GIORGIO CAPRONI, UN’IMMAGINE UN PO’ SBILENCA DI UN POETA MOLTO AMATO… e pensare che chiara l’ha scoperto in questi anni sentendolo nominare da Nemo…

 

 

chiara,

 

il dolce, che andava in fondo, lo mettiamo subito:

 

GIORGIO CAPRONI, MAESTRO ELEMENTARE –GENOVA

 

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GIORGIO CAPRONI INSEGNA AD ARENZANO, MAESTRO DELLA  V  E VI ELEMENTARE

 

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arenzano

 

repubblica del 17 gennaio 2010–paolo mauri

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/01/17/maestro-caproni-in-cattedra-per-gli-ultimi.html

 

abbiamo stralciato questo brano, anche se tutto l’articolo è divertente: 

Caproni cercava di entrare in sintonia con i suoi ragazzi fingendo di non sapere questo o quello e di rischiare addirittura il licenziamento da parte del direttore. Lo ha raccontato una volta Vincenzo Cerami che aveva a lungo frequentato Caproni. Ecco il maestro accogliere gli alunni al mattino con un problema da risolvere: il direttore vuol sapere quanto misura la superficie della lavagnae luiè disperato, non si ricorda più come si fa a calcolarla. Allora un alunno azzarda: base per altezza! E così insieme si mettono a verificare se è vero e perché si fa così. Caproni non seguiva un metodo di insegnamento particolare. Ma in qualche modo si capisce che con intelligenza metteva in gioco se stesso cercando di catturare l’ attenzione e la complicità dei ragazzi. Si metteva al loro livello e con loro spesso giocava. Un trenino Rivarossi poteva diventare il fulcro di un’ aula: Caproni amava i trenini. Quando finivano presto il compito mandava gli alunni a comprare dei dolcetti che distribuiva come premio. Insegnare è un’ arte. Marcella Bacigalupi e Piero Fossati pubblicheranno in primavera presso Il Melangolo un libro dedicato al Caproni maestro che si intitola Feci il maestro per caso di cui ho potuto leggere un capitolo in anteprima. Era, dicono i due autori, la disperazione dei direttori didattici, tutti intenti a far rispettare le fatali norme della burocrazia scolastica. Norme messe in forse, con la caduta del regime fascista, da un’ Italia ancora incerta sui propri programmi e figurarsi su quelli della scuola. Capitò ad Antonio Debenedetti bambino di avere per un certo periodo Caproni come ripetitore privato: il poeta era amico del padre Giacomo, il grande critico letterario. Doveva, Antonio, rimettersi in pari con i programmi e Giorgio lo aiutò. Parlandogli, particolare curioso, malissimo del Cuore di De Amicis. Antonio, che vedeva in Caproni un maestro d’ altri tempi, quasi un collega della maestrina della penna rossa, sospetta che fosse un modo astuto per farglielo leggere e amare, cosa che puntualmente avvenne. Secondo Debenedetti non c’ era affatto distanza tra il poeta e il maestro: erano tutt’ uno. «Quando vinsi il premio Viareggio nel 1959, la Rai», annotava Caproni sul registro di classe «ha trasmesso alcuni miei versi. Sorpresa degli scolari, già colpiti dall’ intervista di un quarto d’ ora alla Tv, dove sono state lette alcune poesie mie, da me commentate, tratte da Il seme del piangere. Potenza della radio e della Tv!, esclamo ironicamente. Ma ho subito smontato i miei piccoli… ammiratori. “Sono il vostro maestro, e voletemi bene come tale. Il resto… è letteratura”». Bene ai suoi alunni ne voleva anche lui. Una volta un direttore gli propose di alleggerire la sua classe, troppo affollata, mandando alcuni alunni da un altro maestro. Ma ormai si era affezionato a tutti e dunque rifiutò quell’ aiuto. In un’ altra scuola c’ era il problema di molti alunni orfani, una quarantina, sparsi in diverse classi. Caproni vedeva che soffrivano quella loro condizione e allora propose di raccoglierli tutti in una classe dove avrebbe insegnato lui. Forse non era una proposta pedagogicamente corretta, ma comunque ebbe successo. I bambini sentirono meno il peso della loro condizione in una classe dove tutti avevano lo stesso problema. Molti di loro rimasero legati al loro maestro e lo andavano a trovare anche da adulti. «Quei bambini», ricordava Caproni, «vivevano dalle suore e arrivavano a scuola già diversi dagli altri: tutti col grembiulino nero e con solo una rosetta di pane. Erano ostili e soffrivano per essere diversi e per non avere i genitori che li venissero a prendere all’ uscita. Erano ostili anche ai compagni, in classe, anche a chi nella ricreazione delle dieci, offriva loro qualcosa da mangiare. Insomma odiavano tutti e tutto. Io allora li misi assieme e cominciai a stare e a vivere veramente con loro. È stata la più bella esperienza della mia vita d’ insegnante». Caproni resta sostanzialmente il maestro dei ragazzi poveri: da socialista qual era, era attratto soprattutto dal riscatto dei più disagiati e in questo ricorda un po’ l’ esperienza lontana di Giovanni Cena e del gruppo di intellettuali che si era impegnato all’ inizio del secolo a costruire e far funzionare scuole elementari nell’ Agro romano: «A Trastevere», scrivono la Bacigalupi e Fossati, «nell’ immediato dopoguerra si era trovato di fronte a classi di ragazzi che, se non vivevano nella desolazione delle borgate nell’ Agro, erano comunque in condizioni sociali e economiche gravemente disagiate». In un registro della Pascoli, Caproni annota la propria commozione per un ragazzo rimasto orfano di madre e col padre troppo vecchio che non ce la fa più a tirare il carrettino al mercato. Non è difficile immaginare che l’ impatto e la realtà di un certo mondo fosse argomento delle conversazioni con Pasolini, in qualche modo inventore letterario delle borgate romane proprio in quegli stessi anni. Oggi la scuola elementare ha altri problemi ma ricchezza e povertà (gli immigrati e non solo) vi si confrontano ancora. Resta il luogo in cui si imparano e si conoscono molte cose per la prima volta. Magari anche una poesia di Caproni, come questa: «Fa freddo nella storia. /Voglio andarmene. Dove/anch’ io, col mio fucile scarico,/ possa gridare: “Viktoria!”».

