LA BATTAGLIA DI MOSUL E LA VITA A MOSUL — REPORTAGE DI IVOR PRICKETT, CON UNA SUA INTERVISTA-TESTO DELL’INTERVISTA DI DAVID CLARK –++ UN VIDEO DI PRICKETT DI UN MINUTO DALLA SIRIA, IN UN CAMPO UNHCR, PIENO DI BAMBINI E DI MAMME…–al fondo

 

 

 

 

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candidata, forme premiata, come la foto dell’anno 2018

 

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CANON.IT / IVO PRICKETT

https://www.canon.it/pro/stories/war-photography-ivor-prickett/

 

 

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E’ UN FOTOREPORTER IRLANDESE..se non mi sbaglio

 

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An elderly Iraqi lady sits on a dining chair in the middle of a dusty rural road with collapsed houses at the side.

 

Nadhira Aziz guarda gli operai della Difesa Civile Irachena che estraggono i corpi della sorella e della nipote dalle macerie della sua casa nella città vecchia di Mosul, dove sono state uccise da un raid aereo nel giugno 2017. Scatto realizzato il 16 settembre 2017 con Canon EOS 5D Mark III e obiettivo Canon EF 24-70mm f/2.8L II USM. © Ivor Prickett/The New York Times

 

 

Segnato dalla battaglia, un bambino esausto riposa sulla spalla di un soldato. Le persone sfiancate dalla guerra fanno la fila per ricevere aiuto. Un’auto in fiamme per la strada è già ridotta in macerie. Le drammatiche immagini di Ivor Prickett, scattate durante la battaglia per strappare il controllo della città irachena di Mosul all’ISIS, si concentrano sulle devastanti conseguenze della guerra per le comunità e le persone.

Ivor, fotografo Canon, ha iniziato a lavorare in Medio Oriente nel 2009, sviluppando i suoi progetti a lungo termine e completando incarichi editoriali individuali. Questo lavoro spesso pericoloso ha incluso la copertura sul posto delle rivolte della Primavera araba in Egitto e in Libia e la crisi dei rifugiati siriani.

 

 

Nato in Irlanda e laureato in fotografia documentaria all’Università del Galles, Ivor ha vinto numerosi importanti premi fotografici, tra cui la borsa di studio Ian Parry e il Godfrey Argent Award della National Portrait Gallery del Regno Unito.

Al concorso World Press Photo del 2018, ha vinto il primo premio nella categoria General News per il suo lavoro a Mosul, realizzato in esclusiva per il New York Times nel 2017. Inoltre, due delle sue immagini di quella storia sono state candidate nella categoria Picture of the Year, su un totale di sole cinque nominate.

Qui ci parla della sua formazione nella fotografia documentaria, di cosa si prova a lavorare in una zona di guerra e da che cosa è motivato il suo lavoro.

 

Come sei arrivato a Mosul durante la battaglia per riconquistare la città?

“Sono residente a Istanbul, in Turchia, e mi occupo di quest’area geografica da otto anni. Perciò, quando Mosul è caduta e l’ISIS è apparsa sulla scena, ha avuto inizio ovviamente una delle più importanti vicende storiche di quest’area geografica. Mi sono sistemato lì prima dell’inizio della battaglia per la riconquista di Mosul, iniziata ufficialmente nell’ottobre del 2016. Inizialmente lavoravo per conto mio poi, nel gennaio del 2017, il New York Times mi ha ingaggiato e abbiamo iniziato a lavorare insieme”.

Come sei arrivato sulla linea del fronte?

“Sono stato aggregato alle forze speciali irachene (ISOF), che erano per molti versi al comando delle forze di terra a Mosul. Potevo entrare e uscire quotidianamente ma, in qualità di fotografo documentarista, volevo restare con i ragazzi sul posto. Non molte persone si sono aggregate e stavano a Mosul con le truppe. Era molto difficile ottenere il permesso di farlo e incredibilmente pericoloso, quindi la maggior parte delle agenzie di stampa non ha dato il permesso al proprio personale. Io invece sono riuscito a ottenere qualche strappo alla regola e a trovare un modo”.

