ASTI. DARIO OLIVERIO, INTERVISTA A PAOLO CONTE –REPUBBLICA DEL 9 NOVEMBRE 2019

 

 

 Repubblica del 9 novembre 2019

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 Credit Marco Nirmal Caselli/ Rosebud2 (dettaglio)

Intervista  Musica

 

Paolo Conte: “Una dea nera a ritmo di jazz ci salverà”

 

Siamo andati nel suo studio legale, ad Asti. A parlare di provincia, di tribunali e di poesia. E del potere pagano della musica: “Una linfa scura, la vera bellezza che viene dall’Africa”

Asti. Fuma?”. Sì, anche lei fuma ancora? “Meno”, dice tirando fuori un pacchetto di Marlboro quasi vuoto. La prendo, così posso raccontare di aver scroccato una sigaretta a Paolo Conte. “Se la gusti prima però”. E così gli elementi ci sono tutti: fuori dalla porta di Corso Dante 60, Asti, si vede la targa con la scritta “Avvocato Conte”, dalle finestre del piano terra si sente cadere la pioggia, tutto intorno è pioggia pioggia e Piemonte, la stanza si riempie del fumo che sale dalla scrivania verso la lampada da tavolo da studio legale. Siamo evidentemente piombati in una canzone di Paolo Conte. Tutto vestito di nero, con un maglione da poeta francese, le rughe che chiunque vorrebbe avere alla sua età disegnano i tratti di un viso che non si riesce a smettere di guardare. E la voce migliorata negli anni (ne ha 82), forse perché poco usata in occasioni che non riguardino il canto, come parlare con i giornalisti per esempio.

Ride poco e soprattutto con gli occhi perché, come dice riferendosi alla “risata omerica di Louis Armstrong”, “per riderci sopra, in generale, ci vuole saggezza”. E parla ancora meno perché è vero che da queste parti si ha sempre paura di dire troppo, ma d’altra parte che cosa dovrebbe avere da dire Paolo Conte che non sia consegnato in quasi sessant’anni di carriera, 32 album, centinaia di disegni, migliaia di concerti e, ultima arrivata, questa riedizione lussuosa di Razmataz, un libro-mondo, un po’ sceneggiatura un po’ musica e spartiti un po’ bozzetti e disegni, un atto d’amore e di devozione pagana alla musica, all’arte e alla ricerca di una vita? La sigaretta intanto è finita.

Ci sono due tipi di artisti. Quelli del primo sono la maggioranza: nascono in provincia, se ne vanno e per il resto della vita non fanno che descrivere, raccontare, trasfigurare il posto che hanno lasciato, dall’Algeria di Albert Camus alla Macondo di García Márquez. Quelli del secondo tipo sono più rari: nascono in provincia e non se ne vanno. Eppure anche questi trasfigurano il loro mondo con un racconto universale: da Flaubert a Paolo Conte. Esagero?

“Molti cosiddetti cantori della provincia l’hanno fatto. Io alla provincia non chiedo niente. La conosco perché abito qui, non mi sono mai mosso da qui. Non la voglio criticare né la voglio osannare. Diciamo che i personaggi da queste parti sono più visibili che nelle grandi città. Certe tipologie di persone le ho centrate di più perché qui sono più separate le une dalle altre. Per il resto ho scritto di paesaggio, cosa che pochi fanno. Genova per noi o anche Diavolo rosso possono essere considerate anche canzoni di paesaggio. Paesaggio che forse già mentre scrivevo trasfiguravo. E anche un po’ lo leggendarizzavo. Insomma, me lo facevo piacere”.

Non si discute la bellezza della provincia, si discute quanto sia difficile per chi ha una vocazione cosmopolita o una certa inquietudine, rimanerci, farci i conti, fare pace, farne poesia.

“Vorrei dirle una cosa sugli astigiani, e io sono astigiano purosangue. Qui di poesia e di cose gentili non si è mai trattato. Qui chi ha voluto scrivere ha scritto tragedie. Alfieri, Della Valle, Alione… Perché siamo ancora di origine contadina, rurale. Qui non c’è nessun frizzo galante, qui siamo tagliati un po’ con la scure”.