PAOLO MAURI

 

 

chi e’ curioso, su questo poeta, come noi, può leggere con piacere anche il brano che segue, non firmato

http://www.unitre.org/index.php?option=com_content&view=article&id=307:il-mio-maestro-si-chiama-giorgio-caproni&catid=72:avvenimenti&Itemid=27&jjj=1558110841163

 

Nel marzo del 1922 si trasferisce a Genova con la famiglia, dove, mentre termina i suoi studi studia violino all’istituto musicale “G. Verdi” e musica brani del Tasso, del Poliziano e del Rinuccini.

Nel 35-36 comincia la sua attività di insegnante a Rovegno (oggi Genova), dove sostituisce un vecchio maestro molto amato per cui all’inizio è guardato con diffidenza, ma poi conquista tutti, specialmente gli alunni (una trentina) della terza classe a lui affidata, che cerca di educare alla musica, suonando il violino e proponendo brani di romanze e cori verdiani.

Gli piaceva insegnare (“È un po’ come dirigere un’orchestra”), ma fu un maestro attento soprattutto ad imparare (“Andrò a scuola anche quando sarò al cimitero, senza avere ancora finito le elementari” ). Nel 1936-37 insegnò nelle classi V e VI della scuola elementare del Circolo Didattico di Arenzano, a Terralba.

Caproni era molto amato dai suoi scolari perché usava metodi curiosi di insegnamento (in realtà di una didattica rivoluzionaria per i tempi), come si legge nella Guida al Parco Culturale Giorgio Caproni (edizioni San Marco dei Giustiniani – Genova 2000) nella quale sono riportati passi di un articolo di Vincenzo Cerami, uscito sul quotidiano Repubblica nel 2000, a dieci anni dalla sua scomparsa:

“I bambini entravano in classe e si trovavano già seduto in cattedra un Caproni teso e preoccupato che subito chiedeva aiuto. Diceva: «Ragazzi, sono rovinato! Oggi dobbiamo studiare le campagne di Napoleone e non mi sono preparato abbastanza. Se lo sa il direttore scolastico mi licenzia. Come si fa?».

