il ritratto e gli scorci di Venezia. Qual è la peculiarità della sua pittura e come si colloca rispetto alla tradizione?
La sua peculiarità consiste nel fatto di non essere originale. C’è un modo diverso di scrivere la storia dell’arte, che oggi viene quasi imposta. Si parte da Cézanne, si passa per Picasso e si arriva a Jeff Koons. Io penso di poter esprimere questi concetti, perché per diciotto anni sono stato direttore del Musée Picasso, per undici del Centre Pompidou, ho curato svariate mostre di quella che viene chiamata l’Avanguardia. Ho organizzato io la prima esposizione di Duchamp al Beaubourg. Non sono d’accordo sulla modalità che si adotta per comunicare la storia dell’arte oggi perché la pittura è diversa da quella esposta nelle istituzioni ufficiali. Roger de Montebello riesce ad avere la maestria e la capacità di dipingere in maniera discreta, proprio come è lui, che lavora nel suo angolo [a Venezia, N.d.R.], lontano dai grandi palazzi. La sua pittura, dunque, merita di essere vista ed è davvero un piacere scoprirla.

Roger de Montebello, Peter, 2006, olio su tavola, 22x16 cm
Roger de Montebello, Peter, 2006, olio su tavola, 22×16 cm

Lei ha menzionato spesso la pittura di David Hockney come un esempio positivo oggigiorno.
Quella di Hockney è una pittura “classica” non nel senso di un ritorno alla classicità, ma nel senso che la maestria e il controllo di Hockney lo possono far paragonare a un Rubens. Hockney ha adottato tutto il vocabolario dell’Avanguardia, facendolo proprio sia nel ritratto sia nel paesaggio. La mostra a lui dedicata dal Pompidou di Parigi è emblematica in questo senso.

Sono rimasta molto colpita da una sua affermazione in merito al futuro dei musei. Lei ha dichiarato di non sapere quale possa essere. Eppure dai suoi saggi emergono posizioni molto nette in riferimento ai musei, che lei considera, oggi, come luoghi poco adatti alla valorizzazione dell’arte. Ha dei suggerimenti sui metodi da mettere in campo per conquistare o riconquistare un’identità museale, al di là delle logiche di una globalizzazione economica imperante?
Se lo sapessi, lo farei. Dopo quarantacinque anni di vita passati nei musei, so sempre meno a cosa servano. Se si intende la storia dell’arte come iconologia alla maniera di Panofsky o di Warburg, la rappresentazione dei fatti storici narrati attraverso i quadri permette all’umanità di conoscere la sua stessa storia, qualcosa che la scrittura da sola non riuscirebbe a trasmettere. I dipinti sono difficili da leggere e da capire, bisogna imparare a farlo. E purtroppo nessuno lo insegna. L’iconologia in Francia non è mai stata insegnata.

In che senso sarebbe utile oggi l’iconologia?
È un mezzo potentissimo per capire e vedere diversamente gli episodi della storia politica e religiosa dell’umanità, ma questo lavoro non viene compiuto nei musei. Ad esempio, di fronte a una Pietà, si potrebbe spiegare che non è soltanto l’immagine religiosa ad assumere un significato, ma che esistono anche delle implicazioni psicologiche, consce o inconsce. C’è una profondità dell’immagine che soltanto nel museo si potrebbe trasmettere ma, poiché nessuno fa questo tipo di lavoro, tutto questo cade nel vuoto.

David Hockney, Fruit on a Bench, 6th, 7th, 8th March 2014, acrilico su tela, 121,9 x 91,4 cm © David Hockney, photo credit Richard Schmidt

David Hockney, Fruit on a Bench, 6th, 7th, 8th March 2014, acrilico su tela, 121,9 x 91,4 cm © David Hockney, photo credit Richard Schmidt

Dunque sarebbe auspicabile inserire delle figure in grado di compiere questa “traduzione” nei confronti del pubblico? Oggi si parla moltissimo di mediatori culturali, eppure manca una reale mediazione. Secondo lei quali sono le strategie per ottenerla?
È complicato spiegare la bellezza, dovrebbero esserci dei professori formati per spiegare il bello, l’iconografia, l’iconologia. Ovviamente tutto questo è difficilissimo. Dovrebbe essere fatto un apprendistato, ma purtroppo ciò non avviene e quindi manca una trasmissione di tali concetti. Che cosa dice l’opera d’arte? Che cos’è l’estetica? Sono argomenti complessi e, affrontandoli, si entra in un sistema formale di definizione del bello che ha a che vedere con la simmetria, le misure. C’è un’estetica delle sensazioni ma, ancora una volta, tutto questo non viene insegnato.

