PIETRO CITATI, Tolstoj in Cecenia: più guerra che pace. Battaglie e tradimenti dell’eroe Chagi-Murat.– CORRIERE.IT/CULTURA– 19 GIUGNO 2012 ++ altre cose…

 

 

Ha affermato Evtušenko: «Se il presidente Eltsin avesse letto Chadži-Murat di Tolstoj, è assai improbabile che si sarebbe imbarcato in un conflitto coi Ceceni» (wikipedia)

 

Chadzi Murat

Lev Tolstoj

Articolo acquistabile con 18App Carta del Docente
Traduttore:Milli Martinelli
Collana:Classici
Anno edizione: 1994
Formato: Tascabile
In commercio dal: 9 marzo 1994
Pagine: 192 p.
10 EURO, PREZZO PIENO
Libri di Lev Tolstoj

Lev Nikolàevič Tolstòj  ((Jàsnaja Poljana9 settembre 1828 – Astàpovo20 novembre 1910), è stato uno scrittorefilosofoeducatore e attivista sociale russo.

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Lev Tolstoj a Jasnaja Poljana.
Foto del 1908

 

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Si scambiarono delle lettere, o almeno  si sa che Gandhi  scrisse a  Tolstoij, ma non si incontrarono. La foto è un fotomontaggio.

 

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L.N. Tolstoj. L’ultima lettera alla moglie / Последнее письмо Льва Толстого жене.

“La mia partenza ti addolorerà. Mi dispiace ma comprendimi e credi che non posso agire diversamente. La mia situazione in casa diventa – è già diventata – intollerabile. Senza parlare di tutto il resto, non posso continuare a vivere nel lusso che mi ha circondato fino a oggi, e faccio quello che fanno di solito i vecchi della mia età chi rinunciano al mondo per passare nella solitudine e nel silenzio gli ultimi giorni dell’esistenza. Comprendilo, ti prego, e non lanciarti alla mia ricerca, neppure se verrai a sapere dove sono. Il tuo arrivo non farebbe che aggravare la tua e la mia posizione e non cambierebbe nulla alla mia decisione.
Ti ringrazio per i quarantotto anni di vita onesta che hai passato con me e ti prego di perdonarmi tutti i torti che ho avuto verso di te, proprio come io ti perdono con tutta l’anima quelli che puoi aver avuto nei miei confronti. Ti consiglio di rassegnarti alla nuova situazione in cui ti mette la mia partenza e di non sebrarmene rancore. Se vuoi farmi sapere qualcosa, dillo a Sasha, che saprà dove sono e mi farà arrivare il necessario. ma non potrà dirti dove mi trovo perché l’ho fatto promettere di non rivelarlo a nessuno”.

Lev Tolstoj
Traduzione: Ferdinando Castelli

28 ottobre (10 novembre) 1910. Jasnaja Polj’ana.

 

 

 

quasi tutto, foto e testo, della parte sopra,  è preso dal link sotto::

FOTO DAL FACEBOOK :   Cultura Italia-Russia-link

 VITA E OPERE DI LEV TOLSTOJ

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TOLSTOJ UFFICIALE DI CAVALLERIA NEL CAUCASO–1851-53–ha 23/25 anni

 