Com’è stato lavorare in quella situazione?

“È stata una grande sfida e ho imparato strada facendo, perché questo era un nuovo livello di brutalità e di scontro per me. Stavo con le truppe mentre entravano nelle zone che erano ancora sotto il controllo dell’ISIS e forse solo un paio di azioni indietro rispetto alle unità di avanzamento. Gli aerei in attacco scendevano a meno di 100-150 metri di distanza da dove mi trovavo. È stato davvero difficile da comprendere e da immortalare in una fotografia”.

Four men's faces look out of a tiny barred window of a prison cell. The door and wall are battered.

Le persone sospettate di appartenere all’ISIS sbirciano fuori dalla cella in una prigione appena a sud del centro di Mosul. Il carcere è il luogo iniziale di detenzione dove i sospettati vengono interrogati. Se viene provato che appartengono al gruppo militante, vengono trasferiti in tribunale per essere processati. Scattata con Canon EOS 5D Mark III e obiettivo Canon EF 35mm f/1.4L USM. © Ivor Prickett/The New York Times

 

Su quali aspetti della vita a Mosul ti sei concentrato?

“Ciò che mi interessava di più e su cui mi concentravo era la storia vista dalla parte dei civili. Aspettavo il momento in cui le persone uscivano dalle loro case subito dopo essere state liberate dal controllo dell’ISIS. Potevano fuggire dalla zona o decidere di rimanere. Ho ritenuto che fossero davvero importanti da documentare quei momenti in cui i civili venivano coinvolti nei combattimenti e in molte occasioni venivano purtroppo uccisi o feriti. Questo è ciò che cercavo davvero mentre ero lì, oltre a provare a documentare i combattimenti”.

 

Vedevi cose terribili a Mosul. Come le affrontavi?

“Quando ti trovi in una situazione del genere, vedi cose [inspiegabili], cose orribili. L’unico modo in cui riuscivo ad affrontarlo era ricordarmi perché ero lì e quale fosse il mio lavoro e fare ciò che dovevo. Se fossi stato solo un osservatore e non avessi avuto uno scopo, penso che sarei andato a pezzi molto rapidamente. Ma ero determinato e concentrato. Ripetevo a me stesso il motivo per cui ero lì e perché era importante: è ciò che mi ha fatto andare avanti”

 

 

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LINK DI UNA FOTO DI CUI SOTTO LA SPIEGAZIONE

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Una donna urla inorridita poco dopo che suo figlio è stato ucciso in un attacco di mortaio dell’ISIS nel quartiere Jidideh dell’area ovest di Mosul. Dopo essere stato ferito dall’esplosione mentre era in strada, l’uomo è stato trascinato sulla soglia di casa dove sanguinava copiosamente. Sebbene sia stato subito soccorso per ricevere cure mediche, è arrivato sul posto già morto. Scatto realizzato il 22 marzo 2017 con Canon EOS 5D Mark III e obiettivo Canon EF 24-70mm f/2.8L II USM. © Ivor Prickett/The New York Times

 

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Hai avuto una reazione emotiva a ciò che hai visto?

“Buona parte di quelle esperienze ti colpisce dopo, quando finalmente ti trovi nella calma di casa tua e stai modificando le tue foto o scrivendo la storia. Poi pensi a quello che hai visto. Ma in realtà, non sono state le cose che ho visto, ma piuttosto le storie che ho sentito. Quello che voglio dire è che la vista di un cadavere non è così sconvolgente come ascoltare e assistere al dolore di qualcuno.

“Ad esempio, ho scattato una foto a una donna in piedi a pochi passi dal sangue di suo figlio, pochi istanti dopo la sua uccisione in un attacco di mortaio. Eravamo nel bel mezzo di tutto questo e guardavo quel momento di lutto in cui la donna si stava rendendo conto di aver perso suo figlio. L’immagine in sé non è particolarmente espressiva, ma per me assistere a quel momento è stato incredibilmente difficile: mi ha colpito all’istante e ha lasciato il segno. Non riuscivo a smettere di pensarci. Erano già stati sfollati e vivevano in quella casa, e poi è successo. Sono storie come queste, racconti di una perdita, che ti colpiscono davvero”.

