FRANK WESTERMAN, EL NEGRO E IO, IPERBOREA, 2009 – ++ UN’INTERVISTA SUL BLOG ” IL TASCABILE ” ++ UN SUO ARTICOLO PER REPUBBLICA 31 MARZO 2019, ROBINSON, pag. 41

 

Frank Westerman, nato nel 1964 a Emmen, in Olanda, dopo gli studi scientifici diventa presto giornalista freelance nelle zone più calde del mondo. È autore di romanzi reportage sui temi di razzismo, cultura, identità e potere come El Negro e io (Iperborea, 2009), e Ingegneri di anime (Feltrinelli, 2006). Ararat è stato finalista al Premio AKO 2007 e al Premio Kapuściński 2010. I soldati delle parole è il suo ultimo titolo pubblicato da Iperborea. 

 

 

IPERBOREA.COM

https://iperborea.com/titolo/166/

 

El Negro e io

TITOLO ORIGINALE: EL NEGRO EN IK
PRIMA EDIZIONE: APRILE 2009
PP. 296
NAZIONE: OLANDA
TRADUZIONE DI: C. COZZI
POSTFAZIONE DI: C. COZZI
COLLANA: NARRATIVA
NUMERO DI COLLANA: 166
ISBN: 9788870911664
CON IL CONTRIBUTO DI: PROGRAMMA “CULTURA” DELLA COMMISSIONE EUROPEA
PREZZO DI COPERTINA: € 16,00

 

presentazione dell’editore:: 

Nel 1983 Frank Westerman, visitando un museo in un piccolo villaggio spagnolo, scopre in una bacheca di vetro un singolare pezzo d’esposizione: il corpo imbalsamato di un africano senza nome. “El Negro” per i locali: ma chi era quest’uomo? E chi ha impagliato il suo corpo, a quale scopo? Vent’anni dopo, Westerman intraprende un viaggio dai Pirenei a Parigi, dalla Sierra Leone al Sudafrica, tentando di restituire a El Negro un’identità, e coinvolgendosi in prima persona in una ricerca che interroga la sua stessa identità di europeo. Ricostruendo le sue vicende, dall’arrivo in nave come trofeo colonialista all’inizio del XIX secolo alla sua scomoda presenza durante le Olimpiadi del 1992 a Barcellona, El Negro rispecchia impietosamente lo sguardo dell’Europa sul resto del mondo: “il modo in cui l’abbiamo guardato e lo guardiamo tradisce il nostro pensiero su razza e identità”. E le tracce di questa immaginaria superiorità europea si trovano tanto nei passati orrori dell’età coloniale quanto nelle odierne ipocrisie degli aiuti allo sviluppo, che l’autore osserva dall’interno con disillusione. Un’indagine “in soggettiva” che intreccia storia, reportage e autobiografia: tra precisione documentaria e passione per il raccontare, mettendosi sempre in gioco e in discussione, Westerman ci trascina in un confronto problematico con l’Altro.

 

IL TASCABILE, UN’INTERVISTA CON FRANK WESTERMAN

I reportage di Frank Westerman

 

 

REPUBBLICA DEL 31 MARZO 2019 — ROBINSON, pag. 41

https://quotidiano.repubblica.it/edizionerepubblica/pw/flipperweb/flipperweb.html?testata=REP&issue=20190331&edizione=nazionale&startpage=1&displaypages=2

 

IL RACCONTO

La mia battaglia per salvare El Negro

 

di Frank Westerman

 

Immagine correlata

El Negro of Banyoles

 

El Negro, l’africano di cui ho scritto nel mio libro El Negro e io (Iperborea), che fu impagliato nel 1831 e prelevato da un museo spagnolo nel 2000 per essere riseppellito frettolosamente in Botswana, in realtà era originario dell’area intorno a Città del Capo. Le sue spoglie mortali sono state sepolte nel Paese sbagliato. Attendono ancora un degno riposo. “Avete mai visto un Betchuan?”, chiedeva il quotidiano francese Le Figaro ai suoi lettori il 21 novembre 1831. ” Sapete che cos’è un Betchuan? C’est un homme”.

Sia Le Figaro che l’Annales de la Société entomologique de France, del 1832 descrivono i viaggi di raccolta effettuati da due fratelli francesi nella regione del Capo, nel 1830 e nel 1831: ” un Betchuan impagliato” (El Negro) era fra le loro prede di maggior valore. Il luogo più a nord dove si spinsero i due fratelli fu Tulbagh, a 100 chilometri in linea d’aria da Città del Capo. Ma Tulbagh è a più di 1.000 chilometri da Gaborone, la capitale del Botswana, dove nell’ottobre del 2000, dopo 170 anni passati in Francia e in Spagna come pezzo da museo, El Negro ha avuto finalmente sepoltura. Finora si era pensato che El Negro fosse originario della zona intorno al 28° parallelo sud, vicino alla confluenza dei fiumi Vaal e Orange. Ora viene fuori, invece, che l’africano senza nome era stato originariamente sepolto ” fra gli ottentotti del Capo”, secondo Le Figaro.