Nato in una famiglia di antica nobiltà, rimasto orfano della madre a due anni e del padre a nove, fu allevato da alcune zie molto religiose; trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra Mosca, la grande tenuta familiare di Jasnaja Poljana e Kazan’, dove nel 1844 si iscrisse all’università, frequentando prima la facoltà di studi orientali, poi quella di giurisprudenza, che concluse nel 1850. In questi anni, disordinati e tempestosi ma anche nutriti da intense letture (J.-J. Rousseau, A. Puskin, N. Gogol’, L. Sterne), cominciò a tenere un diario, che continuò poi per quasi tutta la vita. Nel 1851-53 partecipò alla guerra contro il Caucaso, prima come volontario, poi come ufficiale di artiglieria. Il suo debutto letterario (Infanzia, 1852, prima parte di una trilogia autobiografica completata da Adolescenza, 1854, e Giovinezza, 1857) rivelò subito in lui uno scrittore di grande talento. Seguirono alcuni racconti sempre a sfondo autobiografico come L’incursione (1853), storia dell’autentico assalto di un battaglione russo a un villaggio caucasico. Nel 1853, scoppiata la guerra russo-turca, T. chiese di essere trasferito a Sebastopoli, dove in combattimenti cruenti si decideva la sorte della guerra. La guerra di Crimea, violenta e disastrosa per l’esercito russo, diede a T. argomento per alcuni racconti: Il taglio del bosco (1855), La tempesta di neve (1856), I due ussari (1856) e soprattutto il ciclo dei tre Racconti di Sebastopoli (1855-56), la cui pubblicazione, autorizzata con grandi difficoltà dalla censura, suscitò enormi polemiche per la spietata descrizione della guerra, dell’eroico comportamento dei soldati semplici, del molto meno irreprensibile comportamento degli ufficiali. Congedatosi dall’esercito, T. compì un lungo viaggio in Europa (Francia, Svizzera, Germania, Inghilterra), dove conobbe P.-J. Proudhon, A. Herzen, Ch. Dickens e assisté con disperato dolore alla morte del fratello Nikolaj, ammalato di tubercolosi. Nei nove anni che vanno dai Racconti di Sebastopoli alla prima parte di Guerra e pace (1865), T. pubblicò qualche racconto, fra cui I cosacchi (1863), ispirato ai ricordi del Caucaso e segnato dalla nostalgia per la vita a contatto con la natura, lontano dalla civiltà ipocrita e corruttrice. All’inizio degli anni ’60 decise di rifugiarsi nella sua tenuta di Jasnaja Poljana, dedicandosi alla gestione della proprietà, all’istruzione dei figli dei contadini nella scuola da lui stesso fondata, ed elaborando una serie di principi pedagogici (pubblicati nella rivista «Jasnaja Poljana», il cui primo numero uscì nel 1862, in alcuni saggi come Sull’importanza dell’istruzione popolare, 1862, e in opere letterarie come I quattro libri di lettura, 1873), che costituiscono ancor oggi materia di interesse e di studio. Si sposò nel 1862 con Sof’ja Bers, da cui ebbe tredici figli (di cui cinque morti in giovanissima età).

 

I GRANDI ROMANZI.

 

In sette anni T. portò a termine il suo più vasto romanzo, Guerra e pace (1863-69): partito dal progetto di narrare la rivolta dei decabristi del 1825, spostò poi il suo interesse sul periodo 1803-13, dove secondo T. si erano condensati i problemi sociali e politici dei decenni successivi. Il romanzo è delimitato da due date: il 1805, anno della prima sfortunata campagna contro Napoleone, chiusa dalla sconfitta di Austerlitz, e il 1812, anno della travolgente guerra patria che vide insorgere tutto il popolo russo in difesa della propria terra. Sullo sfondo delle due campagne si intrecciano le vicende dei membri di due famiglie dell’alta nobiltà, i Bolkonskij e i Rostov, portatori di valori genuini, contrapposti al corrotto clan dei Kuragin, depravati e disonesti. Tre sono i protagonisti: Natasa Rostova, creatura forte e purissima, di una straordinaria, immediata poesia, simbolo di quell’«armonia del mondo» che l’autore andava inseguendo. Accanto a lei, due figure maschili di grande statura morale: il principe Andrej Bolkonskij, che, in polemica con la fatua società pietroburghese, affronta l’esperienza della guerra, della prigionia e dell’infelice amore per Natasa, raggiungendo con la morte una purificazione spirituale nella fede cristiana; e Pierre Bezuchov, attratto inizialmente dai falsi valori impersonati dalla bella e vanitosa Hélène Kuragina, ma in realtà dominato da una profonda, ansiosa ricerca spirituale, che culmina nell’incontro con il soldato-contadino Platon Karataev, l’uomo giusto per eccellenza, simbolo dell’incontaminata purezza del popolo russo. È proprio da lui che Pierre assorbe il messaggio di fede, fatto non di riti o parole, ma di partecipazione profonda e autentica alla sofferenza, all’esistenza collettiva. Nel romanzo T. condensò il suo pensiero sulla storia, fatta secondo lui non dai grandi condottieri, ma dalla volontà delle masse, dal loro slancio e dalle loro segrete convinzioni, di cui i capi sono soltanto interpreti più (Kutuzov) o meno (Napoleone) attenti.
Il romanzo successivo, Anna Karenina (1873-77), nacque come storia di un adulterio, consumato nel¬ l’ambito dell’alta società. Anna, moglie del noioso e rigido avvocato Karenin, si innamora del bell’ufficiale Vronskij: va a vivere con lui, con un gesto ribelle alle convenzioni che crea scandalo. Divorata da una passione senza sollievo, da una gelosia ingiustificata, messa al bando dal proprio ambiente, Anna si suicida, mettendo così sotto accusa soprattutto l’atteggiamento gretto, conformista, puritano della società del suo tempo che troppo facilmente condanna e respinge chi non si adegua ai suoi rigidi canoni. Nel romanzo c’è un altro personaggio significativo, il proprietario Levin, dedito alla conduzione delle proprie terre: egli è alla costante ricerca di una via spirituale su cui costruire la propria vita e la trova nelle parole di un vecchio contadino, che lo spinge, come Pierre in Guerra e pace, a trovare il bene nella comunione di vita e di fatiche con il popolo.