Forse è stata la scoperta del jazz ad aiutarla. Una musica che lei ha definito “sacra nelle campagne divenuta profana nelle città”. È così?

“Non mi sono mai fatto influenzare troppo dalla maniera leggendaria e romantica con cui ci hanno venduto il jazz nei vecchi libri gli americani. Io il jazz l’ho visto come una cosa reale. Dalle origini molto ondulate, certo: una linfa nera che viene dall’Africa, tecniche mutuate dalla musica classica europea. Però la storia del vecchio nero senza denti che suona un piano scordato o di Jelly Roll Morton nei casini… Mica vero: era un tipo un po’ particolare ma aveva una sua etichetta e faceva il suo mestiere di musicista”.

Come è arrivato il jazz nella sua vita?

“Durante la guerra. I miei genitori erano appassionati di musica, erano giovani e in barba alle proibizioni del fascismo si procuravano partiture americane, qualche disco”.

E come ha attecchito in queste terre piuttosto inclini a una certa diffidenza?

“Asti è la città che ha dato più jazzisti italiani. Bassi, Dino Piana… Forse è il residuo di quello che dicevo prima sui tragediografi: scegliamo la cosa più difficile, non facciamo le canzonette, facciamo il jazz”.

Tipico di queste parti: vergognarsi della comodità.

“Bravo. C’è questa gena (che per chi non è piemontese sarebbe imbarazzo, soggezione, senso di inadeguatezza di fronte al giudizio, reale o presunto, degli altri, ndr).

Chi è la Regina nera al centro del suo libro-vaudeville “Razmataz”?

“La bellezza nera proveniente dall’America che agli inizi del secolo è stata intuita dall’Europa. Dietro c’è il fantasma di Josephine Baker, anche lei americana, americanissima. Ma che i francesi, che quando gli piace un artista tendono subito a cambiargli i connotati, hanno chiamato Bakér invece di Baker, facendone un personaggio tutto loro”.

A lei i francesi cosa hanno cambiato?

“Anche a me hanno messo l’accento sulla “e” più volte”.

Diceva della bellezza nera…

“La bellezza nera è quella che ho visto nei musicisti, nella loro camminata, nel loro modo di muoversi. In qualche canzone li ho anche accomunati ai boxeur…”.

“…Duke Ellington grande boxeur…”

“…tutto ventagli e silenzi”.

La conosce?

“Me la ricordo”.

Una regina nera bellissima…

“Può darsi che cercassi, senza dirla troppo in grande, una divinità. Femmina, donna: cercavo una sorpresa. C’è una mia canzone, passata un po’ inosservata, che si chiama La negra… Ci ho messo dentro l’idea di questo tale che riceve una telefonata e capisce che è una negra che gli sta parlando. E però la rifiuta per pigrizia, un po’ alla Massimo Troisi, ha presente?”.

Che cosa in particolare?

“Quei suoi personaggi incerti, esitanti. Ecco, con quel tipo di pigrizia ho rifiutato il contatto di questa donna al telefono. Sentivo che era la vita a chiamarmi, che era il sole, che era un’energia meravigliosa, adorabile, da adorare. Ma nella canzone non riuscivo a mantenere il contatto con lei”.

So che lei detesta l’attualità…

“Non sarei capace di parlarne”.

 ma non le sembra che quello che ha appena detto, la curiosità per qualcosa che viene da lontano e la pigrizia di non volerlo conoscere somigli all’atteggiamento che abbiamo in Occidente nei confronti di chi viene qui portando, insieme alla disperazione, anche musiche, storie, conoscenze, saggezza, bellezza?

(Stavolta la pausa prima della risposta è particolarmente lunga) “Avremmo bisogno di sangue nuovo. Avremmo bisogno di imparentarci di più. Facciamo molta fatica a farlo però”.

Le posso chiedere una cortesia?

“Dica”.

Una lista di cinque brani che dovremmo ascoltare in questi tempi per aprire l’orecchio e la mente all’ascolto di una cosa diversa. Per aiutarci a trovare una bellezza che non sappiamo di conoscere.