I bambini, impietositi dal furbo maestro, lo tranquillizzavano e gli rispondevano: «Non preoccuparti, maestro, ti aiutiamo noi a studiare Napoleone. Ti leggiamo il capitolo a voce alta così se entra il direttore vede che tu sei preparato e non ti licenza».

Un’altra volta i bambini, entrando in classe, lo vedono tutto indaffarato e preoccupato mentre misura con il metro i lati della lavagna «Lasciatemi in pace, bambini, perché ho un diavolo per capello, (… )  il direttore vuole sapere qual è la superficie della nostra lavagna e non mi ricordo come si fa a calcolarla». ( … ) Qualcuno grida «Base per altezza!» E Caproni chiede: «Perché?» Quel perché crea lo scompiglio tra i bambini. ( … ). Ne venne fuori una bella discussione … “

Si legge ancora nella Guida:

“ Era quasi un fratello maggiore per i suoi alunni. Chi terminava per primo un problema o una composizione d’italiano, veniva mandato dal maestro a comperare un quotidiano e i canestrelli. Con essi premiava il primo e l’ultimo degli scolari, quasi a sottolineare che ai suoi occhi avevano lo stesso merito.

( … ) Aiutava tutti, soprattutto chi era in difficoltà, e frenava con fastidio gli esibizionismi. Non voleva il saluto fascista, né che scattassero sull’attenti, ma non dimenticava mai di far dire le preghiere.

Si intratteneva spesso con i ragazzi anche dopo l’orario scolastico, e non era contento finché tutti non avessero capito. Era sempre di un’allegria contagiosa, ( … ) faceva studiare le poesie a memoria, ma ai suoi alunni non disse mai di essere lui stesso un poeta”.

 

 

 

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LE POESIE CHE PUBBLICHIAMO DI GIORGIO CAPRONI SONO STATE SCELTE DA QUESTO LINK::: 

https://libreriamo.it/libri/ricordando-giorgio-caproni-poesie-belle

 

Ricordo

Ricordo una chiesa antica,
romita,
nell’ora in cui l’aria s’arancia
e si scheggia ogni voce
sotto l’arcata del cielo.

Eri stanca,
e ci sedemmo sopra un gradino
come due mendicanti.

Invece il sangue ferveva
di meraviglia, a vedere
ogni uccello mutarsi in stella
nel cielo.

 

Sassate

Ho provato a parlare.
Forse, ignoro la lingua.
Tutte frasi sbagliate.
Le risposte: sassate.

 

 

(da Come un’allegoria (1932-1935), in Giorgio Caproni, L’opera in versi)

 

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Per lei

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era cosí schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

(da Il seme del piangere, Milano, Garzanti, 1959)

 

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Perché restare

Chi sia stato il primo, non
è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.
Poi, uno dopo l’altro, tutti han preso la stessa via.
Ora non c’è più nessuno.
La mia
casa è la sola
abitata.
Son vecchio
Che cosa mi trattengo a fare,
quassù, dove tra breve forse
nemmeno ci sarò più io
a farmi compagnia?
Meglio – lo so – è ch’io bada
prima che me ne vada anch’io.
Eppure, non mi risolvo. Resto.
Mi lega l’erba. Il bosco.
Il fiume. Anche se il fiume è appena
un rumore ed un fresco
dietro le foglie.
La sera
siedo su questo sasso, e aspetto.
Aspetto non so che cosa, ma aspetto.
Il sonno. La morte direi, se anch’essa
da un pezzo – già non se ne fosse andata
da questi luoghi.
Aspetto
e ascolto.
(L’acqua,
da quanti milioni d’anni, l’acqua,
ha questo suo stesso suono
sulle sue pietre?)
Mi sento
perso nel tempo.
Fuori
del tempo, forse.
Ma sono
con me stesso. Non voglio
lasciare me stesso uscire
da me stesso come,
dal sotterraneo
il grillotalpa in cerca
d’altro buio.
Il trifoglio
della città è troppo
fitto. Io son già cieco.
Ma qui vedo. Parlo.
Qui dialogo. Io
qui mi rispondo e ho il mio
interlocutore. Non voglio
murarlo nel silenzio sordo
d’un frastuono senz’ombra
d’anima. Di parole
senza più anima.