LA CRISI SPIRITUALE.

Concluso Anna Karenina, che ebbe un successo clamoroso, T. attraversò un periodo di profonda crisi spirituale, che coinvolse tutta la sua esistenza e i suoi valori: così, nella prima metà degli anni ’80, si dedicò a opere di carattere morale e religioso, volte a chiarire a sé stesso prima che al lettore le radici del proprio tormento (Confessione, 1879-80; In che cosa consiste la mia fede, 1882-84; Saggio di teologia dogmatica, 1879-80; traduzione dei Vangeli, 1880-81). Alcune di queste opere vennero considerate dannose dalla censura ecclesiastica, sempre più in polemica con lo scrittore (fece fra l’altro vietare la rappresentazione del dramma La potenza delle tenebre, che venne presentato solo all’estero); nel 1901 il sinodo della chiesa ortodossa decise di scomunicarlo. Vennero delineandosi in questi anni le teorie della non resistenza al male (che attirò il giovane Gandhi, di cui esiste una corrispondenza sull’argomento con T.), del rifiuto di ogni forma di violenza, dell’aiuto a chi soffre ingiustamente (i contadini oppressi, le vittime di carestie, i seguaci di sette perseguitate come i molokany e i duchoborcy, alla cui emigrazione in Canada egli collaborò offrendo i diritti di autore di Resurrezione).

L’inquietudine e la ricerca morale di T. ebbero riflessi mirabili in una serie di racconti di assoluta perfezione stilistica e contenutistica, come La morte di Ivan Il’ic (1887-89), sul senso che l’uomo cerca di dare alla propria vita attraverso l’esperienza della morte imminente; La sonata a Kreutzer (1889-90), contro l’educazione sessuale nella società moderna; i drammi La potenza delle tenebre (1886), I frutti dell’istruzione (1886-89) e l’ultimo romanzo, Resurrezione (1889-99), in cui il protagonista Nechljudov è giurato al processo dove viene condannata la donna da lui un tempo sedotta; divorato dal rimorso, abbandona la sua vita di agiato possidente per seguirla e salvarla dall’ergastolo: respinto da lei, si rifugia nella parola evangelica e nella certezza di una vita morale migliore.