“Ah, bisogna andare con calma. Scremare i pregiudizi, le ignoranze. Molti sono presi dalle mode in maniera terribile ed è difficile scalfirli. È un altro dramma dei tempi attuali. Io ascolto dischi registrati nel 1925, il suono è molto diverso da quello a cui si è abituati oggi. Oppure se dico che il più grande pianista mi è sempre sembrato Arturo Benedetti Michelangeli potrebbero considerare quel tipo di esecuzione diciamo vecchiotto. La gente vuole un suono più… vogliono il tamburo a tutti i costi, vogliono il tamburo elettronico, neanche quello vero. Bisogna scremare tanto”.

Fidiamoci dei lettori.

“Cinque sono pochi”.

Cinquanta?

“No no, va bene cinque. Mettiamoci Carnevale di Vienna di Schumann. Va bene?”.

Ma sì.

“Poi César Franck, Preludio, aria e finale. Poi ci mettiamo, aspetta un po’… Potato Head Blues di Armstrong. Poi, così gli rendiamo la vita difficile, Egyptian Ella suonato da Milt Herth, organista. E Some of These Days cantato da Sophie Tucker, la più grande cantante per me superiore anche a Bessie Smith”.

Lei ha parlato di moda. Ed è un uomo elegante.

“Lo sono stato, da giovane ero un po’ dandy”.

Che differenza c’è tra eleganza e moda?

“Eleganza è un risultato che puoi valutare benissimo da solo. Moda invece è ciò che vuole essere osservato dagli altri. Si può dire una cosa del genere?”.

Certo. La provincia è cosa dicono gli altri. Insisto: come ha fatto un uomo di mondo come lei a non andarsene? A Torino almeno…

“Torino mi piace devo dire. La più brutta città, ma non lo scriva, ce lo diciamo solo tra noi, è…”.

Ma l’ha messa in una canzone!

“Ma perché avevo in mente un punto esatto nel buio, vicino all’autostrada… Comunque sono restato qui per pigrizia. Pigrizia, timidezza, gena. Non volermi mischiare tanto con gli altri, restare un po’… così”.

La provincia in questi anni ha avuto un’involuzione: colpita dalla crisi economica, con i giovani che però non se ne vogliono andare sperando che tornino i tempi d’oro dei loro padri. Nel frattempo perdono ricchezza e lavoro e si incattiviscono con chi pensano venga a prendere il loro posto. Non trova?

“La provincia qui non l’ho vista cambiare tanto. Siamo ancora legati alla campagna. Ma è vero, ci sentiamo purosangue. E in effetti se guardiamo l’America, dove ce n’è tanta di campagna, tanta di provincia, è lì che continua a covare il Ku Klux Klan. E ora abbiamo fenomeni analoghi nel Nordeuropa. Quindi, lei vorrebbe dire, bisogna essere più metropolitani? È così?”.

Non so se basta.

“Però sarebbe una buona partenza”.

Il jazz è musica pop o musica colta?

“È più pop. Si è discusso troppo, soprattutto tra i critici degli anni ’50, intorno al jazz. Che ha invece uno spirito libero: prima le ritualità legate all’Africa, poi il legame con il ballo, il periodo del charleston e dello swing negli anni ’30. Dopodiché si è intellettualizzato col bebop e i movimenti successivi. Io da appassionato l’ho seguito fino a oggi, ma per me il vero periodo d’oro sono gli anni ’20, quando viene attraversato il crinale tra il folklore consapevole e la musica propriamente detta. Mi piace quando si sente questo passaggio da un mistero drammatico a qualche cosa di più costruito. Diciamo che coincide con Johnny Dodds e Louis Armstrong”.

Quale influsso ha avuto il jazz nei musicisti colti? È stato incorporato o ignorato?

“Entrambe le cose: hanno subito una folgorazione che non li ha più lasciati. Ravel per esempio ha scopiazzato Gershwin nel Concerto in sol mentre Stravinskij ha privilegiato l’aspetto ritmico, anche se non era di estrazione jazzistica, era un ritmo che si era portato dalla Russia. Rachmaninoff andava a sentire Art Tatum e rimaneva estasiato. Ansermet aveva scritto su Jimmy Noon un articolo entusiasta. Insomma, sentivano che in America stava succedendo qualche cosa ma non l’hanno fatta propria: il jazz è rimasto pop”.

E la sua musica è pop o colta?