 

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Foglie

Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confusi d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.

 

(da Il franco cacciatore, 1982)

 

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Biglietto lasciato prima di non andar via

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
È stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

 

(da Il franco cacciatore, Garzanti, 1982)

 

 

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Giorgio Caproni (Livorno,  1912 – Roma,  1990) è stato un poetacritico letterario e traduttore italiano.

 

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Giorgio Caproni  che nasce a Livorno nel 1912, dal `22 vive a Genova, sua città adottiva.
Lavora come violinista, commesso, impiegato, maestro elementare; durante la Seconda Guerra Mondiale partecipa alla Resistenza in Val Trebbia; dal `45 alla morte trascorre la sua vita a Roma, dove collabora con diverse riviste.

 

 

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Marzo

.  Dopo la pioggia la terra
è un frutto appena sbucciato.

.  Il fiato del fieno bagnato
è più acre – ma ride il sole
bianco sui prati di marzo
a una fanciulla che apre la finestra.

.

da Come un’allegoria (1932-1935), ora in Giorgio Caproni, L’opera in versi, Mondadori, “I Meridiani”, 1998

 

 

Una cosa scipita,
col suo sapore di prati
bagnati, questa mattina
nella mia bocca ancora
assopita.

Negli occhi nascono come
nell’acque degli acquitrini
le case, il ponte, gli ulivi:
senza calore.

È assente il sale
del mondo: il sole.

.
In Come un’allegoria (1932-1935), Genova, Degli Orfini, 1936.

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GIORGIO CAPRONI E PIER PAOLO PASOLINI A ROMA

 

CAPRONI SI RITROVA TRA LE MANI LE POESIE DI PASOLINI A CASARSA

DURANTE LA GUERRA E COSI’ LO RACCONTA:  

 

«L’anno era il 1942: l’anno più chiuso a ogni nostra speranza; e io non so ridire l’emozione, la commozione – mentre il mio zaino era pieno di bombe e di buio – che mi colse al suono di quelle limpide sillabe. Voltai – ma non subito, per timore d’un disinganno – la pagina. Mi batteva il cuore: più d’una fucilata m’avrebbe ucciso, quella notte all’addiaccio sotto una luna gelida che pur bastava a illuminarmi la furtiva lettura, una delusione. Ma non ci fu nessuna delusione. La seconda pagina confermava, avvalorava la prima. E così la terza, così la quarta, così le rimanenti. Giacché era la voce d’un poeta quella che, per un miracolo, mi aveva raggiunto in così nera circostanza. Era la voce – viva – della vita».

 

 

Poi, quando lo conosce di persona, a Roma, Caproni riversa su Pasolini la generosità con cui, nel ’38, lo aveva accolto Libero Bigiaretti: come quest’ultimo lo aveva introdotto nell’«uccelleria» dell’ambiente letterario romano, così Caproni si fa mentore del giovane e timidissimo poeta, appena inurbato dal Friuli.

 «Eravamo già in corrispondenza fin da quando abitava ancora a Casarsa. Povero Pier Paolo, insegnava anche lui, era allampanato e poverissimo. Arrivava con un biglietto del tram in mano, guardava che numero aveva, sperava che gli avrebbe portato fortuna… Abbiamo fatto insieme tante passeggiate, parlavamo anche di poeti, ma senza dir male degli altri (…). Camminavamo in silenzio, magari per delle ore. (…) Facevamo lunghissime passeggiate da Ponte Mammolo a Viale Quattro Venti senza dire una parola. La sua miseria era spaventosa ed io avevo intuito la grandissima intelligenza di quest’uomo timidissimo. Gli presentai Attilio Bertolucci che gli fece conoscere Penna e Moravia e di lì prese il via».