L’ultimo decennio vede allinearsi altri capolavori, come Chadzi-Murat (1896-1904, pubblicato nel 1912), La cedola falsa (1902-04, pubblicato nel 1911), Padre Sergio (1890-98, pubblicato nel 1912), Appunti postumi dello starec Fëdor Kuz’mic (1905, pubblicato nel 1912), Dopo il ballo (1903, pubblicato nel 1911), dove gli assilli etici dell’autore si intrecciano con violenti atti d’accusa alla società del suo tempo. Accanto a queste opere di straordinaria forza artistica, negli ultimi anni T. scrisse racconti che rispecchiano le problematiche a lui vicine, come i racconti «popolari», dove nella rassegnata morale dell’uomo dei campi T. indicò un esempio di grandezza e di sublime tolleranza (Padrone e servo, 1894-95; Iljas, 1885; Il cero, 1885; Di che vivono gli uomini, 1881; Alesa Gorsok, 1896; Se trascurerai il fuoco non lo spegnerai, 1897-98); o altri, dove prese coraggiosamente posizione su scottanti problemi politici di attualità (Ha bisogno di molta terra l’uomo?, 1904; Divino e umano, 1905; La schiavitù del nostro tempo, 1900; Perché?, 1906; Chi sono gli assassini, 1908-09; Non posso tacere, 1908, in difesa dei rivoluzionari del 1905).
Nel 1897 portò a termine un saggio, destinato a suscitare polemiche accese, nel quale raccolse le proprie idee sull’arte: Che cos’è l’arte, in cui sostenne che il valore di un artista si misura sulla maggiore o minore rispondenza al sentimento e alla coscienza religiosa del suo tempo e di tutto il suo popolo e non di un ristretto gruppo di privilegiati o eletti. Se l’arte non è accessibile e comprensibile agli uomini più semplici, non è arte ma strumento di corruzione e sintomo di decadenza. In vecchiaia T. venne fatto oggetto di autentica venerazione: Jasnaja Poljana era meta di un pellegrinaggio ininterrotto di scrittori, scienziati, politici, religiosi, uomini comuni, giovani da tutte le parti del mondo, attirati dall’inestinguibile attività intellettuale del grande vecchio. Ma, accanto alla fama, cresceva il doloroso conflitto familiare: la moglie non condivideva il suo desiderio di rompere con un’esistenza che contraddiceva i principi da lui propugnati, il suo desiderio di non trasformare l’arte in professione, di non ricevere vantaggi materiali, di non possedere alcunché, la sua rinuncia ai diritti d’autore per aiutare i contadini di Jasnaja Poljana a riscattare la terra, a rendersi indipendenti. Dopo aver più volte meditato la fuga per sottrarsi ai ricatti e alle minacce della famiglia, il 28 ottobre 1910 T. abbandonò la sua casa, ma, ammalato, il 31 fu costretto a fermarsi alla stazione di Astapovo, dove morì il 7 novembre. I suoi funerali ebbero un’enorme partecipazione popolare, nonostante i tentativi delle autorità di limitarla.

Fonte: Enciclopedia della Letteratura, Garzanti 2007

 

 

CORRIERE.IT/CULTURA– 19 GIUGNO 2012

https://www.corriere.it/cultura/12_giugno_19/citati-tolstoj-cecenia-guerra-pace_84ba64c0-ba08-11e1-88e3-74eab70f59c2.shtml

Tolstoj in Cecenia: più guerra che pace

 

Battaglie e tradimenti dell’eroe Chagi-Murat, personaggio che ricorda il principe Andrej.

Negli ultimi anni della vita, Tolstoj scrisse quello che è forse il suo capolavoro sconosciuto: Chagi-Murat. Ritornò al tempo della sua giovinezza, quando combatteva nel Caucaso: raccolse una vastissima documentazione sulla espansione russa nel Sud attorno al 1850; e compose un libro misto di storia e di romanzo, una specie di Guerra e pace del Caucaso. Non saprei dire se Chagi-Murat sia un racconto o un romanzo. Tolstoj raccolse molti temi narrativi: dallo zar Nicola I agli oscuri combattenti ceceni, che fuse, modulò, intrecciò con un’arte della polifonia che ricorda i suoi grandi romanzi.

Appena apriamo Chagi-Murat, ci rendiamo conto: «Ecco, questo è Tolstoj». È una energia, una vitalità, una intensità, che non troviamo, forse, in nessun altro scrittore moderno. Non abbiamo mai incontrato queste luci: la luce vivida delle stelle, che sembrano appese alle cime degli alberi, sfavillando tra il nodo dei rami; il plenilunio, che investe tutte le strade, in modo che ogni pietruzza, ogni filo di paglia, ogni pallottola di sterco risaltano innaturalmente visibili; il sole mattutino, che scintilla dappertutto sulle foglie appena sbocciate, sulla fresca, vergine erba, sulle increspature del fiume rapidissimo. Non abbiamo mai visto gli occhi dei montanari ceceni, lustri come more mature, o simili a quelli degli agnelli: non abbiamo mai ascoltato questa sinfonia allegra di voci, di urla, di sguardi accesi, di spari di carabine urlanti e crepitanti come cose vive; non abbiamo mai conosciuto quest’aria fresca, pulita e trasparente, che rende vicinissime le grandi catene nevose.