“Mah, per rispondere bisogna partire da come tutto è cominciato. Mi sono messo a scrivere canzoni perché ero appassionato di musica, mio padre era un ottimo pianista e anche mia madre, appassionata di classica. Mi sono innamorato del jazz perdutamente, era la musica che mi piaceva insieme a qualche grande tema di compositori americani o francesi. Non mi piaceva quello che si faceva in Italia”.

Che cosa intende?

“Tutte le canzoni che mi sono beccato tra fascismo e Dopoguerra. Erano anche delle belle musiche (adesso le sto rivalutando molto) ma i testi erano tremendi”.

Per esempio?

Bombolo per dirne una. Una cosa inverosimile nella sua bruttezza assoluta. Però i parolieri erano abili, trovavano lo slogan, il titolo. Parlavano di fiori, fiorin fiorello, il prato, c’erano fiori e prati dappertutto. Soprattutto, a rendere le canzoni enfatiche e noiose erano quelle voci ancora di stampo semilirico, tenorile, baritonale”.

E poi?

“Ho cominciato ad ascoltare qualche italiano che faceva cose più interessanti: Celentano, Caterina Caselli, Jannacci. Gente che non cantava più con quell’enfasi distaccata. La Caselli cantava proprio un po’ da lavandaia. Celentano come una persona che parla. E così la prima Patty Pravo. Allora mi sono detto: provo a scrivere qualcosa. Al pianoforte in casa ho scoperto che mi venivano temi musicali che avevano la forma della canzone. E ho cominciato come autore per gli altri”.

Con suo fratello.

“Sì, andavamo su a Milano una volta alla settimana per magari sentirci dire “sono in riunione, torna tra una settimana”. Mio fratello, più intraprendente di me, ha preso contatti e piano piano sono venute fuori delle canzoni…”.

…sciocchezze come “Azzurro”…

“Sì, cose così. Finché poi mi legai alla Rca, che a Roma era la casa discografica d’avanguardia, quella che sperimentava di più e aiutava i giovani. Il grande produttore Willy Greco mi ha fatto pubblicare dei provini voce e pianoforte per far sentire le mie canzoni ai cantanti. Non pensavo proprio di cantare io. Ma lui mi diceva dai dammi ascolto che qui c’è verità… verità… mah. E così abbiamo cominciato”.

Non deve essere stato facile mettersi a cantare da queste parti. Aveva “gena”?

“Mi vergognavo prima di tutto davanti a me stesso. Poi mi dicevo chissà la gente che cosa dice. Io facevo anche un altro mestiere, una professione, sa… Scantonavo gli angoli per non farmi vedere dai miei clienti… Speriamo che non mi abbiano sentito ieri sera in trasmissione, mi dicevo”.

La sua professione numero uno, cioè la musica, ha influito sulla numero due? Ha avuto più clienti?

“No. All’epoca non ero così conosciuto. E non credo che sarebbero andati da un avvocato che faceva il cantautore”.

E la due sulla uno? Voglio dire, nei sui testi c’è una innegabile visione da avvocato del popolo, diciamo così, o dell’umanità, la ricerca di una giustificazione per come la gente si comporta, quasi una certa pietas nei confronti di chi sbaglia.

“Bisogna essere un avvocato molto garantista, come sono sempre stato io: saper vedere le cose anche un po’ con l’anima e non soltanto con la tecnica. Però io, venendo da una famiglia di notai, mi sono occupato soprattutto di diritto civile. Dal penale non ho tratto molto. Dalla curatela fallimentare direi di sì”.

Il Mocambo, certo.

“Li ho visti e li ho tenuti sotto controllo, i falliti”.

Lei sostiene che la sua canzone più bella, dal punto di vista della musica, è “Gli impermeabili”. La causa civile più bella invece?

“Una causa durata nove anni. La sera prima di andare a sentenza, a mezzanotte, vengo in ufficio e scrivo l’ultima memoria di replica, una paginetta, come ultimo atto. Sono partito con una filippica tipo: “Adesso il povero mio cliente deve vedere tramontare il sole sulla sua proprietà…”, praticamente un piccolo componimento poetico. Poi metto dentro una mia ideuzza giuridica che non era mai stata trattata prima in quel tipo di causa e la aggiungo alla fine. E concludo sempre col tramonto. Due giorni dopo al palazzo di giustizia salgo le scale insieme al presidente del tribunale, che mi fa: avvocato, è sempre un piacere leggerla. Finalmente esce la sentenza. Tutta la storia del tramonto sulle terre, niente, invece avevo centrato quella piccola ideuzza giuridica… Mi sono trovato a galleggiare tra i due aspetti della mia vita”.

