EMMANUEL LEVINAS ( KAUNAUS, LITUANIA, 1905-PARIGI, 1995 ) :: ALCUNE RIFLESSIONI SULLA FILOSOFIA DELL’HITLERISMO, 1934– QUODLIBET EDITORE, 2012–:: 5 RECENSIONI PUBBLICATE DALL’EDITORE QUODLIBET

 

 

QUODLIBET.IT / RECENSIONE

https://www.quodlibet.it/recensione/298

 

Emmanuel Levinas

Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo (1934)

Introduzione di Giorgio Agamben

Con un saggio di Miguel Abensour

Traduzioni di Andrea Cavalletti e Stefano Chiodi

ISBN 9788874624331
2012, pp. 96
122×195 mm, brossura
€ 10,00
€ 8,50 (prezzo online -15%)

 

IL LIBRO

In questo saggio, uscito nel 1934 sulla rivista “Esprit” e qui pubblicato per la prima volta in italiano, uno dei grandi pensatori ebrei di questo secolo si misura con il fenomeno nazista “pressappoco all’indomani dell’arrivo di Hitler al potere”. Ma prescindendo audacemente dagli ovvi cerimoniali di condanna nei confronti di un regime che già si palesava in tutta la sua ferocia e dal facile scherno per la rozzezza degli “hitleriani”, egli si sofferma con lucidità forse ancor oggi impareggiata sul “risveglio di sentimenti elementari” che lo caratterizza, e che ne fa un oggetto privilegiato dell’indagine filosofica. “Perché i sentimenti elementari – scrive egli in apertura – racchiudono una filosofia; esprimono la prima attitudine di un animo di fronte all’insieme del reale e al suo destino. Predeterminano o prefigurano il senso della sua avventura nel mondo.”
Levinas (1905-1994) insiste sulla contiguità di tale filosofia con le postazioni più avanzate del pensiero contemporaneo, da cui proprio in quegli anni – in virtù di una visione radicalmente nuova della natura umana – giungeva uno scacco irrevocabile all’universalismo cristiano e al liberalismo idealista, cioè alle due strategie elaborate dall’uomo europeo per sentirsi libero rispetto alla sua contingenza storica e corporea. È possibile che le acquisizioni filosofiche dell’epoca, per un verso così feconde da alimentare il cammino del pensiero fino a oggi, covino in seno costitutivamente il seme di fenomeni così aberranti e catastrofici? E in che senso oggi dovremmo sentircene ormai al riparo? Certo, le soluzioni di stampo neoliberale che tornano massicciamente in voga in questo periodo non sembrano tranquillizzare il filosofo: “Dobbiamo chiederci – scrive egli nella prefazione del 1990 – se il liberalismo possa bastare alla dignità autentica del soggetto umano.”
Se dunque, ancora più di cinquant’anni dopo, l’autore sottolinea che il suo scritto “procede dalla convinzione che l’origine della sanguinosa barbarie del nazionalsocialismo non sia in una qualche contingente anomalia della ragione umana, né in un qualche malinteso ideologico accidentale”, ma che “tale origine attenga ad una possibilità essenziale del Male elementale cui ogni buona logica può condurre e nei cui confronti la filosofia occidentale non si era abbastanza assicurata”, è lecito dubitare che quest’ultima se ne sia assicurata dal dopoguerra ai nostri giorni, anzi è proprio tale dubbio ad aprire il varco attraverso cui il saggio sull’hitlerismo continua a gettare luce sull’attualità.

INDICE
  • Introduzione
  • Prefazione del 1990
  • Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo
  • Il «Male elementale» di Miguel Abensour

 

 

 

 

 
L’AUTORE
EMMANUEL LEVINAS

Emmanuel Levinas (Kaunas, 12 gennaio 1905 – Parigi, 25 dicembre 1995) è un filosofo francese di origine lituana. Nel brano autobiografico che segue, tratto da Difficile libertà (1963-1976), egli traccia il percorso della propria formazione.
«Fin dalla tenera età, la Bibbia ebraica, in Lituania, Puskin e Tolstoj, la rivoluzione russa del ’17 vissuta a undici anni in Ucraina. Dal 1923, l’Università di Strasburgo dove insegnavano allora Charles Blondel, Halbwachs, Pradines, Carteron e, più tardi, Guérolt. L’amicizia di Maurice Blanchot e, tramite i maestri che erano stati adolescenti al tempo dell’affare Dreyfus, spettacolo, per un nuovo venuto abbagliante, di un popolo che eguaglia l’umanità e d’una nazione [la Francia] cui ci si può legare nello spirito e nel cuore tanto fortemente quanto ci si sente legati per discendenza. Soggiorno nel 1928-29 a Friburgo e iniziazione alla fenomenologia già cominciata un anno prima con Jean Hering. Alla Sorbona, Léon Brunschvicg. L’avanguardia filosofica alle serate del sabato da Gabriel Marcel. L’affinamento intellettuale – e anti-intellettualista – di Jean Wahl e la sua generosa amicizia ritrovata dopo una lunga prigionia in Germania; dal 1947 conferenze regolari al Collegio filosofico che Jean Wahl aveva fondato e di cui era animatore. Direzione della centenaria Scuola Normale Israelitica Orientale… Comunità di vita quotidiana col dottor Henri Nerson, frequentazione di M. Chouchani, maestro di gran prestigio – e senza pietà – di esegesi del Talmud. Conferenze annuali, dal 1957, sui testi talmudici, ai Colloqui internazionali degli intellettuali ebrei di Francia. Tesi di dottorato in Lettere nel 1961, docenza all’Università di Poitiers, poi dal 1967 all’Università di Parigi-Nanterre e infine dal 1973 alla Sorbona. Questa varia elencazione è una biografia. Essa è dominata dal presentimento e dal ricordo dell’orrore nazista».