Ci diciamo: è un miracolo. In realtà questo miracolo suppone un metodo infallibile e naturale. Davanti a qualsiasi sensazione, Tolstoj non usa quasi mai l’aggettivo o il verbo o l’espressione pertinenti: usa un aggettivo o un verbo singolari, che colpiscono l’oggetto di scorcio o alle spalle. Il soldato ferito guarda intorno i malati, «ma si sarebbe detto che non ci vedesse o vedesse qualche altra cosa, che lo meravigliava»; questa cosa è la morte, che si sta impadronendo di lui. Tolstoj non si accontenta: non gli basta dire che la morte meraviglia il soldato ferito; ripete questa espressione una, due, tre volte, a distanza di tre righe o di una pagina, in modo da dare risalto – un risalto quasi epico – all’espressione singolare. Così il narratore non è più un architetto di parole: è un occhio, fitto insieme nelle cose e alto nei cieli; guarda le cose per la prima volta; si stupisce davanti a loro; le ripete, le ordina, le rappresenta; e alla fine riesce a suscitare lo stesso grado di vitalità che le cose hanno nel mondo o un grado ancora accresciuto.

 

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Tolstoj (1828-1910) nel 1908
In testa alla quinta compagnia, che combatte in Cecenia, cammina in giubbone nero e la sciabola a spalle un ufficiale alto, Butler, che sta provando una vivida impressione di gioia, di vitalità, e insieme di rischio mortale, e un desiderio d’azione e il senso di far parte di un complesso immenso diretto da un’unica volontà. È la seconda volta che Butler esce a combattere. Pensa che da un momento all’altro avrebbero cominciato a sparargli addosso e lui non solo non avrebbe curvato la testa al passare della granata o fatto caso al fischiare delle pallottole, ma avrebbe eretta più alta la testa e con, un sorriso negli occhi, avrebbe guardato i colleghi e i soldati e si sarebbe messo a parlare, col tono più indifferente del mondo, di tutt’altro argomento. Butler viene da Pietroburgo, dove ha subito una tale perdita al gioco, da restare senza un soldo. Ma, adesso, l’ha dimenticato. La sua, adesso, è una vita completamente diversa. Gli sono caduti di mente il suo dissesto e i suoi debiti non pagati. E il Caucaso, la guerra, i soldati, gli ufficiali, questi eroi ubriaconi e bonari, il maggiore Pjetròv, tutto gli pare così bello e così eccitante, che certe volte non crede di trovarsi qui, in questo paese esotico, tra i veterani caucasici.
Per quanto strano possa sembrare, l’altro lato della guerra non si presenta affatto alla mente di Butler. Non esistono, per lui, né morti né ferite dei soldati, degli ufficiali e dei montanari. Non vuole guastare la sua poetica rappresentazione della guerra. Così evita costantemente di guardare i morti e i feriti. Si trova a passare accanto a un cadavere che giace supino: ma soltanto con la coda dell’occhio vede «non so che strano atteggiamento di una mano di cera e il rosso cupo di una chiazza su quel capo».

Quando hanno inizio i brindisi, i compagni di Butler escono via dal pranzo ebbri non solo del vino tracannato, ma anche del loro entusiasmo guerriero. Butler è ubriaco e cede al suo vecchio vizio. Malgrado la parola che aveva dato ai suoi fratelli e a se stesso, riprende in mano le carte. Dopo un’ora, rosso, sudato, tutto sporco di gesso, sta puntellato sul tavolo con tutt’e due le braccia; e bada a scrivere, sotto le carte tutte gualcite, la cifra delle sue poste. Ha perso tanto, che ormai ha paura di calcolare quant’è segnato a suo carico. Anche senza fare il calcolo, sa già che, sborsando intiero lo stipendio e il prezzo del suo cavallo, non sarebbe riuscito a pagare tutti i suoi debiti.

 

Imam Shamil, foto, XIX century

 

Michaìl Sjemjònovic Vorontzòv è il comandante supremo dell’esercito in Cecenia: è un uomo di educazione europea; ambizioso, malleabile, affabile con i sottoposti e sottilmente cortigiano nei rapporti coi superiori. Egli non concepisce la vita senza il potere di alcuni e la sottomissione di altri. Nel 1852, ha più di settant’anni, ma è ancora freschissimo, alacre nei movimenti e, sopratutto, nel pieno possesso del suo duttile, sottile e amabile ingegno. La sera del 4 dicembre 1852 riceve un corriere, che gli porta una notizia importantissima: il famoso Chagi-Murat, uno degli eroi ceceni, secondo solo a Shamil, è passato dalla parte dei russi. Il principe entra nella sala del palazzo, dove una trentina di invitati lo attende per cena. Indossa la sua solita giubba nera, senza spalline, con la croce bianca appesa al collo. Seduto al centro della tavola, scintillante di vanità nascosta, racconta ai commensali la sorprendente novità.