 

 

ALTRA FOTO DI CUI LA SPIEGAZIONE SOTTO

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I soldati delle forze speciali irachene esaminano le conseguenze di un’autobomba suicida dell’ISIS che è riuscita a raggiungere le loro linee nel quartiere Al Andalus dell’area est di Mosul, in Iraq. Scatto realizzato il 16 gennaio 2017 con Canon EOS 5D Mark III e obiettivo Canon EF 24-70mm f/2.8L II USM. © Ivor Prickett/Panos Pictures

 

 

Puoi raccontarci la storia dietro l’immagine del bambino trasportato dalle forze speciali irachene (candidata al World Press Photo of the Year 2018)?

“Era il luglio del 2017, un paio di giorni dopo l’annuncio ufficiale della liberazione di Mosul, ma c’erano ancora combattimenti in corso. Alcuni degli uomini dell’unità in cui ero si sono portati dietro un uomo che, al momento del ritrovamento, stava apparentemente accompagnando un bambino. Subito, hanno pensato che fosse un membro dell’ISIS che aveva scelto il bambino come scudo umano. Il comandante ha detto che uno dei suoi uomini si sarebbe preso cura del bambino. Indossava questi stracci sudici e laceri ed era lercio. Così, gli hanno tolto i vestiti e lo hanno lavato proprio lì, sulla linea del fronte.

“Ho scattato questa foto quando finalmente ha chiuso gli occhi e si è appoggiato sulla spalla del soldato. È stata una scena davvero toccante perché questi ragazzi erano soldati segnati dalla battaglia e avevano combattuto fino a quel momento, ma per un istante 20 di loro hanno deposto le armi e hanno pensato solo a prendersi cura del bambino. Vedere il bambino trovare finalmente un po’ di pace e riposare sulla spalla di un soldato è stato un momento molto forte”.

 

Che attrezzatura usavi a Mosul?

“Ovunque, a Mosul, usavo la fotocamera Canon EOS 5D Mark III. Ho un paio di questi modelli che sono le mie fotocamere preferite degli ultimi due anni. Di solito, me ne porto dietro una e ne tengo un’altra nella borsa che lascio in macchina. Inoltre, ho utilizzato un’ampia gamma di obiettivi: Canon EF 35mm f/1.4L II USMCanon EF 50mm f/1.4 USM e Canon EF 24-70mm f/2.8L II USM di cui mi fido ciecamente”.

 

 

ALTRA FOTO CON LA SPIEGAZIONE

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I civili rimasti a Mosul sono in fila per la distribuzione degli aiuti nel quartiere Mamun della città. Realizzato con Canon EOS 5D Mark III e obiettivo Canon EF 24-70mm f/2.8L II USM. © Ivor Prickett/The New York Times

 

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LA FINE DEL CALIFFATO

 

In 2007, just after I had graduated from photo school in the UK, I was incredibly lucky to win the Ian Parry Scholarship. The award was set up in memory of Ian Parry, a talented young Sunday Times photographer who died tragically in Romania in 1989, by Aidan Sullivan who was then the photo editor. The scholarship was so pivotal for me at a time in my career when I was trying to get recognition and start working as a photographer. It helped me to finish my long term project about Serbian refugees from Croatia who were trying to return to their homes more than 10 years after being displaced. The deadline for this years award is fast approaching on the 5th of July and I highly recommend any young documentary photographers out there to get involved. Link to the award homepage https://www.ianparry.org/scholarship/ Images from the winning series - The Quiet after the Storm - 2007-2009 @ianparryscholar @canonuk

 

Cosa cerchi quando scegli l’attrezzatura?