 «Mi telefonava, chiedeva un lavoro, andavo a trovarlo. Viveva con la madre Susanna dalle parti di Rebibbia, una casa né urbana né rurale, un piano terra di borgata con l’unico vantaggio di un po’ di sole. Lì la fame, anni durissimi. Chiacchierando a piedi attraverso Pietralata, la via Tiburtina e il Verano si arrivava a piazza di Spagna per il caffè. A Roma fui il primo a conoscerlo. Più tardi qualche grande estimatore: Gadda, Bertolucci, Moravia, Bassani, poi Penna, Volponi. Ricordo le cene romane e quelle primavere odorose di pini, fuori porta, e lui timido e impacciato, cerimonioso, che si tirava sempre indietro. Poi nel ’54 la prima casa decente, in via Fonteiana, a Roma, e poi a via Carini nel palazzo di Attilio Bertolucci. Si vedeva il verde, lotti vacanti, colline, cantieri, sterri, mentre a Rebibbia viveva tra le ferraglie. (…) La disciplina dello scrivere Pier Paolo l’ha avuta precoce, una forza incredibile di lavoro, insieme a una salute da contadino. Tutta la sua fortuna, quel che ha pubblicato dopo, seguiva il lavoro di quegli anni».

Pasolini ricambia, appena può, la benevolenza con cui Caproni lo ha accolto a Roma. Un suo articolo del 1952, uscito su «Paragone» e poi raccolto in Passione e ideologia, contribuisce a far uscire la poesia di Caproni dal mormorio dei consensi “sottotraccia”. La vicinanza (Caproni abita in viale Quattro Venti) favorisce le occasioni di incontro: per un certo periodo si vedono quasi tutti i giorni. Pasolini va a vivere nello stesso palazzo dove abita Gadda. Anche Bertolucci vive a Monteverde, in via Carini. A distanza di pochi isolati abitano dunque Caproni, Gadda, Bertolucci e Pasolini. Non solo la vicinanza agevola le frequentazioni (alle quali Gadda si abbandona a stento, tra mille riserve mascherate in forma cerimoniosa), ma anche l’ambiente letterario, più spazioso e arioso di com’è oggi, giacché fondato su rapporti di colleganza e rispetto tra scrittori e artisti anche molto diversi fra loro, per cui «ci si riconosceva a distanza di chilometri quando ci si vedeva».

Scrive Sandra Petrignani in Addio a Roma (2012):

 «Nei primi anni Cinquanta c’erano tutti, a Roma, e stringevano fra loro amicizie in alcuni casi affettuosissime, e a un certo punto Caproni, Bertolucci e Pasolini si trovarono ad abitare nello stesso quartiere, Monteverde, e dal ’59 al ’63 Pier Paolo prese addirittura casa in via Carini al 45, stesso palazzo di Attilio, e si affezionava ai suoi giovani figli, il piccolo Giuseppe e il più grande Bernardo che avrebbe mosso con lui i primi passi nel cinema, sul set di “Accattone”».

 «Quando abitavo in Viale Quattro Venti non voleva mai che imbucassi le lettere nella cassetta rionale. “No, tu devi imbucare in centro”, mi diceva, “tu hai la mania della marginalità”. C’era già in lui l’idea di diventare un protagonista. Una volta eravamo in Piazza di Spagna, stanchissimi perché si arrivava da Ponte Mammolo e una Mercedes, passandogli accanto, lo urtò: “Giorgio” mi disse, “ti giuro che diverrò un potente”».