La professione numero tre è quella di pittore. Segue anche in questo caso la sua idea che bisogna ricercare un altrove, un ailleurs, per contrastare l’eccesso di realtà?

“Ho disegnato un po’ di tutto. Il vizio del disegno e della pittura sono più antichi ancora di quello della musica. Da bambino disegnavo trattori con tutti i particolari del motore, perché mi hanno sempre attratto. Mi divertivo a girare il foglio al contrario per vedere se li avevo disegnati giusti. Poi c’è stato il periodo dei cavalli, delle donne nude, dei suonatori. Non ho mai scelto un modello, a me interessava la linea. Io sono un modernista, non un postmodernista, io sono attratto dalla linea del Novecento. Ho disegnato per il piacere di tracciare le linee in un certo modo”.

Lo fa tuttora?

“Sono stato forse dieci anni senza prendere una matita in mano. Però adesso lo sto facendo. Cose astratte. Uso pastelli su cartoncino nero. Ti danno delle strane sorprese”.

Un’ultima domanda.

“Ma no, continui. Oggi parlo eh?”.

Ha raccontato di un sogno in cui lei rotola da un pendio abbracciato a una tigre. Come lo interpreta?

“Era un sogno piacevole che aveva allo stesso tempo qualcosa di terribile, perché una tigre è sempre una tigre. Era un po’ come abbracciare una donna che ti piace, e rotolare abbracciati per quel pendio morbido, all’infinito. Ma la tigre non era solo la donna, o l’amore, era anche la natura, la bellezza. Un sogno felice”.

Altro sogno: il podere di suo nonno.

“Lì c’è la storia del trattore. Da bambino nella tenuta di mio nonno passavo ore, su un poggio, guardando e ascoltando nel campo di sotto il trattore con cui il vicino arava. Ero enormemente attratto dal rumore che faceva questo trattore. Quando veniva più vicino aveva un suono più nitido, si sentiva la ferraglia del motore. Quando si allontanava emetteva una specie di muggito. Era una cosa molto primitiva, arcaica”.

Azzarderei che entrambi i sogni hanno a che fare con un’entità sfuggente, bellissima e pericolosa. La musica forse?

“Mi sono accorto che ho sempre cercato il mistero arcaico e arcano nella musica. In Egyptian Ella, che le ho indicato, c’è un organista che suona insieme agli altri e lì nelle sue note c’è qualcosa di quel trattore. Qualcosa di quel muggito in lontananza, che via via si faceva più forte”.

Lei ha un’età da nonno…

“Anche bis”.

…che cosa gli direbbe se lo potesse incontrare ora?

“Mi farebbe un piacere enorme. Ma non saprei tanto perché”.

Probabilmente è perché siete entrambi due piemontesi riservati.

“Credo che manterrei il rapporto sportivo che avevo con lui. Cercherei di ridere con lui”.

E se incontrasse suo padre?

“Lo prenderei, lo porterei nel bar qui davanti a prendere un caffè e lo guarderei mentre mette cento lire sul bancone aspettando ancora il resto. Poi lo abbraccerei e comincerei a dirgli qualcosa dei tempi di oggi”.

Sua madre?

“Con lei avevo il rapporto più stretto di tutti. L’ho sempre sentita moderna e così continuerei a sentirla, non avrei cose da spiegarle. Ammesso che io sia capace di spiegare qualcosa dei tempi di oggi. Manterrei un rapporto spirituale, sempre lo stesso”.

Musica, pittura, immagini. Veniamo ai suoi testi. Parlava prima di Diavolo rosso, “… la morte contadina /che risale le risaie e fa il verso delle rane/ e arriva sulle aie bianche / come le falciatrici a cottimo” è un esempio di poesia in senso tecnico, con le sue rime interne, le sue allitterazioni, le sue onomatopee. Questa tecnica da dove viene?

