UN VIDEO DI REP. CON IL NUOVO AFFRESCO ” I GLADIATORI ” ++ CLAUDIA ARLETTI E FEDERICA FANTOZZI, REPORTAGE SU POMPEI, REPUBBLICA.IT / IL VENERDI’ / 9 OTTOBRE 2019

 

I gladiatori di Pompei: le prime immagini in esclusiva

Un nuovo, particolarissimo affresco – sepolto da duemila anni – è venuto alla luce nel corso degli scavi del Grande Progetto Pompei. Il soprintendente del Parco Archeologico, Massimo Osanna, in questo video realizzato in esclusiva per il Venerdì mostra il reperto per la prima volta e ne illustra le caratteristiche eccezionali. Il nostro settimanale, oggi in edicola, pubblica un lungo reportage con le foto e tutti gli approfondimenti.

Video di Riccardo Siano

 

 

VIDEO DI REPUBBLICA CON IL PORF. MASSIMO OSANNA

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REPUBBLICA.IT / IL VENERDI’ / 9 OTTOBRE 2019

https://rep.repubblica.it/pwa/venerdi/2019/10/09/news/gladiatores_te_salutant-238102358/#success=true

 

Una restauratrice all’opera sull’affresco dei Gladiatori appena venuto alla luce in un sottoscala: ha la forma di un trapezio rettangolo, base 1,90 metri, altezza 1,10 (Riccardo Siano)

 

il venerdì —Pompei

I Gladiatores di Pompei te salutant

Mentre sta per finire il “grande progetto Pompei”, spunta un affresco sorprendente che qui si mostra per la prima volta. È la nuova scoperta in un anno da record che ha visto crescere visitatori e incassi. Ma non ancora domus aperte e custodi. Reportage

 

 

 

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POMPEI. Poco lontano da una fontana che nessun turista ha ancora visto, nascosti dietro la parete di quella che forse era una taverna, due tizi se le danno di santa ragione. Da duemila anni. Sono i protagonisti dell’ultimo affresco venuto alla luce durante gli scavi del Grande progetto Pompei: gladiatori ritratti in una fase cruciale e anzi finale del combattimento, quando è ormai chiaro chi sia il vincitore e chi, piegato sulle ginocchia e a capo chino, stia per soccombere. Un ritrovamento destinato a fare rumore per dimensioni e originalità – secondo gli esperti del ministero oggi nuovamente guidato da Dario Franceschini. Perché l’istante cristallizzato nell’affresco si direbbe tragico e dunque meritevole di una rappresentazione appropriata e solenne. E invece no, sorpresa: qui non vediamo slanci eroici né sguardi gravi; i due gladiatori hanno corpaccioni sgraziati, i polpacci massicci, e le ferite del soccombente sprizzano sangue in quantità che neanche tutti gli Spartacus del cinema mondiale.

UN SOTTOSCALA SPETTACOLARE
Nonostante gli elmi piumati, lo schiniere d’ordinanza a proteggere le gambe e la celata sul viso, insomma, non c’è traccia dell’eleganza e del tratto raffinato cui ci hanno abituato le meraviglie pompeiane; e tutti, dagli archeologi agli operai che hanno scavato fuori l’affresco liberandolo da metri e metri di lapilli, quando siedono sul muretto per rimirarselo con calma assumono una certa aria perplessa.

Persino il capo cantiere Angelo Dottorini, che ha l’occhio e l’eloquio dell’archeologo e potrebbe rivendicare una sorta di primogenitura sulla scoperta avendoci lavorato con le sue mani per settimane, trova i gladiatori «troppo tozzi» e preferisce Arianna  abbandonata da Teseo a Nasso (altro affresco spuntato di recente). La restauratrice Donatella Barrella, instancabile sigillatrice di bordi, ha invece un debole per Narciso e Leda e il Cigno, ritrovati non lontano «in un ambiente molto raffinato».

Mentre Massimo Osanna, l’archeologo che guida il Parco archeologico dal 2014, ha nel cuore il Mosaico di Orione. E i nostri truculenti combattenti? «Sono importanti» spiega, «perché a Pompei e nel mondo romano un soggetto di gladiatori fatto così non c’è. Ci vedo persino qualcosa di comico nel gesto con cui il soccombente alza il dito come per chiedere la grazia».

