STEVEN FORTI (notizie al fondo), Il conflitto con la Catalogna è il simbolo della crisi della Spagna — LIMES ONLINE DEL 30 OTTOBRE 2019

 

 

LIMES ONLINE DEL 30 OTTOBRE 2019

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Il conflitto con la Catalogna è il simbolo della crisi della Spagna

 

Carta di Laura Canali - 2017

Carta di Laura Canali.

 

La coincidenza tra la sentenza di condanna dei leader indipendentisti catalani e la campagna elettorale per il prossimo voto nazionale ha destabilizzato sia Madrid sia Barcellona. Il problema però è più profondo.

di Steven Forti

La condanna del Tribunale Supremo spagnolo ai leader indipendentisti per i fatti dell’autunno 2017 ha riacceso la crisi della Catalogna.


Negli ultimi due anni a Madrid e Barcellona si è vissuto in una sorta di limbo in attesa del responso del Tribunale Supremo spagnolo: la decisione dell’allora primo ministro conservatore Mariano Rajoy di delegare ai tribunali la risoluzione di una questione politica ha posto una spada di Damocle sulla testa di tutti. Ora se ne stanno raccogliendo i frutti.


In questo limbo, almeno in una prima fase, il premier Pedro Sánchez aveva tentato di avviare una politica di distensione con Barcellona. L’esecutivo era nato a giugno del 2018 in seguito a una mozione di sfiducia appoggiata dalla sinistra di Unidas Podemos, dai nazionalisti baschi e dagli stessi indipendentisti catalani per mettere fine all’epoca Rajoy. La riunione del 20 dicembre 2018 con il presidente catalano Quim Torra e la successiva dichiarazione firmata da entrambi i governi era stata l’immagine plastica di questa fase.


Tuttavia la debolezza dell’ esecutivo socialista di minoranza, il voto contro la manovra di bilancio da parte delle formazioni indipendentiste e la dura campagna delle destre – segnata dall’ingresso in scena dei nazionalisti di Vox – contro qualunque “concessione” nei confronti delle rivendicazioni catalane avevano messo precipitatamente fine alla legislatura, portando alle elezioni dello scorso 28 aprile. Il Partido Socialista Obrero Español (Psoe) è uscito rafforzato dal voto, ma l’incapacità di raggiungere un accordo con Unidas Podemos ha portato a nuove elezioni, che si terranno il prossimo 10 novembre.


I calcoli elettorali di Sánchez


La gestione politica di una sentenza tanto attesa sarebbe stata estremamente difficile con una maggioranza eterogenea in parlamento; è ancora più complessa con un governo che non è nel pieno delle sue funzioni e in mezzo a una campagna elettorale. Di qui le responsabilità di Sánchez che non ha avuto il coraggio – forse nemmeno la volontà – di chiudere un accordo con la formazione di Pablo Iglesias e cercare di riportare la crisi catalana in un ambito gestibile dal Palazzo della Moncloa (residenza ufficiale del primo ministro spagnolo).


Hanno pesato anche i nuovi equilibri europei, con l’elezione di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione e la buona sintonia del leader socialista con il presidente francese Emmanuel Macron. Madrid è riuscita a piazzare l’attuale ministro degli Esteri Josep Borrell come Alto rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza. Ma hanno pesato ancora di più i calcoli elettorali di Sánchez che, dopo una campagna come quella del 28 aprile orientata a sinistra, ha virato chiaramente verso il centro con l’obiettivo di ampliare i propri consensi e ottenere una vittoria più ampia, che gli permetta di governare in solitario. Sánchez ha deciso di presentarsi come il paladino della moderazione in un contesto interno di profonda instabilità e uno internazionale segnato dall’incerta risoluzione del Brexit e dal rischio di una prossima recessione economica.


Sembra però che il leader socialista abbia fatto male i calcoli, non tenendo conto delle conseguenze della pubblicazione della sentenza del processo ai leader indipendentisti. Secondo tutti i sondaggi, difatti, Sánchez rischia di perdere consensi o, come minimo, di ritrovarsi nella stessa situazione degli ultimi mesi. Per di più la destra, che chiede la mano dura contro i separatisti catalani rinvigorendo un mai sopito nazionalismo spagnolo, potrebbe rafforzarsi in parlamento. Per Sánchez entrambi questi scenari sarebbero uno smacco, pur se ammorbidito dalla vittoria elettorale.


Una sentenza che complica la risoluzione della crisi


La difficoltà di gestire il post-sentenza non riguarda solo il governo di Madrid: è evidente anche in Catalogna. La sentenza del Tribunale Supremo è stata senza dubbio molto dura: le condanne (9-13 anni) per 9 dei 12 imputati, tra cui l’ex vicepresidente catalano Oriol Junqueras, hanno scatenato le proteste a Barcellona dopo un periodo di relativa calma.