 

 

RECENSIONI / LEVINAS INDAGA IL NAZISMO. IL CORPO DI HITLER MESSO A NUDO.

 

Franco Marcoaldi

«La Repubblica»

13 gennaio 1997

 Bastarono dieci pa­gine dieci, al giovane Emmanuel Lévinas, per tracciare una straordinaria disamina del fenomeno sociale più orribile del Novecento: il nazismo.
Preceduto da una introduzione di Giorgio Agamben, e seguito da un saggio di Miguel Abensour, questo folgorante scritto del filosofo ebreo esce ora in italiano per merito della casa editrice Quodlibet, Alcune riflessioni sulla filosofia dell’Hitlerismo (pagg. 89, lire 18.000). E tra i tanti motivi di ammirazione verso questo inestimabile cristallo di pensiero, c’è anche la rapidità «giornalistica» con cui venne steso: siamo appena nel 1934, dunque a un solo anno dall’ascesa di Hitler.
La strada scelta da Lévinas lascia da parte qualunque approccio politologico canonico. Ben più che un contagio o una follia, l’hitlerismo gli appare come «un risveglio di sentimenti elementari». E dunque soltanto l’occhio del fenomenologo può cercare di aggredire questo spaventoso accadimento.
Tutto il pensiero filosofico e politico dei tempi moderni, attacca Lévinas, «tende a elevare lo spirito umano a un livello superiore alla realtà, scavando un abisso tra l’uomo e il mondo ». Lo spirito, insomma, non ha nulla da spartire con la brutalità e l’ implacabilità dell’esistenza concreta. Per l’universo giudaico-cristiano questa liberazione avviene attraverso la grazia, per il liberalismo attraverso la ragione; ma il leit-motiv è il medesimo. E anche il marxismo, che pure per la prima volta contesta questa concezione dell’uomo riportando al centro dell’attenzione i bisogni materiali, non opera in tal senso una rottura definitiva, erede com’è della tradizione giacobina.
L’hitlerismo, al contrario, ribalta in toto i termini della questione: proprio il sentimento del corpo, infatti, è alla base della sua nuova concezione dell’ uomo. «Il biologico, con tutta la fatalità che comporta, diventa ben più che un oggetto della vita spirituale, ne diviene il cuore. La voce misteriosa del sangue, gli appelli all’eredità del passato di cui il corpo è l’enigmatico portatore, perdono la loro natura di problemi sottoposti alla soluzione di un Io sovranamente libero».

In tal modo, non soltanto lo spirito perde la sua superiorità sul corpo, ma ne rimane asservito. L’essenza dell’uomo, pertanto, non risiede più nell’esercizio della libertà, ma nel riconoscimento dell’ineluttabile incatenamento alla fisicità. Ne consegue che tutte le forme di società moderne fondate sull’accordo di libere volontà, non soltanto appariranno fragili e inconsistenti, ma anche false e menzognere. La verità è ancorata alla carne, alla società fondata su base consanguinea.

 

 

II  RECENSIONE  :: 