Osanna parla di «iper realismo trash», forse opera di un artista con il temperamento del buontempone. «In ogni caso sorprendente, perché ci svela qualcosa in più su come i pompeiani vedevano il mondo: con un tocco di umorismo». L’affresco adornava un modesto sottoscala, al quale deve la sua forma di trapezio rettangolo, con il lato obliquo che, seguendo con precisione l’inclinazione della scala, costringe il gladiatore sanguinante ad abbassarsi, vinto per l’eternità. Forse l’edificio ospitava un thermopolium – le guide turistiche per farla breve dicono «fast food» – o magari una vera taberna. Un luogo ordinario, che ci si immagina pieno di voci e di rumori, duemila anni dopo sorprende con qualcosa di straordinario. Ma lo scenario fantascientifico di una Pompei pulp probabilmente finisce qui: sulla parete d’angolo già si scorgono le gambe affusolate di un ragazzo, con la praetexta bianca e i legacci dei sandali sui piedi sottili. Forse il preludio a una meraviglia che verrà. Quando si riprenderà a scavare.

TRA CIGNI E AMULETI
Il ritrovamento dei Gladiatori chiude in modo scoppiettante (è il caso di dire) il Grande progetto Pompei, che gli addetti ai lavori chiamano familiarmente “Gpp”, finanziato dall’Unione Europea con una messe eccezionale di denaro e avviato nel 2012 dopo l’annus horribilis dei crolli (2010), quando per uno smottamento venne giù parte della Schola Armaturarum. Non un piano per una nuova caccia al tesoro, bensì un programma per «mettere in sicurezza» le domus abbandonate all’incuria e allo scorrazzare dei cani randagi e per proteggere la linea di confine degli scavi, sulla quale premevano alte e minacciose le collinette intorno, costituite di lapilli e di altro materiale piroclastico: sono i 22 ettari di dossi e di radure, sotto il cui peso dormono con i loro tesori chissà quanti pompeiani ancora.

Oltre a restaurare templi e domus, a partire dal 6 novembre 2017, che Dottorini ricorda come «il giorno del primo colpo di pala», il Gpp ha dunque realizzato tra la città archeologica e le letali collinette una zona di rispetto, per ricavare la quale sono stati rimossi camion e camion di lapilli; scavando, le squadre al lavoro sono incappate in una scoperta dopo l’altra: case e negozi lungo il vicolo detto dei Balconi, la fontana; poi graffiti, anfore, vasellame; i famosi mosaici di Orione e degli animali selvaggi, gli amuleti della Casa del Giardino, la scritta su un muro – forse l’appunto di un operaio pompeiano – che ha permesso di spostare la data dell’eruzione dal 24 agosto al 24 ottobre 79 d.C. (ci avviciniamo dunque al 1940° anniversario); i resti di donne e bambini, un fuggiasco... E naturalmente gli affreschi: Arianna, il conturbante amplesso di Leda e il Cigno, uno struggente amorino nei paraggi e a pochi metri Narciso… fino ad arrivare ai Gladiatori.

E siccome però a ogni scoperta è seguito un annuncio – e ogni annuncio ha avuto il suo bravo rimbalzo planetario – a un certo punto è scattata la reazione sospettosa e contraria: «Ancora Pompei!». Culminata con l’insinuazione che Osanna brandisca i ritrovamenti come armi per la difesa personale, cioè per mantenersi a galla a ogni giro di governo o scader di nomine. «Accuse offensive di gente invidiosa» replica lui. «Noi lavoriamo in trasparenza e sì, comunichiamo con l’esterno. Certo non rimpiango i tempi in cui si tenevano i tesori nel cassetto per poi pubblicare qualche studio».

«ERA BEIRUT, È LA SVIZZERA»
Nonostante i refoli malevoli, gli archeologi e le maestranze sembrano apprezzare l’onnipresente professore che sogna in grande (nell’Anfiteatro vorrebbe ospitare i Rolling Stones) e fa attenzione al piccolo (raccontano che si interessi anche dell’altezza delle siepi). I numeri sono dalla sua parte, visto che nel 2014 i visitatori erano stati 2.621.803 e ora si prevede di chiudere il 2019 superando la barriera dei quattro milioni. I 105 milioni di euro del Gpp sono stati spesi tutti e – incredibile ma vero – non un’inchiesta lo ha toccato. Uno che ci ha creduto è stato proprio Franceschini. E Osanna all’inizio, e per due anni, ha lavorato fianco a fianco con il generale Giovanni Nistri, oggi comandante generale dell’Arma, controllando ogni appalto e impresa per tenere alla larga la camorra: « Lavoravamo in apnea, con rigore, e non ha idea delle cose che ho imparato». I carabinieri, per non sbagliare, sono rimasti. Il dirigente del Mibact che dice «prima qui era Beirut, oggi è la Svizzera», be’, esagera un po’ con l’entusiasmo.

