+++ GERMANO DOTTORI, PROF. ALLA LUISS -vedi al fondo — Dietro il caos di Tripoli c’è il cambio di linea dell’America sull’Italia– Reazione a catena – Le scelte di Obama e Trump hanno spinto l’Egitto e Haftar verso la Russia–IL FATTO QUOTIDIANO DEL 14 APRILE 2019

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 14 APRILE 2019

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Dietro il caos di Tripoli c’è il cambio di linea dell’America sull’Italia

Reazione a catena – Le scelte di Obama e Trump hanno spinto l’Egitto e Haftar verso la Russia

 

 

 

 

Capi di Stato – Egitto, Arabia Saudita e Stati Uniti – Ansa

 

Nella resa dei conti in corso in Libia si intrecciano dinamiche geopolitiche complesse. La maggior parte delle analisi si concentrano sul duello tra il presidente Serraj e il maresciallo Haftar, evidenziando come alle loro spalle si intravedano, rispettivamente, il nostro Paese e la Francia. Purtroppo c’è di più. Nella nostra ex colonia, sono entrati in crisi gli accordi di Skhirat con i quali, stante Barack Obama alla Casa Bianca, si decise di attribuire la legittimità internazionale a un esecutivo emanazione di forze riconducibili all’Islam politico. Serraj ebbe una copertura dalle Nazioni Unite, ma decisivo in suo favore fu l’appoggio degli Stati Uniti, oltre alla protezione ravvicinata di mezzi italiani e inglesi. Il “governo di accordo nazionale” in realtà non riuscì mai a stabilire il proprio controllo su tutta la Libia. Vi si sottrasse persino Misurata, baluardo della Fratellanza Musulmana libica e sede di una importante minoranza etnica turca, malgrado formalmente riconoscesse Serraj.

Rifiutarono la soluzione trovata a Skhirat tutti coloro che vi videro un pregiudizio per i propri interessi. Gli egiziani, in primo luogo, in quanto ormai ferocemente ostili all’Islam politico, ma anche i paesi del Golfo accomunati dallo stesso sentimento, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, dei quali è evidente l’impegno contro Tripoli anche in queste ultime settimane. La Francia, che aveva optato per Serraj, iniziò a remare contro. Si realizzò comunque un fragile equilibrio, con i due blocchi coagulatisi attorno a Tripoli e Tobruk che si equivalevano.

Tale situazione è però cambiata alla fine del 2015, quando anche l’Italia di Matteo Renzi si allineò a Serraj e si distanziò dalla Cirenaica, poco prima che in Egitto si verificasse l’odioso assassinio di Giulio Regeni. Si noti come di questo omicidio fosse vittima un italiano, che studiava in Inghilterra e si appoggiava all’American University del Cairo. Quando invece in Libia eravamo prossimi ai filoegiziani anti-islamisti di Tobruk, il Consolato generale d’Italia al Cairo subì un attentato di matrice jihadista mentre da Tripoli il libico Gwell ci inondava di migranti.

Ad alterare lo scenario sono state soprattutto due circostanze. In primo luogo, la freddezza dimostrata da Obama nei confronti del leader egiziano Al Sisi dopo il colpo di Stato contro il presidente eletto Mohammed Morsi che ha indotto l’Egitto dei militari ad attuare un riavvicinamento alla Russia del quale è un aspetto anche la recente vicinanza di Mosca ad Haftar.

La sconfitta di Hillary Clinton e l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump hanno poi innescato una profonda trasformazione della politica mediorientale e nordafricana degli Stati Uniti. È venuto meno l’appoggio trasversale offerto all’Islam politico da Obama e ha preso forma al suo posto un disegno di restaurazione dell’ordine intorno a due pivot: l’Egitto di Sisi e l’Arabia Saudita di re Salman e Mohammed bin Salman. Una fotografia – scattata nel 2017 a Ryad poco dopo il discorso con il quale il tycoon aveva chiesto ai cosiddetti Paesi arabi moderati di spazzare via i jihadisti – ha cristallizzato il nuovo dato geopolitico, mostrando Trump, Sisi e Salman con le mani protese su un globo luminoso.

Che il riorientamento della politica mediorientale statunitense finisse con il riverberarsi anche in Libia era inevitabile. Ci si può casomai chiedere perché il vecchio approccio obamiano sia sopravvissuto così tanto all’avvento di Trump. La spiegazione va cercata nell’esigenza americana di non indebolire un’Italia che appariva utile al contenimento dell’asse franco-tedesco in Europa. La politica di Washington nei confronti della Libia è da tempo una derivata della sua strategia europea e ha risentito di tutte le sue successive rimodulazioni, in parte a loro volta esito delle giravolte compiute dal presidente francese Emmanuel Macron negli ultimi due anni.

È purtroppo forte la sensazione che la benevolenza americana nei nostri confronti stia adesso venendo meno per effetto dell’entrata del nostro Paese nelle Vie della Seta cinesi, per quanto si sia fatto molto per cercare di attenuare le preoccupazioni americane nei confronti dell’influenza acquisita su di noi da un rivale strategico di Washington.

Se l’avanzata di Haftar godesse veramente di una benedizione da parte di Trump e se a questo cambio di cavallo da parte americana in Libia seguissero altre mosse ostili – come i dazi che potrebbero abbattersi sull’agroalimentare italiano, colpendo quasi cinque miliardi di nostre esportazioni – forse s’imporrebbe una riflessione sulle implicazioni degli sviluppi dati alle nostre relazioni con Pechino. Dobbiamo correre ai ripari, prima che sia troppo tardi.

 

Nato a Roma nel 1964, è stato proclamato dottore in Scienze Politiche presso la Luiss-Guido Carli nel luglio 1990, dopo aver discusso una tesi sul Monetarismo e la politica monetaria britannica nel periodo 1979-1989, con i Prof. Antonio Marzano e Domenico Da Empoli.

Ricercatore presso il CeMiSS, Centro Militare di Studi Strategici, distaccato presso la Casa Militare del Presidente della Repubblica nel periodo 1990-91.

Attualmente consigliere scientifico di Limes, Rivista Italiana di Geopolitica.

Curatore per quattro anni di Nomos & Khaos, annuario economico-strategico di Nomisma, al quale ha contribuito anche con tre saggi in ogni edizione: Sintesi politico-decisionale, Global Vision e Raccomandazioni al decisore politico.

Contribuisce regolarmente dal 1997 con una propria rubrica di informazioni parlamentari (Obiettivo Italia) a RID, Rivista Italiana di Difesa.

 

Ha insegnato Sicurezza Internazionale e Studi di Sicurezza Internazionale presso l’Università Link-Campus, all’epoca in cui era collegata all’Università di Malta.

 

Tra i volumi, si ricordano:

Questioni di pace o di guerra, uscito nel 2006 per i tipi di Aracne;

Un’intelligence per il XXI secolo, edito nel 1999 dalla Rivista Militare.

E’ stato invece coautore di:

Guerre umanitarie. La militarizzazione dei diritti umani (insieme a Carlo Jean), pubblicato nel 2012 dalla Baldini Castoldi Dalai;

Afghanistan, crisi regionale problema globale (con Amir Madani), pubblicato nel 2011 da Clueb;

La Nato dopo l’11 Settembre. Stati Uniti ed Europa nell’epoca del terrorismo globale (insieme a Massimo Amorosi), pubblicato nel 2004 dall’editore Rubbettino;

La politica di sicurezza tedesca verso il Duemila (insieme a Sandra Marino), pubblicato nel 1997 da Franco Angeli.

 

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