Giulio Busi
«Il Sole 24 ore»
28 settembre 2003

Talvolta la filosofia si ammala e muore. Come soffocata dalla propria ingordigia di verità, si rivolge contro se stessa. Si spoglia dei panni di dea dell’incertezza per vestire fiducie irragionevoli e un orgoglio che la sfigura. Una delle diagnosi più acute della malattia mortale del pensiero fu elaborata da Emmanuel Lévinas nel 1934. Il filosofo aveva allora cominciato da poco la propria carriera culturale. Dopo aver lasciato nel 1923 l’Ucraina per la Francia, si era avvicinato al cuore della riflessione europea del primo Novecento. A Strasburgo era stato iniziato alle dottrine di Bergson e aveva fatto amicizia con Maurice Blanchot; più tardi, all’università di Friburgo, aveva potuto ascoltare le ultime lezioni di Husserl ed era rimasto affascinato da Heidegger. Ma non erano tempi adatti alla pura teoria. Quando Hitler sali al potere in Germania, il giovane Lévinas si sentì in dovere di prendere posizione e lo fece da par suo. Con un saggio di poche pagine, che pubblicò su una rivista cattolica, e che affrontava di petto lo scandalo intellettuale del nazismo. Già il titolo Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo conteneva un ossimoro provocatorio: cosa poteva infatti avere in comune Hitler con la filosofia. Proprio questa fu la scommessa d Lévinas, ovvero mostrare come sotto la «fraseologia miserabile» del nazismo si nascondesse un radicale errore di metodo.

Nell’hitlerismo – e nel razzisimo che ne rappresentava il vero nucleo concettuale – si nascondeva, secondo Lévinas, «un’attitudine primaria dell’anima di fronte all’insieme del reale e del proprio destino», e dunque una rivolta contro la civiltà occidentale. Per gran parte della propria storia, il pensiero europeo si era basato su un assioma di libertà, sulla convinzione cioè che fosse sempre possibile per l’uomo liberarsi dal proprio essere contingente – e dalla storia stessa – per dirigersi verso un altrove mentale o verso la trascendenza. Il nazismo invece negava questa distanza, essenziale per comprendere la ricerca di verità. Anziché un luogo lontano, un mondo delle idee, un domino divino o la prospettiva di un progresso civile, l’hitlerismo incatenava la verità a una comunità di sangue, a un’immaginaria unità di razza, che legava i suoi membri in una cupa immobilità. Non erano più la fede o la ragione il mezzo per raggiungere la libertà interiore ma era piuttosto la violenza lo strumento ineluttabile di una nazione che pretendeva di avere già la verità in sé.
Tutta l’opera successiva di Lévinas può essere letta come una cura per quest’affezione dello spirito, come un antidoto dialogico per guarire dalla tentazione di una stasi dell’anima e della società. Un libro recente di Francesca Salvarezza analizza le figure di spaesamento a cui il filosofo affidò, negli scritti della maturità, la propria concezione della verità come punto di fuga e interruzione della quiete apparente del reale. Sono concetti come «insonnia» o «scompiglio», attraverso i quali la riflessione teorica si traduce in una sorta di diario esistenziale, in un gusto per la parabola e l’esempio concreto che svela nel quotidiano le strette porte dell’utopia. Anche l’ebraismo diviene per Lévinas metafora, enunciazione paradigmatica di uno scarto dall’inerzia. Ben lungi dal costituire un alibi dogmatico, il suo giudaismo è innanzitutto un itinerario verso il totalmente altro, verso una rivelazione che non si faceva semplicemente «contenuto dell’interiorità» ma restava «non contenibile». Insomma, un richiamo inedito alla religione come nomadismo intellettuale, come inizio di un viaggio, che ha come ultima tappa una verità allo stesso tempo intima e lontana.
F. Salvarezza, «Emmanuel Lévinas», Bruno Mondadori, Milano 2003, pagg. 218, Euro 12,50.
Da ricordare: E. Lévìnas, «Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitierismo», Quodlibet, Macerata 1996, pagg. 96, Euro 9,30.

 

 

III RECENSIONE :: Camicie brune in un corpo

Lisa Ginzburg

«L’Unità»

03 febbraio 1997

NEL LINK::

https://www.quodlibet.it/recensione/296

 

IV RECENSIONE :::Adolf Hitler. Il nazismo come «incatenamento alla terra», rifiuto di ogni «evasione», nelle alte pagine-di Emmanuel Levinas

Filippo Gentiloni
«La talpa de Il Manifesto»
06 marzo 1997

NEL LINK: 

https://www.quodlibet.it/recensione/297

 

 

 

V RECENSIONE : 

Levinas e il nazismo. No ai miti del sangue

Andrea Casalegno

«Il Sole 24 ore»

19 gennaio 1997

https://www.quodlibet.it/recensione/299

 

 

Una risposta a EMMANUEL LEVINAS ( KAUNAUS, LITUANIA, 1905-PARIGI, 1995 ) :: ALCUNE RIFLESSIONI SULLA FILOSOFIA DELL’HITLERISMO, 1934– QUODLIBET EDITORE, 2012–:: 5 RECENSIONI PUBBLICATE DALL’EDITORE QUODLIBET

  1. Donatella scrive:

    Da quel poco, pochissimo che ho capito, il nazismo è il ritorno dell’uomo alle pulsioni più animalesche, come se facesse un grande salto verso un passato remoto in cui esisteva quasi esclusivamente il problema della sopravvivenza.

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