LUIGI MANCONI, COLLABORATORE DI REPUBBLICA–14 MAGGIO 2019 :: IL PAPA E LA LINGUA DEI SEGNI

 

REPUBBLICA DEL 14 MAGGIO 2019

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CommentoVaticano

ILIl Papa e la lingua dei segni

Francesco rappresenta l’unica autorità morale capace di parlare a quanti soffrono e a quanti si preoccupano di coloro che soffrono

DI LUIGI MANCONI

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Il gesto del cardinale Konrad Krajewski è destinato a lasciare un segno. E questo, forse, era il primo intento di chi l’ha compiuto. Per argomentarlo, lo stesso cardinale ha fatto ricorso a parole essenziali: “Si tratta di vite umane”. Qui risiede, penso, la chiave di tutto.

Lo scorso 2 aprile, quando nel quartiere romano di Torre Maura, gli scarponi Magnum dei neofascisti e le calzature di alcuni residenti hanno calpestato il pane e il companatico destinati a un gruppo di persone rom, qualcosa di irreparabile è accaduto. È stato come se lo scontro sociale nel nostro Paese toccasse un nodo cruciale. Oltre alla lacerazione sul piano materiale e nella sfera emotiva delle vittime, la violenta azione di Torre Maura ha rappresentato, nella dimensione simbolica e ideologica (là dove si formano le idee, cioè), una vera insidia per il senso profondo della convivenza sociale e civile. Non credo di esagerare. Lo sprezzo mostrato nel negare il cibo aggredisce il fondamento costitutivo della vita umana: il diritto al nutrimento. Dunque, in quella piccola e sporca vicenda di quartiere, è emersa una acuta tensione intorno alle questioni primarie: cibare/affamare, curare/abbandonare e, alla resa dei conti, il conflitto tra vita e morte.

È quanto accade in uno scenario diverso, ma in forme non dissimili, intorno al soccorso di profughi e migranti nel mare Mediterraneo. Il cosiddetto “decreto sicurezza bis”, che grazie al cielo è solo moneta elettorale, osa l’inosabile: l’antico assioma “la vita umana non ha prezzo” viene rovesciato da cima a fondo. E viene formulato un “tariffario umano” che ci riporta indietro di secoli, a quando la compravendita degli schiavi o la loro emancipazione dalla cattività venivano misurate in termini strettamente economici. E si deve dire, senza enfasi, che se si attenta al diritto-dovere del soccorso in mare si intacca quel fondamento del sistema universale dei diritti umani rappresentato proprio dall’imperativo categorico di soccorrere chi si trovi in pericolo di morte. Un imperativo che non si affida solo e sempre a un sentimento di fraternità, bensì a quell’altruismo interessato che rappresenta la base più solida del vincolo di reciprocità, sul quale si fonda la convivenza umana: io salvo te perché conto sul fatto che tu salverai me, qualora fossi io a trovarmi in pericolo. È in ragione di quel vincolo che l’individuo, da uno stato di isolamento e di solitudine, passa alla condizione di soggetto sociale.

Ecco perché insidiare quel vincolo, criminalizzando o sospendendo il diritto-dovere al soccorso, rischia di colpire alla radice “le vite umane” richiamate dal cardinale Krajewski. Ed ecco perché papa Francesco riceve in udienza Oscar Camps di Open Arms, parla ai rom e ai sinti e, ancora, perché l’elemosiniere “dà la luce”. È l’espressione di una teologia dei segni che, al contrario di quanto affermano gli arcigni arcicattolici e i neo-gnostici, ha una storia antica quanto il cristianesimo.

Di fronte a tutto ciò, le risposte della politica, della cultura e dell’opinione pubblica appaiono flebili o frammentarie o pavide. E resta incontestabile che oggi in Italia, e non solo in Italia, papa Francesco rappresenta l’unica autorità morale capace di parlare a quanti soffrono e a quanti si preoccupano di coloro che soffrono. Dunque, tutte le persone di buona volontà – credenti e bestemmiatori, atei e pococredenti (come chi scrive), appartenenti ad altre confessioni religiose e all’Unione degli Atei e degli Agnostici razionalisti, ebrei e miscredenti, focolarini e induisti e mormoni e islamici – dovrebbero far propria la lingua dei segni del pontefice.

A partire da un assunto chiaro: l’Italia non è in alcun modo un Paese razzista. Certo, cresce il numero dei razzisti e degli atti di razzismo, ma ciò che inquieta è altro: la xenofobia. Ovvero la paura dello sconosciuto e dello straniero, che si diffonde, in particolare, tra i più vulnerabili e i più offesi degli italiani. Ma questo sentimento non è destinato, né fatalmente né rapidamente, a trasformarsi in razzismo. Nei quartieri popolari, dove maggiore è l’angoscia sociale che si fa diffidenza verso l’altro, è faticoso accogliere il messaggio del Papa. Qui la presenza dei partiti è esile, ma l’associazionismo religioso e laico è attivo e radicato. È proprio qui che, come si è visto, si gioca la sfida intorno alle questioni primarie di vita e di morte, di penuria e di dolore, di sopravvivenza e di emancipazione. Qui non tutto è ancora perduto.

Con questo articolo Luigi Manconi inizia la collaborazione con “Repubblica”

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