Pasolini è afferrato da un vortice di impegni, è ormai uno scrittore noto, che appunto fa notizia. Caproni è a sua volta riconosciuto (vince due volte il “Viareggio” e pubblica con Garzanti), ma resta per sua natura schivo e solitario: viaggiano su binari differenti e dunque hanno meno occasioni di frequentarsi. In una lettera a Betocchi del 5 agosto 1957, Caproni scrive: «Io di Pasolini, di quel Pasolini che non mi piace, ammiro il coraggio e quasi lo invidio. Tenta strade nuove, e dunque è giovane, beato lui. Anche se mi fa incazzare». Pasolini, tuttavia, lo vuole nei suoi film. Il 14 gennaio 1965 Caproni viene operato di ulcera gastrica, e il ricovero gli impedisce di recitare nel “Vangelo secondo Matteo” (la parte di Caproni passa ad Alfonso Gatto). Dieci anni dopo Pasolini lo chiamerà urgentemente a Roma – mandandolo a prendere con una macchina in piena estate, durante le vacanze tra i monti della Val Trebbia, in Liguria, senza spiegargli il motivo – per doppiare la voce del vescovo in “Salò o le 120 giornate di Sodoma”: sarà il loro ultimo incontro, prima della tragica morte di Pasolini.
L’amicizia, ombratasi un po’ negli anni ’70, ha avuto tempo e modo di lasciare tracce nelle rispettive opere. Eccole.
Pasolini su Caproni (“A Caproni”, 1958-59):
«Anima armoniosa, perché muta e, perché scura, tersa:
se c’è qualcuno come te, la vita non è persa».
Caproni su Pasolini (“Pasolini”):
«Quanto celeste, quanto
bianco, quanto
verdeazzurro vedo
nel tuo nome uno e trino».
Caproni su Pasolini post mortem (“Dopo aver rifiutato un pubblico commento sulla morte di Pier Paolo Pasolini”):
«Caro Pier Paolo.
Il bene che ci volevamo
– lo sai – era puro.
E puro è il mio dolore.
Non voglio pubblicizzarlo.
Non voglio, per farmi bello,
fregiarmi della tua morte
come d’un fiore all’occhiello».

LA PARTE SUL RAPPORTO TRA CAPRONI E PASOLINI E’ PRESO DA QUESTO LINK::

http://lafarfalladifuoco.blogspot.com/2016/10/giorgio-caproni-e-pier-paolo-pasolini.html

 

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Litania

Genova mia città intera.
Geranio. Polveriera.
Genova di ferro e aria,

mia lavagna, arenaria.
Genova città pulita.

Brezza e luce in salita.
Genova verticale,
vertigine, aria scale.

Genova nera e bianca.
Cacumine. Distanza.
Genova dove non vivo,
mio nome, sostantivo.

Genova mio rimario.
Puerizia. Sillabario.
Genova mia tradita,
rimorso di tutta la vita.

Genova in comitiva.
Giubilo. Anima viva.
Genova in solitudine,
straducole, ebrietudine.

Genova di limone.
Di specchio. Di cannone.
Genova da intravedere,
mattoni, ghiaia, scogliere.

Genova grigia e celeste.
Ragazze. Bottiglie. Ceste.
Genova di tufo e sole,
rincorse, sassaiole.

Genova tutta tetto.
Macerie. Castelletto.
Genova d’aerei fatti,
Albaro, Borgoratti.

Genova che mi struggi.
Intestini. Caruggi.
Genova e così sia,
mare in un’osteria.

Genova illividita.
Inverno nelle dita.
Genova mercantile,
industriale, civile.

Genova d’uomini destri.
Ansaldo. San Giorgio. Sestri.
Genova in banchina,
transatlantico, trina.

Genova tutta cantiere.
Bisagno. Belvedere.
Genova di canarino,
persiana verde, zecchino.

Genova di torri bianche.
Di lucri. Di palanche.
Genova in salamoia,
acqua morta di noia.

Genova di mala voce.
Mia delizia. Mia croce.
Genova d’Oregina,
lamiera, vento, brina.

Genova nome barbaro.
Campana. Montale, Sbarbaro.
Genova dei casamenti
lunghi, miei tormenti.

Genova di sentina.
Di lavatoio. Latrina.
Genova di petroliera,
struggimento, scogliera.

Genova di tramontana.
Di tanfo. Sottana.
Genova d’acquamarina,
area, turchina.

Genova di luci ladre.
Figlioli. Padre. Madre.
Genova vecchia e ragazza,
pazzia, vaso, terrazza.

Genova di Soziglia.
Cunicolo. Pollame. Trilia.
Genova d’aglio e di rose,
di Pré, di Fontane Masrose.

Genova di Caricamento.
Di Voltri. Di sgomento.
Genova dell’Acquasola,
dolcissima, usignuola.

Genova tutta colore.
Bandiera. Rimorchiatore.
Genova viva e diletta,
salino, orto, spalletta.

Genova di Barile.
Cattolica. Acqua d’Aprile.
Genova comunista,
bocciofila, tempista.

Genova di Corso Oddone.
Mareggiata. Spintone.
Genova di piovasco,
follia, Paganini, Magnasco.

