LUCA FRAIOLI, La riconciliazione di Karin “Adottata da un ebreo ritrovo mio padre nazista” — REPUBBLICA DEL 28 MAGGIO 2019 – p. 33

 

REPUBBLICA DEL 28 MAGGIO 2019– pag. 33

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La tomba a Montecassino

 

 

La riconciliazione di Karin “Adottata da un ebreo ritrovo mio padre nazista”

Il viaggio a 76 anni da Firenze a Montecassino in sella a un cavallo per rendere omaggio alla tomba del genitore morto in battaglia

La donna tedesca vive da tempo in Toscana: “Non è stato facile trovare un equilibrio tra due figure paterne tanto distanti”

di Luca Fraioli

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Karin Duechler

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il padre biologico Otto Lauke

 

Risultati immagini per Karin Duechler immagine?Walter Gernsheim

Suo padre lasciò la casa di Potsdam indossando la divisa della Wehrmacht e portando con sé due cavalli: avrebbe combattuto in Francia, in Russia e a Montecassino. Quasi ottant’anni dopo Karin, che quel papà non l’ha mai conosciuto, ha attraversato mezza Italia stando in sella e ora entra con due cavalli nel cimitero militare tedesco di Caira (Frosinone). Lì, a pochi chilometri dall’abbazia benedettina che fu teatro di una delle più violente battaglie della Seconda guerra mondiale (trentamila soldati morti, di cui la metà tedeschi) riposa il 28enne capitano Otto Lauke, sepolto nell’ottobre 1943.

Sulla sua tomba Karin Duechler sente di aver finalmente fatto pace con i fantasmi del passato. Perché ha vissuto divisa tra un padre naturale che ha combattuto ed è morto per Hitler e un genitore adottivo, ironia della sorte della storia, ebreo tedesco scampato all’Olocausto. «Non è stato facile trovare un equilibrio tra due figure paterne tanto distanti: da bambina cercavo di idealizzare il papà naturale, ma è stato quello adottivo a salvarmi. Questo viaggio ha rimesso le cose a posto».

Quando Karin ha due anni i russi stanno per entrare a Potsdam. La nonna e la mamma fuggono verso Hannover portando con sé la bambina. «Mia madre», racconta, «era molto arrabbiata con papà. È come se lo considerasse colpevole di averla abbandonata a dover fronteggiare da sola e con una neonata una situazione terribile come quella. Così, finita la guerra decise che avrebbe vissuto la giovinezza che le era stata negata: mi mise in collegio e riprese gli studi di storia dell’arte». La studentessa tedesca si ritrova a Firenze, agli Uffizi. Ed è lì che conosce Walter Gernsheim, fotografo e storico dell’arte, ideatore del Corpus photographicum of Drawings , un archivio fotografico di 189mila disegni conservati nei principali musei europei, una banca dati che per oltre mezzo secolo, fino all’avvento dell’era digitale, si rivelerà fondamentale per gli studiosi. Gernsheim e sua moglie, scappati appena in tempo dalla Germania nazista, hanno vissuto a Londra prima di stabilirsi in Toscana. «Mia madre e Walter si innamorarono», dice Karin. «E fu lui a chiederle di liberarmi dal collegio. L’ho sempre chiamato zio, ma mi ha cresciuta come un padre e mi ha fatto girare il mondo». Karin viaggia tra Colonia, New York, Roma Ginevra, poi anche lei decide di fermarsi a Firenze e con la mamma continua a gestire il Corpus dopo la morte di Gernsheim.

E del giovane militare della Wehrmacht cosa le è rimasto? «Qualche foto di lui a cavallo e un giocattolo che portò dalla Russia prima di ripartire per il fronte italiano: un carretto trainato da un cavallino di legno. Mi piace pensare che la mia passione per questi animali sia un legame con il papà che non ho mai conosciuto».

Ecco perché, per rendere omaggio a quel giovane cavaliere morto dalla parte sbagliata della storia, ha deciso a 76 anni di viaggiare in sella a Nobel, un possente haflinger, dalla sua amata Firenze fino a Montecassino. Ha coinvolto nell’impresa un gruppo di amici e un guida esperta, Giulio Costi, compagno di tante avventure equestri in Toscana. «Senza il suo impegno non sarei qui», dice mentre si avvicina alla tomba del capitano Otto Lauke. Una selva di croci in marmo disposte in cerchi concentrici, il cimitero tedesco di Caira, come i tanti in questa zona di guerra, è un monumento all’assurdità della guerra. «Mio padre era un ragazzo, ma qui ce ne sono sepolti di più giovani, anche di 17 anni», osserva Karin. «Furono convinti a dare la vita per la Germania dalla propaganda di Hitler, menzogne ben preparate. Oggi le chiameremmo fake news».

«Come molti di noi tedeschi anche Karin ha vissuto per anni un conflitto emotivo per ciò che il nostro popolo ha fatto a quello ebraico » spiega Sandra Schene, amica e compagna di viaggio. «In più lei sapeva che il padre naturale aveva combattuto quella guerra, mentre il padre adottivo aveva vissuto lo stesso dramma dalla parte delle vittime. Una volta ci disse: il mio più grande desiderio è partire con il mio cavallo dalla Toscana e arrivare al cimitero per onorare la memoria di mio padre come fossi un cavaliere. Oggi finalmente ce l’ha fatta».

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