FRANCESCA BORRI ( notizie in fondo ) :: Hezbollah e la sindrome del complotto straniero– IL FATTO QUOTIDIANO DEL 31 OTTOBRE 2019 –PAG. 19

 

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 31 OTTOBRE 2019 –PAG. 19

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/10/31/hezbollah-e-la-sindrome-del-complotto-straniero/5541550/

 

 

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Hezbollah e la sindrome del complotto straniero

Hezbollah e la sindrome del complotto straniero
Nasrallah non crede alla rivolta popolare

 

 

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Hassan Nasrallah, più correttamente Hasan Nasr Allah (Bourj Hammoud30 agosto 1960), è un politico libanese, segretario del partito e gruppo militare sciita Hezbollah.

Contemporaneamente alla sua promozione a Segretario Generale ( 16 febbraio 1992 ), Hezbollah iniziò una maggiore partecipazione politica negli affari interni del Libano, partecipando alle elezioni parlamentari del 1992, le prime dopo la guerra civile libanese. Il partito riportò un notevole successo, facendo eleggere dodici suoi militanti al parlamento libanese e formando il blocco parlamentare chiamato “Fedeltà alla Resistenza“.

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Hassan_Nasrallah

 

 

Il testo dell’articolo inizia da qui:: 

Il primo a reagire, al nono giorno, è stato Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah. Davanti alle manifestazioni più ampie, e soprattutto, più nuove, della storia del Libano, che chiedono un cambio non solo di governo, ma di sistema, e la fine della ripartizione del potere su base religiosa, è ricorso alla più tradizionale delle linee di difesa, qui: la cospirazione straniera. Chi finanzia tutto questo?, ha domandato. Chi paga per le tende? Per i panini? Per il palco e la musica? Ma a Riad el-Solh, la piazza principale di Beirut, gli hanno subito ribattuto: e tu, allora? Che sei finanziato dall’Iran? E a migliaia, uno a uno, hanno risposto con dei messaggi su Youtube. Dicendo: pago io. Perché poi, l’hanno notato tutti: per la prima volta, persino Hassan Nasrallah aveva alla sua destra non la bandiera di Hezbollah, ma quella del Libano. Non quella dei suoi sciiti, ma quella di tutti. Il Libano non cede. Il 29 ottobre il primo ministro Saad Hariri si è infine dimesso. Ha detto che è necessaria una svolta. Ma ha anche detto che la priorità, adesso, è la tenuta del Paese. E soprattutto, della sua economia. Come aveva già avvertito Riad Salameh, il governatore della Banca centrale: imputando alle manifestazioni l’imminente crollo finanziario. Troppa incertezza, aveva spiegato. Troppo scompiglio. Gli investitori, così, non hanno più fiducia nell’economia. “Ma uno così, stiamo ancora qui ad ascoltarlo?”, mi dice una ragazza. “Ha citato le rimesse degli emigrati come la principale risorsa del Libano. E invece, siamo in piazza proprio perché vogliamo un lavoro. Una casa, una vita. Proprio perché non vogliamo più andare via”.

Asfissiato da un debito che è il 150 per cento del Pil, il Libano è classificato già da mesi dalle agenzie di rating con una C. E sotto la C, non c’è niente. C’è la bancarotta. E così, le manifestazioni continuano. E continuano ovunque. Domenica scorsa, i libanesi si sono tenuti per mano per 170 chilometri: da Tripoli, nel nord, fino a Tiro, nel sud. “Perché siamo davvero tutti in piazza. Tutti uniti”, mi dice Nizar Hassan, 26 anni, un conduttore radiofonico molto seguito. “Non protestano solo i più poveri. Qui siamo tutti allo stremo. Anche quelli che hanno laurea e dottorato. La povertà è al 25 per cento. Così come la disoccupazione. E il 50 per cento del Pil va allo 0,1 per cento della popolazione.

E a fronte di numeri così, di questioni strutturali, il governo cosa fa? Cosa propone? Una tassa su Whatsapp”. Con la sua laurea alla Soas di Londra, Nizar Hassan è il prototipo del libanese di Riad el-Solh. Perché in questi giorni, è vero, Beirut sembra un rave. Allegra e irriverente. Ma è molto di più. Si balla, si balla fino all’alba, e ti senti dire: andremo a casa solo quando anche il governo andrà a casa. Il presidente del Libano, Michel Aoun, era a capo dell’esercito durante la guerra civile. Ha 84 anni: viene da un altro pianeta. “Le dimissioni di Hariri sono solo il primo passo – dice Nizar Hassan – ora vogliamo un governo tecnico e nuove elezioni. E soprattutto, vogliamo il carcere per chi in questi anni si è rubato tutto”.

Sembra che a Beirut si balli e basta perché il movimento non ha un leader. Né un nome, e un’organizzazione. Niente. La sua sola bandiera è la bandiera del Libano. Ma è una scelta intenzionale, mi spiegano al Saifi di Gemmayzeh, l’area della movida in cui Beirut è bella e creativa come New York: e che fa ora da retrovia a Riad el-Solh. Mentre il governo rimedia ai continui black-out con vecchi generatori a gasolio, qui hanno studiato nei migliori politecnici europei: e ora progettano impianti eolici e solari in giro per il mondo. “Se avessimo una struttura, dei portavoce, se anche solo ci dividessimo in gruppi per dividerci i compiti, inizierebbero subito a dire che dietro questo c’è la Cia, dietro quell’altro c’è Soros. Tentando di separarci e cooptarci”, dicono. “E invece non vogliamo compromessi. Vogliamo che spariscano tutti. E tutti significa tutti. Nessuno escluso”. Alle dimissioni di Hariri, infatti, è seguito un rapido brindisi: ma niente di più. Sono tutti ancora in piazza. “Il rischio è che sia semplicemente sostituito.