” Quando i due giovani fratelli francesi Verreaux arrivarono nel villaggio dove morì, questo povero nègre era malato, sfinito e non era più in grado di rincorrere leoni e antilopi”. Jules e Édouard Verreaux assistettero al suo funerale, poi attesero che scendesse il buio per dissotterrare il corpo dell’uomo. Lo macellarono e si portarono via la pelle, il teschio e alcune ossa; ” lasciando metà della loro preda agli sciacalli”.

Le Figaro descrive i tassidermisti come “autentici vampiri”, che giudicavano ” preziosa” la pelle di quest’uomo. Ulteriori ricerche a Parigi hanno portato alla luce una fotografia inedita del Negro, del 1880. ” Betchuana”, recita la didascalia, ” importato dall’Africa meridionale da E. Verreaux”. L’uomo nero era impagliato come un trofeo di caccia, inchiodato a un piedistallo in una posa vigile, con lancia e scudo stretti fra le mani e vestito con un copricapo di rafia e un gonnellino di pelle. A parte un disegno a penna, realizzato nel 1888 a Barcellona, non si conoscevano altre immagini del Negro dell’Ottocento. Un’altra cosa che non si sapeva era che El Negro, ancora nel 1872, era esposto come una grande attrazione al Palais d’Industrie di Parigi.

 

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JULES VERRAEAUX

Il suo tassidermista, Jules Verreaux, fuggì in Inghilterra nel 1870 allo scoppio della Guerra franco- prussiana, e lì morì nel 1873, a 67 anni. Probabilmente El Negro — il Betchuan impagliato — venne venduto fra il 1880 e il 1888 al veterinario e collezionista Francisco Darder di Barcellona. Per la maggior parte del XX secolo rimase esposto come ” boscimano del Kalahari” nel Museo di storia naturale Darder della città di Banyoles, ai piedi dei Pirenei catalani. Nel 1992, l’anno dei Giochi olimpici di Barcellona, l’opinione pubblica internazionale cominciò a infervorarsi contro il carattere razzista di questo reperto. L’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ne condannò l’esposizione, definendola ” barbara”, ” insensibile” e ” ripugnante”. Senza condurre un’indagine accurata sulle sue origini, El Negro, dopo essere stato “smontato”, venne sepolto in fretta e furia in Botswana, il 5 ottobre 2000.

Nel 2004 la sua tomba versava in uno stato di abbandono quasi assoluto: i pali decorativi neri, bianchi e blu (i colori nazionali del Botswana) che la circondavano venivano usati come pali per giocare a calcio. Nel 2014, però, il suo solitario luogo di sepoltura è stato rimesso a nuovo, con una siepe intorno alla recinzione, un ceppo e alcuni ciottoli a decorare la tomba e un nuovo pannello esplicativo.

Già il frettoloso rimpatrio del Negro nel 2000 era stato approssimativo ( la lancia venne lasciata a Banyoles, la pelle a Madrid): ora scopriamo pure che la sua tomba è letteralmente ” fuori posto”. Sarebbe più appropriato se a questo Betchuan, che tanti maltrattamenti ha subito, fosse concesso di riposare per sempre ( stavolta per sempre, davvero) in Sudafrica.

Ma El Negro trovato in Spagna e “liberato” non è il solo caso di ” reperto umano” e trofeo coloniale che ancora si trova nei musei occidentali. Ho saputo che al Museo anatomico di Modena ci sono tutt’ora due persone nere “esposte in mostra”.

Uno, etiope, era noto con il nome di Peter Lerpi, lavorava presso i duchi di Modena come musicista. Morì di polmonite a 28 anni, il 24 ottobre 1831. Il suo corpo imbalsamato fu messo in mostra all’epoca dal professor Domenico Alfonso Bignardi. Lo stesso museo conserva in una teca di vetro anche una donna nubiana, morta nel 1886, a 25 anni. In Rete c’è addirittura un video tour che li illustra. Per me che ho scritto El Negro e io il fatto che due esseri umani siano ancora messi in mostra così è scioccante. Si tratta dell’eco di un razzismo scientifico ottocentesco che persiste ed è una vergogna che l’uomo nero, nel XXI secolo, sia ancora materia da esposizione. ?

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Jules Verreaux, Illustrations de L’Océanie en estampes ou Description géographique et historique de toutes les îles du Grand Océan

 

NOTA DEL BLOG: 

 

La tassidermia è la tecnica di preparazione e conservazione dei corpi degli animali (soprattutto vertebrati) per la visualizzazione, come per la messa a punto dei cosiddetti “trofei di caccia” o per l’esposizione nei musei. La tecnica consiste nel trattamento delle pelli con sostanze conservative e nella successiva imbottitura che consenta di dare agli animali imbalsamati gli aspetti di quelli vivi.

Differisce dall’imbalsamazione perché quest’ultima è intesa come conservazione di un corpo umano o animale in senso ampio e per diversi scopi, la tassidermia è rivolta esclusivamente ai corpi animali i quali vengono preparati per essere esposti. (WIKI)

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