MARINA GORI, grazie a ! LUIGI MANCONI, IUS CULTURA, PERCHE’ ADESSO –REPUBBLICA DEL 20 NOVEMBRE 2019 pag. 1-33

 

 

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REPUBBLICA DEL 20 NOVEMBRE 2019  pag. 1-33

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Il caso

Ius culturae, perché adesso

di Luigi Manconi

 

 Bene ha fatto Nicola Zingaretti concludendo la riuscitissima assemblea, promossa dalla Fondazione Costituente, presieduta da Gianni Cuperlo, ad affermare :
” Prepariamo una nuova agenda per questo governo, figlia delle esigenze dell’Italia “.

E bene ha fatto a indicare tra queste ” esigenze ” l’approvazione di una nuova legge sulla cittadinanza, dal momento che di essa hanno bisogno non solo gli stranieri, ma anche gli italiani.

 

 Questo è il punto che sembra sfuggire a tanti: non solo a quelli che avversano una simile riforma, ma anche a molti di coloro che la sostengono per ragioni, diciamo così, umanitarie. Ragioni importanti, queste ultime, ma tanto parziali da rischiare di risultare gracili.

Di una nuova legge sulla cittadinanza infatti, ha bisogno l’Italia intera, affinché vi possano convivere pacificamente italiani e stranieri, riducendo tensioni e conflitti e disinnescando la tentazione alla chiusura da parte dei residenti e quella all’auto-ghettizzazione da parte dei nuovi arrivati. È questo il quadro sociale e giuridico che meglio può valorizzare l’irrinunciabile contributo economico e demografico offerto dagli stranieri, senza il quale il declino del nostro Paese è destinato a subire una rapida accelerazione.

In sintesi questo è lo ius culturae: la possibilità di ottenere la cittadinanza per il minore straniero nato in Italia o arrivato qui prima di compiere dodici anni, che abbia frequentato regolarmente la scuola per almeno cinque anni e abbia completato il ciclo con successo. E questo non corrisponde a una vocazione filantropica, bensì a ciò che possiamo chiamare “altruismo interessato”, che vuole combinare insieme le esigenze degli italiani e quelle degli stranieri.

È realizzabile questo progetto? E, ancor prima, ha il consenso necessario perché il Parlamento si senta motivato ad approvarlo? Una decina di giorni fa, su questo giornale, Ilvo Diamanti registrava un dato assai significativo: “Oltre i due terzi” del campione intervistato dall’Istituto Demos si diceva favorevole allo ius culturae. E ancora più interessante è la ripartizione per orientamento di partito: un elevato favore “anche presso la base di FI (81%) e del M5S (71%). Molto meno fra gli elettori della Lega (comunque, quasi metà: 46%) e, soprattutto, dei Fdi”.

Nel corso della precedente legislatura, una normativa ancora più aperta e inclusiva, venne approvata dalla Camera nell’ottobre del 2015: e il consenso intorno a tale legge, sempre secondo l’Istituto Demos, rimaneva ancora oltre il 70% alla fine del 2016. Poi nel corso dell’anno successivo, per molte e diverse ragioni, i favorevoli si riducevano in modo sensibile e, parallelamente, calava l’impegno del centro-sinistra per l’approvazione della legge. Si lasciavano passare così, irresponsabilmente, due interi anni prima che il provvedimento arrivasse nell’aula del Senato per il voto definitivo. Che non vi fu. Molte le ragioni, ma la prima e più importante, si dovette al fatto che il centro-sinistra, in parte per scarsa convinzione, in parte per cronica pavidità, abbandonò la battaglia.

Si può dire — so di forzare un po’ — che il centro-sinistra per paura di perdere le elezioni si smarrì al punto di perdere le elezioni. Al voto del 4 marzo la sinistra si presentò con una personalità bipolare e prossima alla depressione. C’è il rischio che tutto ciò si possa ripetere. Il coraggio in politica non è una variabile secondaria. È, a l contrario, una virtù costituente. Il coraggio, inteso molto semplicemente come fedeltà ai valori fondativi, può conquistare consensi e voti.

E fa dei principi non una retorica vizza, ma uno strumento di mobilitazione. In quanto risorsa essenziale per la definizione dell’avversario e per la definizione e il rafforzamento di sé.

Qui non si vuol dire in alcun modo che un obiettivo sacrosanto valga una sconfitta. Né, tantomeno, che una buona causa giustifichi una disfatta. Ritengo, piuttosto, che una campagna condotta in nome di obiettivi razionali e concreti possa determinare la vittoria.

Poi c’è quel fattore cruciale per la politica che è la categoria del tempo. Come diceva Lenin a proposito della Rivoluzione di ottobre, il giorno giusto non è il 23 o il 25. Il giorno giusto è il 24 e solo il 24. E chi preferisca un diverso orizzonte culturale, ascolti Arnold Schwarzenegger: «Qualunque cosa sia necessario fare per vincere, bisogna farla subito».

Anche per un obiettivo, ragionevolissimo, come lo ius culturae,

la questione del tempo è fondamentale. E il tempo è ora. Proprio così: non ieri e non tra un anno.

A questo progetto si contrappone la futilità di chi dice: ma con tutto ciò che accade in Italia, che urgenza c’è? Ovvero, mentre chiude l’ex Ilva, che senso ha parlare di nuova cittadinanza? Non è il tradizionale Benaltrismo (mentre crolla l’Italia, ben altre sono le priorità). È, piuttosto, un sovranismo pitocco che gerarchizza le sofferenze: il dissesto idrogeologico, la crisi industriale e, se ce ne sarà tempo e modo, la discriminazione etnica.

Sappiamo com’è andata sempre a finire: una sorta di metafisica dell’ignavia che riesce allo stesso tempo a non salvare il territorio e a non includere gli stranieri.