PER RICORDARE WILHEM BRASSE, IL FOTOGRAFO DI AUSSCHWITZ ( Żywiec, Polonia, 1917 – Żywiec, 2012 )– TRAILER CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

 

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WILHEM BRASSE–1917 – 2012

 

 

 

 

Esempio di trittico fotografico realizzato da Brasse per ogni detenuto internato. La ragazza nella foto è la 14enne Czesława Kwoka, che non parlava tedesco, uccisa di lì a poco. Come testimonia Brasse, prima della foto la ragazza era stata picchiata e bastonata dai nazisti[8]

Il giornalista inglese Fergal Keane afferma cheBrasse ci ha lasciato un’immagine potente nelle immagini, attraverso le quali possiamo vedere le vittime dell’Olocausto come umane e non come statistiche. Le fotografie sono l’opera di un uomo che ha combattuto per mantenere viva la sua umanità in un luogo di inimmaginabile malvagità

( DA: WIKIPEDIA )

 

Fondazione Giorgio Perlasca

Pubblicato il 26 dic 2013

 

 

 

Per ricordare Wilhelm Brasse, il fotografo di Auschwitz. Nacque il 3 dicembre 1917 a Żywiec da madre polacca e padre austriaco. Da ragazzo lavorava in un negozio di fotografia di proprietà di una zia a Katowice. Quando i nazisti invasero la Polonia, lui si rifiutò di giurare fedeltà a Hitler cercando di scappare all’estero, e fu deportato ad Auschwitz IL 31 AGOSTO DEL 1940. Qui ebbe un trattamento di favore rispetto agli altri prigionieri perché le SS lo avevano assegnato a fare le foto segnaletiche agli internati e forse perché era “ariano”. Chi visita oggi il museo del lager vede le sue foto appese alle pareti. Sono foto che colpiscono perché a volte ritraggono diversi membri di una stessa famiglia, a volte mostrano soggetti terrorizzati o emaciati, altre volte ancora mostrano bambini e bambine. All’ingresso del campo venivano fotografate le persone che sarebbero state adibite al lavoro forzato, non quelle che andavano subito a morire. Brasse dovette fotografare anche i minorenni, compresi quelli sottoposti agli esperimenti “scientifici” di Mengele. Era un ottimo ritrattista, come dimostra anche il film testimonianza uscito dopo la sua morte, The Portraitist. Brasse cercò sempre di offrire un tozzo di pane della sua razione alle persone che doveva fotografare, spesso prima che fossero inviate nelle camere a gas. Se un internato gli chiedeva di rifare la foto, magari per tentare di sfuggire alla selezione, non esitava a escogitare uno stratagemma, ad esempio fingere che qualche immagine fosse venuta male e rifarla. Una volta lo venne a trovare una donna delle SS, che prima si fece commissionare un servizio a seno nudo e poco dopo si tolse la vita per essersi invischiata nel piano genocida di Hitler. Quando doveva fotografare i minori, cercava di farlo con delicatezza, senza toccarli o metterli in imbarazzo, nonostante i nazisti pretendessero foto in pose oscene e degradanti. Nel documentario del 2005 diretto da Irek Dobrowolski, Brasse racconta la sua attività di fotografo ad Auschwitz con lucidità, a volte commuovendosi, sempre con un eloquio preciso e una mente rimasta integra nonostante l’esperienza dell’indicibile. Forse perché la fotografia è terapeutica, forse perché era lui una persona forte, capace di gesti generosi e di compassione, gli era rimasta la capacità di denunciare il male lasciando sempre un filo di speranza. Brasse è morto a 94 anni. Dopo la guerra ha tentato di tornare alla fotografia, ma non è più riuscito, perché gli tornavano alla mente le immagini degli uomini e soprattutto delle donne che è stato costretto a fotografare. Al termine del conflitto, con i nazisti in fuga, rischiò la vita per mettere in salvo oltre 40.000 immagini scattate, in modo tale che servissero da prova contro i criminali autori della Shoah. E’ vissuto facendo il salumiere, stando accanto alla famiglia che gli ha dato due figli e cinque nipoti e accettando di testimoniare l’orrore di cui era stato testimone nel corso di interviste, portando gli studenti a visitare il lager e parlando nelle scuole.

 

 

REPUBBLICA DEL 26 OTTOBRE 2013

http://www.repubblica.it/cultura/2013/10/26/news/il_fotografo_del_lager_l_uomo_che_document_il_male-69466194/?SSID=5BCEF65D25039C4A4A6DD4BEF3A9FB353502C615100611833DA04C5F1D392638A94EE0BA4F1AAF6958FC5FEEC51455852CDEBEA571EFE06DC

 

 

 

Wilhelm Brasse, il fotografo del lager. <br />L’uomo che documentò il male

Wilhelm Brasse, il fotografo del lager. <br />L'uomo che documentò il male

Il polacco, internato ad Auschwitz, aveva il compito di ritrarre tutti i prigionieri Le immagini sono rimaste perché disobbedì all’ordine di bruciarle. Un libro racconta la sua vicenda

di MICHELE SMARGIASSI

 

 

 

Come il Crematorium, anche lo studio fotografico di Auschwitz era organizzato per smaltire con rapidità ed efficienza un numero elevatissimo di corpi di untermensch.