Se nella prima parte del racconto, abbiamo visto Chagi-Murat coi nostri occhi, ora ne sentiamo parlare alla tavola di Vorontzòv, dove tutti ne magnificano il coraggio, l’intelligenza, la grandezza d’anima. È un modo per adulare il comandante supremo. Nei momenti che seguono la scena, mentre in salotto viene servito il caffè, il principe – che tutti hanno adulato – diventa singolarmente affabile con tutti. Si siede a giocare a carte: pone accanto a sé la tabacchiera d’oro col ritratto di Alessandro I: poi la scoperchia e fa quello che è solito fare quando si sente particolarmente ben disposto; tira su, con le mani bianche raggrinzite dalla vecchiaia, un pizzico di tabacco francese, se lo porta al naso, e se ne cosparge le narici.

***

Molto, molto più in alto del principe Vorontzòv, sta lo zar, Nicola I, al quale Tolstoj dedica un ritratto di grandiosa ferocia. Il primo gennaio 1852, incontra Cernysòv, il suo ministro della guerra. Nicola ha una lunga faccia bianca dall’enorme fronte prominente: una faccia singolarmente fredda e senza moto: la mattina di quel primo gennaio, gli occhi, sempre opachi, hanno uno sguardo più opaco del solito; le vecchie labbra e le guance inflaccidite gli conferiscono un’espressione di scontento e di collera. Lo zar suscita negli altri terrore e, per quanto sia abituato, questo terrore gli riesce ogni volta piacevole e, di tanto in tanto, prende gusto a meravigliare gli altri, immersi nel terrore, rivolgendo loro parole cordiali. Quella mattina lo zar discorre con Cernysòv intorno alla defezione di Chagi-Murat e ad altre vicende politiche. Per ragioni personali, è scontentissimo; e si mette a pensare quello che ogni volta gli restituisce la calma: quale grand’uomo egli sia. «Sì, che cosa sarebbe, senza di me, la Russia! Sì, che cosa sarebbe senza di me, non la Russia soltanto, ma l’Europa».

La continua, impudente adulazione ha ridotto lo zar al punto che non s’accorge delle proprie contraddizioni; e non sottopone mai le sue azioni e le sue parole al vaglio della realtà, della logica o del buon senso di sempre. È fermamente persuaso che tutte le disposizioni impartite da lui, per quanto insensate ed erronee, divengano giuste e ben ponderate solo perché è stato lui ad impartirle. Con lo sguardo senza vita, col petto sporgente in avanti e col ventre serrato stretto che aggetta al di sopra e al di sotto della cintura, egli compare davanti ai suoi cortigiani; sente che tutti gli sguardi, con trepida servilità, stanno fissi su di lui e assume un aspetto ancora più solenne. Quando gli occhi s’imbattono in visi conosciuti, si ricorda di questo e di quello: si sofferma; e a volte in russo, a volte in francese, pronuncia qualche parola: poi ascolta quello che gli altri timorosamente rispondono, investendoli col suo freddo sguardo senza vita.

La colpa di tutti i misfatti che si compiono in Russia, in Polonia e nel Caucaso è di Nicola I: ma, nello stesso tempo, egli ha la convinzione, pienamente sincera, non solo di non essere un malfattore, ma di essere il benefattore del suo popolo e del genere umano. Come può essersi stabilita nell’anima di quell’uomo – si chiede Tolstoj – questa oscurità spaventosa? La risposta di Chagi-Murat è la stessa di Guerra e Pace . «Si tratta di un’eterna, indubbia legge, a nome della quale chi sta ai fastigi della grandezza mondana deve essere un uomo pervertito. Tali sono stati e sono tutti i potenti e in misura tanto più grande quanto più dispotica è la loro potenza».