 

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Però, se non ci fossero i turisti, in certi momenti Pompei avrebbe l’apparenza di una cittadella operosa: qui si ripulisce un impluvium minacciato dalle erbacce; là arrampicati su una scala due ragazzi in camice bianco ritoccano la sommità di un muretto affinché la pioggia scivoli via senza bagnare le iscrizioni; e sulle colline inesplorate gli operai lavorano all’idrosemina perché ricresca l’erba. «L’acqua è la minaccia più grande» conferma il geometra Vincenzo Sabini, che lavora qui da 42 anni e ha i vulcani nel sangue, forse anche perché il padre si salvò dall’eruzione del 1944 «coprendosi la testa con una caccavella», cioè con una pentola. Ma il vecchio custode che cammina con le chiavi delle domus alla cintura ha un’altra idea: «Il pericolo sono i turisti. Toccano, toccano tutto… Non capiscono che il sudore delle dita è una rovina. E raccolgono i sassi. Alt!, gli dico, non tacc! Ci stanno i demoni nelle pietre». I demoni? Osanna ride: «Da quando ho detto in un’intervista al Daily Telegraph che prendersi i lapilli porta sfortuna, da tutto il mondo ci tornano indietro le pietre trafugate. Ce le mandano per posta. La pressione antropica è innegabile e i custodi sono pochi, 60 per turno. Vorrei raddoppiarli l’anno prossimo».

Per ora, come i turisti sperimentano ogni giorno, è impossibile tenere aperte tutte le domus contemporaneamente. Così come non si riesce a frenare il flusso senza fine di visitatori attratti dal Lupanare, il  bordello pubblico con gli affreschi licenziosi e i letti di pietra: dovrebbero entrare a gruppi di dieci, ma l’unico, inerme custode al massimo può dirigere il traffico. Francesco Muscolino, l’ispettore di cantiere, fa notare che grazie al Gpp oggi le carrozzine dispongono di un tratto di marciapiede lungo quattro chilometri. Indica anche i “baby point”: tre minuscole casette per allattare e cambiare i bebè. Idea di una brillante archeologa, peccato che siano chiuse: i genitori dovrebbero farsi dare le chiavi in biglietteria prima di averne bisogno.

LAPILLI IN BOTTIGLIETTA
Che cosa si vedrà di tutte queste “nuove” bellezze? La casa dove si trovano Leda e il Cigno e il Narciso entro la fine dell’anno sarà visitabile, promette Osanna. «Ma per i Gladiatori la faccenda è più complicata». L’affresco  si trova ai piedi di un pendio e non è agevole avvicinarlo. «Probabilmente la cosa migliore sarà staccare l’intero pannello e collocarlo in un luogo in cui lo si possa vedere. Poi, chi verrà domani ed eseguirà scavi nel luogo originale, potrà rimetterlo al suo posto». Resterà probabilmente dov’è, invece, l’affresco di rose rosse, piccole, grandi, delicate, in boccio e apertissime, nessuna avvizzita: è venuto alla luce in un altro punto del cantiere e si estende su tre pareti. Oltre a gestire la manutenzione ordinaria (detto così sembra niente, ma è un lavoro senza fine), si continuerà a scavare, soprattutto nelle aree in pericolo: «Un tempo ci si concentrava sulle zone che promettevano tesori. Oggi la priorità è mettere in sicurezza ciò che c’è»: poi, con un po’ di fortuna, scavando si trova. E si trova di tutto. Quasi troppo.

«Non sappiamo più dove mettere le casse» dice Giuseppe Zolfo, responsabile dei laboratori di restauro (ha lavorato alla mostra Pompei e Santorini, da oggi a Roma alle Scuderie del Quirinale). Migliaia e migliaia di piccoli, semplici oggetti – grate arrugginite, maniglie e manigliette, denti di pettini, cocci, frammenti dei forzieri – «utili agli studiosi, ma poco importanti per i visitatori», spesso raccolti dai team delle università straniere, vengono restaurati, catalogati e riposti in cassette che occupano sempre più spazio, in attesa di un posto definitivo che le contenga tutte. Altra storia, invece, sono i lapilli rimossi. Li hanno stoccati in bell’ordine nella zona inesplorata e non danno fastidio a nessuno. Osanna ci sta facendo un pensierino: «Potremmo venderli in bottiglia, come souvenir. È vero che appartengono allo Stato, ma non sono propriamente beni culturali, una strada la si potrebbe trovare». Nell’attesa, si percorrerà la via ben più battuta di aumentare il prezzo del biglietto: a gennaio sarà portato da 15 a 16 euro. Davanti a questa grande bellezza, forse si poteva osare di più.

 

 

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Sul Venerdì dell’11 ottobre 2019

 

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  1. Donatella scrive:

    L’affresco dei due gladiatori ci trasmette in modo realistico la crudeltà di quel mondo.

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