Genova che non mi lascia.
Mia fidanzata. Bagascia.
Genova ch’è tutto dire,
sospiro da non finire.

Genova quarta corda.
Sirena che non si scorda.
Genova d’ascensore,
paterna, stretta al cuore.

Genova mio pettorale.
Mio falsetto. Crinale.
Genova illuminata,
notturna, umida, alzata.

Genova di mio fratello.
Cattedrale. Bordello.
Genova di violino,
di topo, di casino.

Genova di mia sorella.
Sospiro. Maris Stella.
Genova portuale,
cinese, gutturale.

Genova di Sottoripa.
Emporio. Sesso. Stipa.
Genova di Porta Soprana,
d’angelo e di puttana.

Genova di coltello.
Di pesce. Di mantello.
Genova di lampione
a gas, costernazione.

Genova di Raibetta.
Di Gatta Mora. Infetta.
Genova della Strega,
strapiombo che i denti allega.

Genova che non si dice.
Di barche. Di vernice.
Genova balneare,
d’urti da non scordare.

Genova di “Paolo & Lele”.
Di scogli. Furibondo. Vele.
Genova di Villa Quartara,
dove l’amore s’impara.

Genova di caserma.
Di latteria. Di sperma.
Genova mia di Sturla,
che ancora nel sangue mi urla.

Genova d’argento e stagno.
Di zanzara. Di scagno.
Genova di magro fieno,
canile, Marassi, Staglieno.

Genova di grige mura.
Distretto. La paura.
Genova dell’entroterra,
sassi rossi, la guerra.

Genova di cose trite.
La morte. La nefrite.
Genova bianca e a vela,
speranza, tenda, tela.

Genova che si riscatta.
Tettoia. Azzurro. Latta.
Genova sempre umana,
presente, partigiana.

Genova della mia Rina.
Valtrebbia. Aria fina.
Genova paese di foglie
fresche, dove ho preso moglie.

Genova sempre nuova.
Vita che si ritrova.
Genova lunga e lontana,
patria della mia Silvana.

Genova palpitante.
Mio cuore. Mio brillante.
Genova mio domicilio,
dove m’è nato Attilio.

Genova dell’Acquaverde.
Mio padre che vi si perde.
Genova di singhiozzi,
mia madre, Via Bernardo Strozzi.

Genova di lamenti.
Enea. Bombardamenti.
Genova disperata,
invano da me implorata.

Genova della Spezia.
Infanzia che si screzia.
Genova di Livorno,
Partenza senza ritorno.

Genova di tutta la vita.
Mia litania infinita.
Genova di stocafisso
e di garofano, fisso
bersaglio dove inclina
la rondine: la rima.

Giorgio Caproni

(da Il passaggio d’Enea, 1956)

 

la poesia per Genova è presa da questo link::

https://www.quotidiano.net/blog/marchi/genova-secondo-giorgio-caproni-83.35324

 

 

L’uscita mattutina

Come scendeva fina
e giovane le scale Annina!
Mordendosi la catenina
d’oro, usciva via
lasciando nel buio una scia
di cipria, che non finiva.L’ora era di mattina
presto, ancora albina.
Ma come s’illuminava
la strada dove lei passava!Tutto Cors’Amedeo,
sentendola, si destava.
Ne conosceva il neo
sul labbro, e sottile
la nuca e l’andatura
ilare – la cintura
stretta, che acre e gentile
(Annina si voltava)
all’opera stimolava.Andava in alba e in trina
pari a un’operaia regina.
Andava col volto franco
(ma cauto, e vergine, il fianco)
e tutta di lei risuonava
al suo tacchettio la contrada.

NOTA:

Anna Picchi, la madre del poeta, lavorava come ricamatrice “di fino” a Livorno.
Corso Amedeo ; in questa via si trova la casa dove Giorgio Caproni  nacque.

Una risposta a GIORGIO CAPRONI, UN’IMMAGINE UN PO’ SBILENCA DI UN POETA MOLTO AMATO… e pensare che chiara l’ha scoperto in questi anni sentendolo nominare da Nemo…

  1. Donatella scrive:

    Un poeta e un maestro meraviglioso!

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