Il Tribunale Supremo non ha considerato un tentativo di colpo di Stato il referendum e la dichiarazione unilaterale di indipendenza dell’ottobre 2017, bensì una “sollevazione tumultuosa”, promossa dal governo catalano allo scopo di impedire alle autorità di applicare le risoluzioni amministrative e giudiziarie, e di forzare così un negoziato con Madrid.


I magistrati hanno condannato gli imputati solo per sedizione e uso improprio di fondi pubblici, non per ribellione. Mentre la procura aveva giustificato sia il carcere preventivo dei leader indipendentisti sia la sospensione dalle loro funzioni pubbliche accusandoli di ribellione, il che comporterà il ricorso dei politici condannati presso il Tribunale Costituzionale spagnolo e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.


Mentre a Barcellona la sentenza è stata considerata un “atto di vendetta”, i settori conservatori di Madrid l’hanno criticata per il motivo opposto, considerandola troppo blanda. Il clima elettorale fomenta ovviamente le posizioni radicali. E non va dimenticato che il governo potrebbe applicare l’indulto, anche se per ora Sánchez ha negato questa possibilità. Comunque nel giro di 6-12 mesi i leader indipendentisti potrebbero uscire dal carcere per buona condotta.


Carta di Laura Canali - 2017

Carta di Laura Canali – 2017


Un indipendentismo senza strategia politica


La sentenza rende ancora più difficile uno sbocco politico della crisi, anche perché a Barcellona non vi è né unità di intenti né una strategia. Dopo la sconfitta dell’autunno 2017, l’indipendentismo non ha più una meta chiara, per quanto retorica essa sia stata in passato. Nonostante le continue grandi manifestazioni, la situazione è ben diversa da quella di due anni fa: tutti sono ormai consapevoli che l’indipendenza non è un’opzione praticabile.


Lo slogan è dunque passato da “indipendenza” a “libertà per i prigionieri politici”, con in più la richiesta di un’amnistia e di un nuovo referendum di autodeterminazione. Questo però non basta per una parte dell’eterogeneo movimento indipendentista, che si sente frustrata dopo anni di mobilitazioni e comincia a non credere più ai propri leader. Ciò spiega gli scontri con la polizia nelle strade di Barcellona dei giorni scorsi, sintomo del fatto che il governo catalano e i principali partiti indipendentisti faticano a canalizzare le rivendicazioni come in passato. Da qui anche il crescente protagonismo di nuovi attori, come i Comité de Defensa de la República o Tsunami Democràtic, che complicano l’egemonia sociale avuta fino ad ora dalle due grandi associazioni indipendentiste, l’Assemblea Nacional Catalana e Òmnium Cultural, i cui ex presidenti sono stati condannati a nove anni di reclusione.


A ciò si somma la crescente divisione del fronte indipendentista: le due formazioni al governo, Esquerra Republicana de Catalunya (Erc) e Junts per Catalunya (JxCat), sono ai ferri corti da tempo. La prima difende una via pragmatica sul modello dello Scottish National Party, la seconda si mostra intransigente e non esclude di tornare a compiere azioni unilaterali. Al di là delle divergenze di vedute, di fondo c’è una annosa lotta per l’egemonia politica in Catalogna.
L’attuale presidente della Generalitat, Quim Torra, è completamente delegittimato e incapace di gestire la situazione, oltre a rischiare l’inabilitazione per un processo che inizierà a metà novembre. Mentre il suo predecessore Carles Puigdemont, rifugiatosi in Belgio, con le sue dichiarazioni e la sua partecipazione alle lotte di potere destabilizza ulteriormente una situazione già squilibrata. A Barcellona, in sintesi, si attendono nuove elezioni regionali che potrebbero cambiare i rapporti di forza e favorire un governo – guidato da Erc e appoggiato da sinistra – che si mostri più pragmatico e dialogante con Madrid.


Carta di Laura Canali - 2017

Carta di Laura Canali, 2017


Internazionalizzare la questione catalana?


In Catalogna al momento non c’è un interlocutore valido con cui parlare, ma a Madrid nessuno fa una proposta politica per uscire dalla crisi. Fino a pochi mesi fa Sánchez parlava di riforma costituzionale, di un nuovo sistema di finanziamento regionale o di recuperare lo Statuto d’Autonomia catalano nella versione precedente alla sentenza del Tribunale Costituzionale del 2010 che ne aveva annullato alcuni articoli. Ora il contesto è cambiato. Il premier, spostatosi al centro, evita di esporsi. Anche per la campagna elettorale in cui la destra lo attacca costantemente, chiedendo a gran voce il commissariamento della Catalogna o addirittura, come nel caso di Vox, l’arresto di Torra e l’applicazione dello stato d’eccezione. Fino al 10 novembre, a meno di imprevisti, non si muoverà nulla.


Tutto dipenderà dai nuovi equilibri nelle Cortes di Madrid e da quali appoggi cercherà Sánchez per formare il governo. Stando ai sondaggi le opzioni sarebbero due, escludendo l’improbabile vittoria delle destre: un governo socialista in coalizione con (o appoggiato da) Unidas Podemos e Más País, la nuova formazione ecologista fondata dall’ex numero due di Iglesias, Íñigo Errejón, o un governo di minoranza di Sánchez appoggiato esternamente dalle destre. Nel primo caso, pur avendo perduto oltre sei mesi, si tornerebbe al punto di partenza, che permetterebbe una lenta risoluzione della crisi catalana; nel secondo, si avrebbe la cristallizzazione del conflitto.