E poi c’è la questione dei musei…
Il museo moderno non ha più nulla a che spartire con le collezioni dei principi, dei re, con le raccolte dalle comunità religiose. Il museo moderno è pubblico ed è stato istituito nel 1793, che è anche l’anno in cui è stata inventata la ghigliottina e questo raffronto ha un significato. L’uomo che non ha più religione né ideologia politica né slancio comunitario, che cosa può rappresentare? Il proprio ego? Il proprio genio? Tutto questo è noioso e assai stupido e porta alle opere di Koons e compagnia. Oggi il museo, secondo me, è una specie di emporio di oggetti smarriti.

In molti la definiscono un conservatore. Cosa pensa di questa etichetta e come la vive, in Francia e altrove?
Questa etichetta continua a essermi attribuita. Ma conservatore per quale avvenire, per quale futuro?

 

 

Jean Clair. Photo Catherine Hélie

Jean Clair. Photo Catherine Hélie

 

In effetti la nota che accompagna tale definizione è negativa. In molti riconoscono in lei una sorta di emblema del passatismo.
Il nostro tempo è dominato da innumerevoli disastri culturali e artistici, basti pensare a Palmira rasa al suolo e alla distruzione di testimonianze storiche e artistiche, mentre in contemporanea, nelle città più raffinate e più colte d’Europa, si organizzano mostre che sono pura idiozia. Come si può assistere passivamente alla distruzione di testimonianze storiche e culturali del calibro di Palmira mentre in certi milieu culturali ci si accontenta di mostre sciocche e prive di senso? Vent’anni fa chi avrebbe mai detto che ci saremmo ritrovati nel bel mezzo di conflitti religiosi anche più violenti di quelli che hanno caratterizzato il Medioevo?

Come ci si è arrivati?
Ci ritroviamo con guerre iconoclastiche perché l’immagine non è neutra. Il potere dell’immagine, del voler essere visti, è così forte che, in suo nome, si possono addirittura distruggere testimonianze storiche. E oggi, sullo sfondo di queste guerre di religione, c’è un problema che riguarda la storia dell’arte, l’immagine e il suo significato. A fronte di ciò, i musei, che sono luoghi di conservazione, torneranno a essere seri, per salvaguardare le testimonianze della nostra cultura. In risposta alle nuvole molto scure che si addensano all’orizzonte.

Questo discorso mi fa venire in mente l’idea di responsabilità, che per lei è fondante. Ha visto la Biennale curata da Christine Macel, dove la responsabilità del gesto dell’artista è un vero e proprio fil rouge?
No, non l’ho vista e non so se la vedrò.

Neppure Documenta, quindi? 
No. Ho diretto la Biennale di Venezia due volte, una in occasione del centenario. A Kassel ho lavorato con Szeemann alle prime Documenta.

Com’è stato collaborare con lui?
Era molto affascinante. Credeva al potere dell’arte.

Jean Clair – Hybris – Johan & Levi

Jean Clair – Hybris – Johan & Levi

 

 

Direi che questo è tutt’altro che conservatore.
Infatti. Abbiamo lavorato insieme sul tema di Duchamp, delle macchine celibi. È stato venticinque, trent’anni fa. Ora è tutto diverso.

Per quanto riguarda le idee di hybris e di immondo, che lei ha affrontato più volte, come si sono evolute, a suo parere, nella storia dell’arte? Questi concetti erano comuni anche a un Leonardo, a un Michelangelo. Quando le idee di hybris e di immondo sono diventate una categoria pericolosa?
Questi argomenti rientrano in un’idea più generale dell’arte, che è da mettere in relazione con il concetto di bellezza. Dunque, ci sono anche Leonardo e Vitruvio nel novero delle personalità di cui si deve tenere conto. A un certo punto, però, la hybris si è scatenata ed è stato all’inizio del Romanticismo: c’è Goya, il gigantismo, ci sono i sovietici, il fascismo. Questa esplosione della hybris va di pari passo con le scoperte scientifiche dei mostri della genetica, della biologia e questa hybris non ha più nulla a che vedere con l’idea vitruviana o palladiana, che comunque la conteneva, entro determinati limiti. Questa hybris conduce ai mostri di Hirst, ad esempio. Avviene uno scivolamento vero e proprio a causa della hybris, che si disgrega nelle forme e che si coniuga, invece, nel gigantismo.

Questo gigantismo, secondo lei, deriva dalla necessità di coprire un vuoto? Ci si ingigantisce e si va verso l’alto per nascondere una carenza di radici?
Direi di sì. Si vuole andare sempre più in alto, più lontano. Pensi al grattacielo di Pierre Cardin, che doveva dominare tutta Venezia. Lo spirito di quel grattacielo è vedere tutto dall’alto, come dai ponti delle grandi navi che attraversano la Laguna. Questi sono due tipi di follia smisurata, sono i due estremi della hybris.

‒ Arianna Testino

 

 

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