Lo sgabello per la posa, un cubo di legno, veniva fatto girare su se stesso da un pedale azionato dal fotografo che così, senza allontanarsi dalla fotocamera, in pochi secondi impressionava le tre “viste” d’ordinanza: fronte, profilo e trequarti. Ma il
kapò Maltz ne approfittava per un suo divertimento extra: quando l’internato accennava faticosamente ad alzarsi, con un colpo al pedale lo proiettava a terra violentemente, tra le risate degli aguzzini annoiati.

Non rideva Wilhelm Brasse, il fotografo di Auschwitz. Confusamente, forse, intuiva che quello scherzo crudele, in fondo insignificante rispetto al resto, svelava la natura del compito a cui era stato assegnato: il prelievo forzoso dell’identità, tappa della degradazione che era premessa all’eliminazione. La camera oscura come anticamera della camera a gas. Brasse era un internato: polacco, non ebreo, anzi ariano, ma renitente all’arruolamento nella Wehrmacht, gli si era aperto davanti il cancello fatale, ma per lui la scritta che vi campeggiava sopra, “il lavoro rende liberi”, per una volta diceva la verità. Il suo mestiere lo salvò. In cambio lui, rischiando la vita, salvò dalla distruzione e preservò per i nostri occhi allucinati i documenti del “male assoluto”, oltre cinquantamila ritratti di sterminandi, e visioni di altri orrori.

Wilhelm Brasse, il fotografo del lager. <br />L'uomo che documentò il male

La vita di Wilhelm Brasse, Il fotografo di Auschwitz, è ora narrata da Luca Crippa e Maurizio Onnis (Piemme, 336 pagine, 14,90 euro) nella formula del romanzo-verità che sembra incontrare il ricorrente favore degli storici della Shoah alle prese con fonti visive tanto forti quanto ambigue

 

Il bambino. Varsavia 1943. Fuga impossibile dall’orrore nazista

Dan Porat

Traduttore:S. Galli
Editore:Rizzoli
Anno edizione: 2013
In commercio dal: 15 maggio 2013
Pagine: 317 p., ill. , Brossura
15 EURO PREZZO PIENO
“Esco nella strada che brucia! Intorno a me, tutto è in fiamme. Il ghetto è un mare di fuoco. È spaventoso. Nessuno sa dove scappare. Il muro del ghetto è completamente circondato, nessuno può entrare o andar via. I vestiti ci bruciano addosso. Il fumo ci soffoca. Molti, quasi tutti, invocano Dio. Muto come una sfinge, Dio non risponde. E voi, popoli della Terra, perché tacete, non vedete che ci stanno uccidendo? Perché non dite niente?” Così termina il diario ritrovato di una giovane testimone di uno degli episodi più atroci della Seconda guerra mondiale: l’annientamento del ghetto di Varsavia. È l’aprile del 1943 quando Himmler incarica il generale delle SS Jürgen Stroop di radere al suolo il quartiere e di sterminare i ribelli che pochi mesi prima avevano osato insorgere contro la furia nazista. La stessa sorte toccherà a tutti gli abitanti superstiti. Tra loro c’è un bambino che, immortalato con le mani alzate e il volto impaurito, diventerà l’immagine simbolo dell’Olocausto. Ma chi è? Che ne è stato di lui? È riuscito a salvarsi? Per rispondere a queste domande, Dan Porat ricostruisce le vicende di quel giorno e della distruzione del ghetto di Varsavia. Lo fa ripercorrendo più di sessant’anni di storia in un libro che intreccia le vite di quel bambino, di una giovane ebrea attiva nella resistenza e di tre soldati SS; un libro in cui assieme alla narrazione viva e partecipata di quel dramma scorrono le fotografie selezionate da Stroop per documentare la “Grosse Aktion” nazista…

 

(vedi Il Bambino di Dan Porat, ricostruzione romanzata dello sterminio del ghetto di Varsavia condotta partendo dai famigerati album- souvenir del massacratore Stroop).

 

 

In verità, Brasse non fu l’unico fotografo dei Campi: come lui lavorarono ad esempio Georges Angéli a Buchenwald, Francisco Boix a Mauthausen. La segnaletica dello sterminio, che includeva la catalogazione fotografica minuziosa delle vittime, dipendeva da una direttiva generalizzata.

Ma è grazie a Brasse che sappiamo come tutto ciò avvenisse in pratica. Basato sui racconti che l’anziano piegato superstite rese a un documentario televisivo polacco nel 2005, The Portraitist, e in un libro-intervista britannico, come tutte le docu-fiction anche Il fotografo di Auschwitz accetta il rischio di mettere il lettore nell’incertezza fra testimonianze dirette e ipotesi narrative, sentimenti del protagonista e completamenti degli autori. Che spiegano: «Era l’unico modo per entrare nei silenzi di Brasse, e renderli eloquenti».