Intanto, l’indipendentismo cercherà di mostrare la sua forza con le manifestazioni e di internazionalizzare la questione catalana. Per quanto gli sforzi siano notevoli e l’interesse mediatico a causa della sentenza e degli scontri abbia riportato la Catalogna sulle prime pagine di molti giornali, difficilmente riuscirà nel suo intento. Sia la Commissione Europea che alcuni governi (tra cui quello tedesco), interpellati in merito, hanno ribadito che la crisi catalana deve risolversi all’interno dell’ordine costituzionale spagnolo e hanno affermato il loro assoluto rispetto della sentenza del Tribunale Supremo; il Parlamento Europeo ha rifiutato di dibattere in una sessione specifica la situazione in Catalogna. L’inizio del mandato di Borrell come Alto rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza difficilmente cambierà le cose nel senso desiderato dagli indipendentisti, anzi. Anche perché la diplomazia spagnola ha lavorato intensamente per controbattere al loro discorso, che presenta il paese iberico come uno Stato autoritario e repressivo al pari della Turchia.


Rimangono molte incognite, a partire dalla situazione di Puigdemont, per cui la giustizia spagnola ha chiesto nuovamente l’estradizione: i magistrati belgi dovranno prendere una decisione nelle prossime settimane. Lo stesso dicasi per la richiesta che Oriol Junqueras, eletto a Bruxelles lo scorso maggio, ha fatto alla giustizia europea perché gli venga riconosciuta l’immunità in quanto eurodeputato: il 12 novembre si avrà il responso del Tribunale che ha sede nel Lussemburgo.


Riformare il sistema?


La crisi catalana è ben lontana dall’essere risolta. Il rischio è che, pur tra momenti di maggiore o minore tensione, possa trascinarsi per parecchi anni. L’irresponsabilità dimostrata negli ultimi sette anni dalla classe politica, sia a Madrid che a Barcellona, è enorme. Così come l’incapacità di sedersi a dialogare, perfino nel momento in cui le manifestazioni per la prima volta si sono trasformate anche in scontri con la polizia, aprendo possibili scenari preoccupanti.


La Spagna sta vivendo una crisi che ha mandato all’aria gli equilibri creatisi con la transizione alla democrazia dopo la fine della dittatura franchista. La classe politica spagnola, inclusa quella catalana, non è riuscita ad adattarsi alla fine delle maggioranze assolute e a un sistema non più bipartitico: un parlamento frammentato esige governi di coalizione e capacità di mediazione. Il fatto che negli ultimi quattro anni si siano celebrate ben quattro elezioni legislative, contando anche quelle del prossimo 10 novembre, è più che sintomatico di tale incapacità. Una sconfitta della politica senza se e senza ma che sta provocando, come evidenziato da tutti i sondaggi, una crescente insoddisfazione della cittadinanza e una sfiducia nei confronti delle istituzioni.


Il conflitto catalano non è altro che la declinazione territoriale di questa crisi multilivello.L’unica soluzione è, oltre al dialogo, una profonda riforma di tutto il sistema politico spagnolo. Ma per questo servono politici coraggiosi e capaci. E per ora, purtroppo, non se ne vedono all’orizzonte.


Carta di Laura Canali

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NOTIZIE SULL’AUTORE DELL’ARTICOLO : STEVEN FORTI

 

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Steven Forti

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Steven Forti (Trento, 1981) è ricercatore presso l’Instituto d’História Contemporânea dell’Universidade Nova de Lisboa (UNL) e professore a contratto presso l’Universitat Autònoma de Barcelona (UAB).

Laureatosi nel 2005 all’Università di Bologna con una tesi sul massimalismo socialista nel primo dopoguerra italiano, nel 2007 ha conseguito il Master en Historia Contemporánea presso l’Universitat Autònoma de Barcelona (UAB) e l’Universidad Autónoma de Madrid (UAM) e, nel 2011, il dottorato di ricerca in Storia (Doctor Europaues) presso la UAB e l’Università di Bologna – con periodi di soggiorno di ricerca all’Università di Roma Tre (2008) e all’Université Paris IV Sorbonne (2009) – con una tesi sulla questione del transito di dirigenti politici dalla sinistra al fascismo nell’Europa interbellica. Si occupa di storia della politica e del pensiero politico dell’Europa contemporanea, in particolare della Spagna e dell’Italia.

 

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2 Responses to STEVEN FORTI (notizie al fondo), Il conflitto con la Catalogna è il simbolo della crisi della Spagna — LIMES ONLINE DEL 30 OTTOBRE 2019

  1. marina gori scrive:

    grazie! non l’ho ancora letto ma mi sembra molto interessate

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