“Prima di tutto dalla tecnica di composizione della canzone. Io l’ho sempre detto ma gli intervistatori non mi hanno mai capito perché quei giovani giornalisti…”.

Giovani…

“Lei è giovane ma è comunque anche vecchio. Ho sempre cercato di far capire che io lavoro prima scrivendo la musica e cioè melodia, armonia, bassi e un’idea del ritmo. Tutto quello che poi sarà arredamento di suoni lo faccio dopo arrangiando. Ma la pagina la faccio fare dalla musica”.

Credo lo facciano tutti i poeti…

“Ma vede la musica è implacabile, ha le sue onde, è lei che apre e chiude il discorso, mentre la poesia può andare avanti all’infinito se non la chiudi. Quindi scrivendo prima la musica in qualche modo faccio i conti con l’orologio. Per la mia vecchia estetica tre minuti, tre minuti e mezzo, quattro minuti sono la misura e quindi anche la concisione che lei chiama poetica deriva da questa tecnica. In quel breve spazio devo dire molto. Per esempio Via con me è una canzone che dice molto in uno spazio molto breve, due minuti e 20″.

Un principio di economia. E poi?

“E poi il principio del detto-non detto. Nasce, intimamente, dalla paura di dire troppo”.

Sempre la “gena”, eh?

“Già. E poi anche da un’urgenza di lasciare libertà a chi ascolta. A differenza di tanti miei colleghi cantautori non mi sono mai posto l’obiettivo di mandare un messaggio. Io racconto qualcosa, voi prendete. Ve lo dico in poche parole, ve ne lascio indovinare altre, fatevi l’idea che volete. C’entra anche un pochino la passione per l’enigmistica. Sono un vecchio enigmista, creo anche i rebus”.

Si intitola Rebus anche una sua canzone.

“Anche lì c’è il tentativo di dare doppi sensi alle parole, cercare di bilanciare detto e non detto”.

Sembra pura tecnica detta così.

“No, c’è anche una questione di colore. Perché la musica quando nasce, ed è il momento in cui ti eccita di più, è astratta, in bianco e nero. Quando le metti il testo, le parole significano, hanno colori, creano fotografie, immagini. E qui scatta un altro meccanismo passionale. Perché la musica ti vorrebbe portare in un gorgo e le parole invece ti costringono a dire. E io tengo a che si capisca quello che ho voluto dire e che si intuisca quello che invece non ho voluto dire. Il significato primo di una pagina si deve capire”.

Che cosa ha letto?

“Ho letto poco, forse più poesia che prosa. I grandi poeti italiani del Novecento mi piacciono tanto: Campana, Sbarbaro…”.

E Seferis mi sembra.

“Certo, certo, Seferis… Il re di Asine… Grande classico. L’ho scoperto per caso in una rivista da donna che aveva mia madre. C’erano la notizia che aveva ricevuto il premio Nobel e due o tre sue poesie. Mi sono procurato i suoi testi, mi è piaciuto molto. Grande eleganza. Anche Kavafis. Però meno attraente di Seferis, che è più carnale”.

Non piove quasi più. È ora di uscire, con in testa come colonna sonora Gli impermeabili: “Ma come piove bene sugli impermeabili – da du da dada – e non sull’anima”. “L’ho tolta”. Che cosa? “Quella frase sull’anima”. L’ha tolta? E perché? “Diceva troppo”.

ll libro: l’opera–mondo chiamata “Razmataz. Capitolo finale di un progetto di commedia musicale nato trent’anni fa (e secondo lo stesso Paolo Conte “figlio dei miei vizi capitali”), che ha già prodotto, nel 2000, anche l’album musicale omonimo, oggi Razmataz è divenuto un volume di grande formato e dalla natura poliedrica. Narra una storia ambientata negli anni Venti del Novecento a Parigi e celebra la magia dell’incontro “della vecchia Europa con la giovane musica nera”. La sparizione di una ballerina e la sua ricerca sono lo spunto per un racconto che è fatto dalla sceneggiatura originale, dalle tavole disegnate da Paolo Conte e dai suoi spartiti autografi. Il  volume esce in questa nuova edizione Feltrinelli con una parte inedita, la conversazione tra Conte e Manuela Furnari. In allegato anche il dvd. In libreria dal 14 novembre