“Uso rigorosamente Canon e adoro la serie 5D. La uso da anni. La fotocamera Canon EOS 5D Mark III, molto leggera e resistente, è stata eccezionale. Ho bisogno di un modello piuttosto resistente, ma che sia anche piccolo e maneggevole. Inoltre, mi serve un’alta velocità di elaborazione e file più piccoli su cui lavorare con il mio portatile sul campo. L’obiettivo Canon EF 24-70mm f/2.8L II USM è stato l’ideale in molte occasioni perché non sapevo esattamente cosa avrei visto ogni giorno. Solitamente montavo quello e mi portavo dietro un altro obiettivo fisso. Questo era il mio obiettivo preferito per la sua versatilità e velocità”.

 

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VIVERE A MOSUL…

 

Last year during Eid in Raqqa I met these young boys playing mock war games in the back streets of their neighbourhood. It was beautiful to be in Raqqa during its first Eid after years of ISIS rule. Despite the massive destruction, families had come back to visit relatives and many had even returned to live in the decimated city at that point. Pellet guns are an integral part of most young boys Eid in this part of the world but these guys had more first hand experience than most of what the real thing is actually like. I hope for them they have more peace and normality in the years to come ✌️Eid Mubarak my friends @nytimes @canonuk

 

 

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SCAVANDO I MORTI

 

 

As Ramadan gets underway I am thinking of people in places like Raqqa who have returned home to their destroyed cities in the wake of the fight against ISIS. I was there last year during the holy month, the first after the city was liberated from Islamic State rule. It was beautiful to see life coming back despite the destruction. That said it was really shocking to see how little had changed in almost a year when we were there last month when I shot this picture. More needs to be done to help people rebuild their homes in Raqqa. Let’s hope it happens now that the military operation is largely finished. Ramadan Kareem to my Muslim friends ✌️

LA VITA A MOSUL

 

Ti sei mai ritrovato in una situazione in cui hai spinto la tua attrezzatura al limite?

“Sì, penso di averlo fatto per la maggior parte del tempo a Mosul. Quando venivo sballottato a bordo di un Humvee o quando mi buttavo a terra per mettermi al riparo, la mia apparecchiatura prendeva un sacco di colpi, ma non mi ha mai abbandonato. D’estate, in Iraq, la temperatura raggiunge i 50 °C. E durante gli scatti la mia fotocamera lavorava il doppio. Tuttavia, anche in queste occasioni, non mi ha mai creato problemi. È stata straordinaria, davvero”.

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FINE DEI COMBATTIMENTI

 

Cosa ti spinge a fare questo tipo di lavoro?

“Ho sempre voluto andare in quei luoghi in cui sentivo che nessun altro era davvero presente, raccontare le storie delle persone coinvolte nei conflitti o nelle loro conseguenze. Per me è importante essere un testimone e un documentarista: raccolgo informazioni e le riporto. Se questo faccia la differenza, non lo so, ma continuo a pensare che per noi sia vitale essere lì”.

 

 

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FINE DEL CALIFFATO

 

 

‘Children make up about two-thirds of Al Hol’s residents. Some are orphans. Many described in detail and with little emotion how their fathers had been killed. All had witnessed violence, and some had been taught to practice it. ‘ - excerpt from our story about foreign ISIS families in a camp in Syria. With @nytben in today’s paper and online - Link in bio. @nytimes

TRA I RIFUGIATI

 

Scritto da David Clark

 

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CAMPI UNHCR

 

 

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LA BATTAGLIA DI MOSUL

 

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DENTRO MOSUL

 

 

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UN VIDEO DI UN  MINUTO DI IVOR PRICKETT, CREDO, GIRATO IN SIRIA

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Hoda Muthana, who was born in the United States and joined the Islamic State four years ago, with her son at a detention camp in Al-Hawl, Syria, Feb. 17, 2019. (Ivor Prickett/Copyright 2019 The New York Times)

Hoda Muthana, who was born in the United States and joined the Islamic State four years ago, with her son at a detention camp in Al-Hawl, Syria, Feb. 17, 2019. (Ivor Prickett/Copyright 2019 The New York Times)

HODA MUTHANA, CHE NATA NEGLI USA, HA RAGGIUNTO LO STATO ISLAMICO QUATTRO ANNI FA, CON SUO FIGLIO NEL CAMPO DI PRIGIONIA A AL-HAWL, IN SIRIA, 17  FEBBRAIO 2019

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