Dopo ventisett’anni di regno, Nicola afferma che il potere gli è gravoso. È una manifesta menzogna; perché ama il potere con tutte le forze della sua anima. Eppure dopo ventisett’anni del suo terribile regno, questa menzogna è diventata una dura, espiatrice realtà. Il potere è per lui un peso schiacciante e tremendo.

 

 

 

Una immagine dei moti rivoluzionari del 1905 in Russia

 

***

 

 

Risultati immagini per Carduus nutansCarduus Nutans

 

Lontanissimo da Pietroburgo, nelle libere montagne e campagne della Cecenia, sta Chagi-Murat, l’eroe leggendario, simile, dice Tolstoj, a un cardo cremisino «in pieno sboccio». Cavalca in testa ai suoi montanari uno stallone dalla criniera bianca, con indosso una bianca circassa, e in testa un turbante e nella mano armi damaschinate in oro. È straordinariamente sciolto, flessibile, leggero: sia che cavalchi sia che monti improvvisamente a cavallo. Ha sempre fiducia nella sua buona stella. Qualunque progetto modelli, è fermamente sicuro che gli riuscirà. Tutto gli sorride. Mentre si avvicina al comandante russo Poltoràtzkij, gli dice qualcosa in tartaro. Inarcando le sopracciglia, l’ufficiale allarga le braccia per dare ad intendere che non capisce; e sorride. Chagi-Murat risponde con un sorriso al sorriso, e quel sorriso colpisce Poltoràtzkij per il suo aspetto di bontà quasi infantile. Si aspettava di vedere un uomo burbero, brusco, lontanissimo da lui e invece gli sta dinanzi un uomo semplicissimo, che sorride con un sorriso buono, come se fosse un suo vecchio conoscente.

Chagi-Murat ha una sola cosa singolare: gli occhi – aperti ben larghi -; gli occhi intenti, che penetrano in quelli degli altri. Gli sguardi mutano: quando incontra il principe Vorontzòv, assumono un’espressione severa e grave. Quando va a teatro, contempla con indifferenza gli spettatori, gli ufficiali in sfolgoranti uniformi, le ballerine con le gambe muscolose, le donne giovani e non più giovani, che denudano i colli, le braccia e i seni. Infine gli occhi guardano attentamente uno per uno e si direbbe che non vedano nessuno. Solo così, con questo sguardo assente, Chagi-Murat riesce a intuire con una precisione estrema, quasi animalesca, le sensazioni e sentimenti di tutte le persone che incontra.

Nelle ultime pagine del grande racconto, Chagi-Murat abbandona i russi, per i quali aveva abbandonato i compagni ceceni. Con pochi montanari, fugge a cavallo verso le montagne. Ma è circondato da due squadroni di soldati russi. Sibilando e rompendo, i proiettili delle carabine stroncano fronde e rami attorno a Chagi-Murat e ai suoi compagni. Una pallottola lo colpisce al fianco sinistro. È una ferita mortale; ed egli sente la vita lasciarlo. Ricordi e immagini – il principe Vorontzòv, il figlio Jusuf, la moglie Sofiat – gli attraversano la mente, senza suscitare in lui nessun sentimento, né di rimpianto né di rancore né un desiderio qualsiasi.

Sono tutte cose talmente minuscole, a confronto di ciò che era già incominciato dentro di lui: è quasi lo stesso sentimento che, in Guerra e pace, attraversava la mente del principe Andrej, che guardava il cielo «immensamente alto e immensamente quieto», dopo la battaglia di Austerlitz. Risuonano parecchi colpi. Chagi-Murat cade. Poi riprende a muoversi. Prima si solleva la testa insanguinata, senza berretto: poi si solleva il busto; e infine, aggrappandosi a un albero, egli si alza in tutta la sua statura. Il suo aspetto è così spaventoso che i soldati russi si arrestano. Ma a un tratto Chagi-Murat è scosso da un tremito, vacilla scostandosi dall’albero e, come un cardo reciso dalla falce, cade bocconi senza muoversi più.

Pietro Citati
19 giugno 2012 (modifica il 20 giugno 2012)

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1 risposta a PIETRO CITATI, Tolstoj in Cecenia: più guerra che pace. Battaglie e tradimenti dell’eroe Chagi-Murat.– CORRIERE.IT/CULTURA– 19 GIUGNO 2012 ++ altre cose…

  1. Donatella scrive:

    Bellissimi questi commenti, che invogliano a leggere.

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