Wilhelm Brasse, il fotografo del lager. <br />L'uomo che documentò il male

Internato nel 1941 col numero 3444, Brasse è un privilegiato, e ne è consapevole. Il lavoro ufficiale gli garantisce la vita, mentre quello ufficioso (ritratti per gli ufficiali) gli procura qualche agio di contrabbando, cibo, sigarette. Per cinque anni si vede sfilare davanti i volti e i corpi dei morituri. Sa cosa succede fuori dalla baracca-studio del blocco 26 da cui evita più che può di uscire. Se non lo sapesse, glielo direbbero i volti che il suo obiettivo cattura: ebrei emaciati, prigionieri russi, zingari pesti, ragazzine quasi bambine. Ravvivati dalla narrazione, gli episodi della memoria di Brasse prendono vita. Neppure gli autori però osano prestare al loro protagonista romanzato la coscienza che le sue fotografie, e quindi il suo stesso lavoro, non sono i documenti burocratici di uno sterminio, ma ne sono uno strumento letale.

Quelle foto servono per attestare, scrive Clément Chéroux, studioso della fotografia nei lager, «la conformità del detenuto agli standard fisici e sociali» del reietto, dai quali dipende la sua eliminabilità. Dunque, anche lo scatto della fotocamera di Brasse uccide. E lui stesso è un perpetratore di olocausto. Perché quei corpi, ricorda, «una volta fotografati, diventavano immediatamente inutili».

Evitare certi pensieri è la condizione della sopravvivenza psichica nella distopia concentrazionaria. Qualche ritocco, di nascosto, e Brasse ingentilisce i tratti di un condannato: piccolo regalo clandestino di dignità «perché gli esploratori del futuro si rendessero conto di avere di fronte uomini e non bestie». Ma ogni difesa crolla quando gli viene chiesto di documentare i “pazienti” del dottor Mengele (ecco quattro ragazzine scheletriche, nude, derubate anche dal pudore per i corpicini che non hanno più nulla da mostrare), e poi gli esiti sanguinolenti dei suoi esperimenti, spesso praticati davanti all’obiettivo per non perdere l’atroce attimo fuggente. Qui forse matura la sorda, istintiva decisione di ribellarsi in qualche modo: alla vigilia della caduta degli dèi con la svastica, Brasse inizia a collaborare con la resistenza polacca del campo, e all’ultimo, nel fuggi-fuggi letale, con l’Armata rossa alle porte, decide a rischio della vita di disobbedire all’ordine di bruciare tutto l’archivio. Abbandona decine di migliaia di immagini nella baracca dove i russi le troveranno. Confusamente, Brasse ha intuito che quelle foto immonde, se non potranno mai riscattarsi dalla loro colpa, possono almeno essere costrette a rendere la loro infame testimonianza alla storia. Quanto a lui, se la vedrà per tutta la sua lunga vita (è morto un anno fa) con la sua coscienza di sopravvissuto.

Oggi molte di quelle immagini (non quelle più intollerabili, tuttora segrete) sono visibili allo Yad Vashem e al museo di Auschwitz. I volti delle ragazzine, nel libro, ci guardano ancora vivi. L’anagrafe degli aguzzini ci trasmette i loro nomi. Czeslawa ha il labbro spaccato da un ceffone della kapò. Rozalia ha un pettinino nei capelli biondi. Krystyna, quattordicenne, guarda qualcosa fuori dalla cornice, e sembra sorridere.

 

 

 

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«E per loro io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome (“yad vaShem”) […] che non sarà mai cancellato.[1]»
(Isaia 56,5)

Yad Vashem (Ebraico: יד ושם), è l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah[2] di Israele, istituito per «documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah preservando la memoria di ognuna delle sei milioni di vittime», nonché per ricordare e celebrare i non ebrei di diverse nazioni «che rischiarono le loro vite per aiutare gli ebrei durante la Shoah» e certificati fino al 1º gennaio 2018 in 26 973 persone.

Fondato il 19 agosto 1953 con la Legge del memoriale approvata dalla Knesset, il Parlamento israeliano, il sito che ospita tutte le strutture del Memoriale è stato costruito sul versante occidentale del Monte Herzl (“Monte della Memoria” o “Monte del Ricordo”[6]) della foresta di Gerusalemme[7][8], a 804 metri sul livello del mare, con un museo storico che occupa un’area di 4 200 m²[9] con strutture «prevalentemente sotterranee»[10].

Una risposta a PER RICORDARE WILHEM BRASSE, IL FOTOGRAFO DI AUSSCHWITZ ( Żywiec, Polonia, 1917 – Żywiec, 2012 )– TRAILER CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

  1. Donatella scrive:

    Queste foto trasmettono una pena e un’angoscia infinita, senza consolazione possibile.

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