Che si abbia semplicemente un altro governo. Diverso solo nei nomi”, spiega Omar Nashabe, 44 anni, attivista di lungo corso specializzato in carceri e criminalità. Come molti altri, potrebbe addentrarsi per ore, e in dettaglio, nelle riforme necessarie. Ma alla fine, le rivendicazioni dei libanesi sono veramente basilari. Si discute di tutto, qui, tranne che di quello da cui davvero dipende il destino di queste manifestazioni: Hezbollah. Che non ha solo un ampio consenso. Ha anche una sua milizia. Unico tra i partiti. Perché gli è affidata la resistenza a Israele. Per ora, quando i suoi militanti sono entrati a Riad el-Solh armati di spranghe, l’esercito ha subito ristabilito l’ordine. Ma sono tutti in attesa delle decisioni di Nasrallah. “E Nasrallah non ha accusato chi protesta di essere al libro paga degli stranieri”, mi dice una sua sostenitrice che preferisce restare anonima. “Gli ha chiesto di organizzarsi. Di formulare richieste precise. Per evitare infiltrazioni e strumentalizzazioni. E penso abbia ragione. Vorrei restare qui in piazza. Ma mi fido di Nasrallah” E quindi, sta tornando a casa. Ma davvero, dice: vorrei restare qui. “Perché un giorno, vorrei non avere paura di dire cosa penso, e di dirlo con il mio nome”.

 

 

 

Francesca Borri

Francesca Borri

Corrispondente di guerra

Non amo la definizione di giornalista di guerra, anche se scrivo soprattutto di Siria, in questi mesi, vivo in Medio Oriente, e in quello che scrivo, in genere, qualcosa esplode, qualcuno muore. Ma le guerre, alla fine, non sono solo quelle con i missili e i carrarmati – quelle sono solo le guerre più facili da vedere. L’unica cosa che mi guida, in realtà, è la curiosità. E l’unica cosa che le mie storie hanno in comune, è che sono storie a km zero. Storie, cioè, non raccontate con un copia&incolla da internet, con telefonate, voci, pezzi di facebook, pezzi di altri, ma toccate con mano, fango alle caviglie: storie raccontate dalle vene del mondo. Perché il mondo sembra in bianco e nero, amici e nemici, torto e ragione, solo a guardarlo a distanza. Da vicino, tutto è molto più complesso, più sfumato, i ruoli spesso si ribaltano – e i confini si sgranano: perché quando entri in una sperduta casa africana, e ti parlano in perfetto francese, non puoi non capire quanta parte di noi c’è in questo mondo che crediamo lontano. Che crediamo estraneo.
E spesso non è la nostra parte migliore.
E non sei più tu, allora, all’improvviso, quello che fa le domande. A volte, a guardare da vicino, tu sei quello chiamato a rispondere.

Francesca Borri, 1980, studi in relazioni internazionali, dopo una prima esperienza nei Balcani ha lavorato in Medio Oriente, e in particolare in Israele e Palestina, come specialista di diritti umani. Nel 2012 ha deciso di raccontare la guerra di Siria come reporter freelance. Da allora, i suoi articoli sono stati tradotti in 15 lingue.

Il suo libro più recente, La guerra dentro, attualmente disponibile in Italia e Norvegia, uscirà in Gran Bretagna la prossima primavera.

 

da ::

https://www.ilfattoquotidiano.it/blog/fborri/

 

l’ultimo libro di Francesca Borri ::

 

La guerra dentro - Francesca Borri - copertina

La guerra dentro

Francesca Borri

Articolo acquistabile con 18App Carta del Docente
Editore: Bompiani
Collana: Tascabili
Anno edizione: 2014
Formato: Tascabile
In commercio dal: 21 maggio 2014
Pagine: 238 p., Brossura
12 euro prezzo pieno

 

Il 21 agosto 201 3 un attacco chimico alla periferia di Damasco ricorda al mondo l’esistenza della guerra in Siria, già in corso da due anni. L’intervento occidentale sembra imminente, decine di giornalisti accorrono alla frontiera per poi sparire delusi quando Obama decide di non bombardare. Lasciano dietro di sé 1 26.000 vittime accertate, 200.000 stimate, e oltre metà della popolazione sfollata o rifugiata nei paesi vicini: secondo le Nazioni Unite, la peggiore crisi umanitaria dai tempi della seconda guerra mondiale. Francesca Borri copre per mesi la battaglia di Aleppo da reporter freelance e capisce presto di trovarsi su un duplice fronte: quello di una guerra senza regole, dove non esiste alcuna distinzione tra civili e combattenti, ma anche il fronte quotidiano dei rapporti con i caporedattori e gli altri giornalisti, in cui dominano cinismo, competizione, superficialità. Un viaggio nella guerra, ma anche nei meccanismi a noi nascosti con cui viene costruito, e spesso distorto, il suo racconto. Un viaggio che investe come un colpo di mortaio tutto quello in cui crediamo, il lavoro, l’amicizia, le ambizioni, e ci costringe a non sprecare più niente della bellezza della vita.

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